Cosa intendiamo per Occidente?

L’Occidente non è un punto geografico e ha poco a che fare con l’attuale occidente. L’Occidente è una civiltà, entrata in crisi secoli fa, quando la sintesi operata dal cristianesimo è stata messa in dubbio e poi demolita. Il vero Occidente è l’Europa: inclusa la Russia, che però ha subito la stessa degenerazione.

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La fede al tempo del Coronavirus/17

E’ strana però una persecuzione in cui sembra assente ogni eroica forma di resistenza, fino al martirio da parte dei perseguitati, a differenza di quanto accadde in tutte le grandi persecuzioni nella storia. In realtà, non di persecuzione anticristiana si dovrebbe parlare, ma di “autopersecuzione” da parte degli uomini di Chiesa che, chiudendo le chiese e sospendendo le messe, sembrano portare all’ultima coerenza un processo di autodemolizione iniziato negli anni Sessanta del Novecento con il Concilio Vaticano II. E purtroppo, tranne singole eccezioni, anche il clero tradizionalista, che si rinchiude nelle sue case, sembra vittima di questa autopersecuzione (Roberto de Mattei, Il “cigno nero” del 2020?, Corrispondenza Romana, 25-03-2020).

In questa ora, per molti drammatica, purtroppo la Chiesa ha scelto di abbandonare l’“ospedale da campo” e di rinunciare alla propria missione, adeguandosi silenziosamente alle disposizioni governative, senza nemmeno alzare la voce e provare a rivendicare il proprio imprescindibile ruolo. Eppure le soluzioni, garantendo tutti i requisiti di sicurezza, ci sarebbe state. Si è scelto di non contrattare con lo Stato alcuna soluzione e adeguarsi come se la Chiesa cattolica fosse una banale organizzazione umanitaria qualsiasi (Lupo Gori, La Chiesa cattolica al tempo del coronavirus, Corrispondenza Romana, 25-03-2020).

Giorno dopo giorno, si stringe sempre più il cappio intorno al collo degli italiani, con la prospettiva che il “restate tutti a casa” duri almeno fino all’estate. Colpa di scelte politiche sciagurate, che renderanno impossibile allentare la presa per il 16 aprile. Prepariamoci a una grave situazione sociale ed economica (Riccardo Cascioli, Siamo prigionieri di uno Stato-polizia, La Nuova BQ, 25-03-2020).

Oggi, dopo il Rosario (19:30 italiane) nel Santuario di Fatima, il cardinale Antonio Marto consacrerà il Portogallo, la Spagna e la Polonia – più le altre nazioni che vorranno unirsi – al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria. Rinnoviamo l’appello ai sacri Pastori italiani e lo estendiamo al Santo Padre, perché consacri il mondo intero al Cuore della nostra Madre celeste (Ermes Dovico, Fatima, oggi la consacrazione. Appello ai Vescovi e al Papa, La Nuova BQ, 25-03-2020).

La carità al tempo del Coronavirus

Se la Chiesa si consegna alla giustizia terrena

Sull’onda degli abusi sessuali, la Chiesa sembra cercare una soluzione nella giustizia civile. Una strada pericolosa che porta all’interferenza dello Stato nella vita della Chiesa o, peggio, all’azzeramento della Chiesa. Ma questo è anche la conseguenza del fatto che nella Chiesa si è perso il senso della giustizia divina.

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Nella stupida guerra delle statue ora ci si mettono i cattolici

I cattolici eccellono praticamente in tutto: quando smarriscono il senso di se stessi, persino nell’autolesionismo. Ne è esempio imbarazzante il III capitolo della “guerra delle statue” in corso negli Stati Uniti. Ora a rimuovere i segni della propria identità ci si sono messi loro. È successo in California nella San Domenico School.

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Il Padrone del mondo. Quello che Benson non seppe prevedere

Padre Robert Hugh Benson scrisse quel capolavoro profetico che tutti noi conosciamo, Il Padrone del mondo. Eppure non seppe prevedere quello che oggi è sotto gli occhi di tutti: l’autodemolizione della Chiesa cattolica.

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Dalla padella islamica alla brace omosessualista

Ogni martedì Alessandro Gnocchi risponde alle lettere degli amici lettori. Tutti potranno partecipare indirizzando le loro lettere a info@riscossacristiana.it , con oggetto: “la posta di Alessandro Gnocchi”. Chiediamo ai nostri amici lettere brevi, su argomenti che naturalmente siano di comune interesse. Ogni martedì sarà scelta una lettera per una risposta per esteso ed eventualmente si daranno ad altre lettere risposte brevi. Si cercherà, nei limiti del possibile, di dare risposte a tutti.

martedì 16 settembre 2014

Premessa – di Alessandro Gnocchi

Non è per pigrizia, ma questa settimana mi pare che le tre lettere riportate nella rubrica formino un vero e proprio pezzo che non ha bisogno di risposte o di commenti. Mi limito a una breve chiosa per la quale ci troviamo al termine dell’ultima lettera…

Sono pervenute in Redazione:

Gent. Dott. Gnocchi,

le voglio raccontare una domenica mattina a Messa, nemmeno tanto strana e inconsueta, e condividere con lei alcuni pensieri.
La Messa è celebrata da un sacerdote esterno alla parrocchia che viene ogni domenica. Va bene: sobria, ben celebrata, bella omelia. Fino alla preghiera che segue la comunione, prima del congedo finale, quando arriva il parroco con i cosiddetti avvisi (che sono puntualmente pubblicati sul foglio periodico e affissi sulle bacheche disposte agli ingressi della chiesa…). Oltre cinque minuti buoni ricordando il più e il meno: due o tre appuntamenti ordinari (nessun momento di catechesi o di formazione, da noi è raro trovarli); un prossimo incontro cittadino (o qualcosa di simile, non presto molto ascolto) per dibattere sulle sorti del locale ospedale che rischia di venire chiuso; la ricorrenza dell’ingresso del parroco in parrocchia. Seguono applausi. Appena finita la Messa, inizia il chiacchiericcio, tra saluti, abbracci e strette di mano; il tutto in chiesa. Niente canto o musica finale, tanto quando c’è nemmeno si sente, soffocata dalle voci di chi ha già rotto le file.

Mi dirigo verso una cappella laterale per pregare un po’ in silenzio. Intanto ci si sta preparando per la Messa successiva. Il parroco saluta e accoglie qualcuno tra i primi arrivati Si intrattiene sorridente con un gruppetto di persone che hanno un bambino piccolo, poi si allontana soddisfatto da un’altra parte. Nell’uscire, passo accanto a queste persone. La madre indossa un abito completamente smanicato e dotato di una profonda scollatura. Al suo fianco una ragazza con un paio di calzoncini (credo siano calzoncini, non gonna, non mi soffermo a guardare; ironicamente sarei portata a dire: speriamo almeno siano calzoni) che le coprono giusto le natiche.

Fuori dalla chiesa, vedo una giovane coppia mussulmana attraversare la piazza. Lei indossa i suoi abiti, modesti ma curati. E’ graziosa e garbata. Trasmette dignità. Col cuore gonfio di dolore penso: siamo troppo decaduti, ci estingueremo, noi cattolici o presunti tali e la nostra civiltà o meglio quel briciolo che ne resta. Non abbiamo la forza – in primo luogo morale – di resistere. O saremo annientati dall’islam violento o semplicemente scompariremo, quasi senza rendercene conto, di fronte all’islam moderato (uso quest’ultimo aggettivo per capirci meglio, non entro in merito alla questione se esiste o no un islam moderato, tra l’altro già ben trattata in questo sito).
Sì, lo so: in qualche luogo un piccolo resto continuerà, ma la maggior parte la vedo afflosciarsi.

Lei cosa ne pensa? Crede che io sia troppo impressionabile?
Grazie.

Claudia

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Caro Alessandro Gnocchi

sono sempre stato convinto che, col suo sistema ecclesiale rigorosamente “verticale”, la Chiesa Cattolica si sia risparmiata la grave necessità di trasformarsi in partito politico, obbligato prima a conquistare il potere e poi a mantenerlo con la forza. Certo, gli assalti alla Gerarchia, i tentativi (anche feroci) di assoggettare la Chiesa al controllo e alla giurisdizione statale, hanno sempre messo in pericolo questa autonomia, e in taluni casi la Chiesa ha dovuto usare la spada per difendersi.

Cosa diversa pare essere da sempre l’Islam, religione praticamente “orizzontale”, che per esistere deve conquistare il potere e magari contenderselo tra fazioni diverse, senza altra guida che non sia l’interpretazione letterale del Corano (a tal proposito Introvigne dice che i mussulmani non vogliono neanche sentir parlare di accostamento moderno al Corano, perché temono che faccia la fine della Bibbia…).

Ora, coi tempi che corrono nel nostro occidente post-cristiano islamizzante, non crede che una Chiesa gioiosamente avviata sulla strada dell’ecumenismo e dell’”orizzontalità di fatto”, perdente all’interno sul piano dell’unità del magistero, e dimissionaria all’esterno sul piano di una qualche rivendicazione di potere, possa solo implodere e poi (per un po’) scomparire?

Antonio Spinola

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Caro dott. Gnocchi,

ho appena letto la notizia della partecipazione dei gruppi di invertiti, lesbiche, vie di mezzo e compagnia bella, con le loro belle bandierine e striscioni, alla sfilata di S. Patrizio a New York, uno degli eventi classici della cattolicità in America.

Può darsi che gli organizzatori siano improvvisamente rimbecilliti. Ma che dire del Cardinale Arcivescovo Dolan che si nasconde dietro a un dito dicendo che lui non interferisce nelle scelte del comitato organizzatore? Aggiungendo che prega perché la parata sia un’occasione di “unità” tra tutti noi. Ma chi la vuole l’unità con gli invertiti e i loro colleghi di schifezze?

Sono tentato di continuo di dire “basta, questa non è la mia chiesa”, ma so che non è giusto. Mi piacciano o no, questi vescovi traditori e questo papa che organizza partite di calcio sono i miei pastori. Posso solo dire che non so più a che santo votarmi (e non è un modo di dire). Oltretutto immagino che per la mentalità comune un vescovo che è a capo di una diocesi importante come quella di New York sia avvertito come autorità particolarmente importante. Con quale risultato? Che tanta gente avrà l’occhio sempre più indulgente verso l’omosessualità, che è uno dei peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio. Per questo mi sento di chiamare, Dio mi perdoni, “traditori” certi vescovi, perché lavorano per mandare le anime all’inferno, non in paradiso. Se un pastore non ammonisce un omosessuale sulla gravità della sua condotta, se non gli spiega che deve cambiare strada altrimenti va all’inferno, quel pastore non è forse un traditore?

Era anche lecito sperare che da Roma arrivasse un’immediata reprimenda contro gli incoscienti di New York. Nulla di nulla di nulla.

Secondo me è urgente indicare a chi ancora voglia restare cattolico quali preti, associazioni, movimenti ecclesiali, scuole cattoliche o quel che sia, diano ancora garanzie sotto il profilo dell’insegnamento della dottrina. Sa che ormai ho anche timore nel condurre i miei figli a Messa perché non so cosa sentiranno dire nella predica?

È vero verissimo che dobbiamo pregare per la chiesa e per i pastori. Ma mi pare che dovremmo fare anche qualcosa di più, ma non so cosa. Di sicuro andare avanti così è pazzesco.

Scusi lo sfogo. Le faccio tanti auguri per il suo lavoro, sempre così utile per noi lettori, e le faccio un grande saluto

Luigi Gallavresi

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La chiosa consiste in una semplice constatazione. Dove andrà a finire, si chiedono la signora Claudia e il signor Antonio Spinola, una Chiesa che non in grado di reggere il confronto con l’islam? E, si badi bene, non si sta parlando di un islam che sguaini a ogni pie’ sospinto scimitarre insanguinate, ma anche solo un islam le cui donne e i cui bambini, e quindi anche i cui padri, si vestono ancora secondo decoro e secondo pudore.

Cara Claudia e caro Antonio, una Chiesa siffatta va finire in coda in quella sfilata di San Patrizio con omosessuali & affini, che tanto giustamente fa orrore al signor Gallavresi.

Una Chiesa che, avendo come unico faro la sola “dignità umana”, rinuncia a mettere in ginocchio gli uomini davanti all’unico vero Dio finisce per cedere davanti a qualsiasi torma dotata di una fede più virile. E poi lo farà, anzi lo sta già facendo senza che da Roma qualcuno eccepisca, davanti a qualsiasi manifestazione vociante che di virile non ha più nulla.

Come ci si deve comportare, si chiede il signor Gallavresi, con pastori che fuggono davanti a lupi, lupacchiotti, chihuahua e tortorelle?

Caro Gallavresi, intanto bisogna appurare che questi pastori non siano lupi, lupacchiotti, chihuahua o tortorelle travestiti: travestiti da pastori, intendo. Nel caso non lo fossero, bisognerebbe comportarsi come i contadini vandeani che andarono a prendere i nobili recalcitranti nei loro castelli per farli combattere anche controvoglia. Se, invece, si scoprisse che i pastori sono solo lupi, lupacchiotti, chihuahua o torterelle travestiti, oppure che semplicemente temono di compiere il loro dovere davanti a Dio a davanti agli uomini, allora lo si dica pubblicamente, lo si urli sui tetti e la si smetta di giustificare il loro tradimento in nome di una prudenza che nulla ha di evangelico. Si mettano in guardia le altre pecore del gregge, ci si aiuti facendo sapere dove si trovano ancora buoni sacerdoti, si lascino da soli a blaterare dal pulpito quelli che incensano il mondo invece che adorare Dio. Ma lo si faccia rendendo pubblico tutto quanto sta avvenendo. Non lecito sopportare in nome di una falsa obbedienza coloro che vogliono inoculare nelle anime una nuova religione continuando a chiamarla cattolica.

Mi rendo conto che i metodi forti possono disorientare quei fedeli che vorrebbero vivere in pace la loro fede. Ma questi non sono tempi pacifici: la rivoluzione ha preso il potere e ognuno deve fare tutto quel che può per restaurare l’ordine. Ma caro Gallavresi, parafrasando Mao Tse-tung, che in questioni simili ne sapeva molto di più di tanti cattolici, la restaurazione non è un pranzo di gala.

Alessandro Gnocchi

Sia lodato Gesù Cristo

© Riscossa Cristiana 2014

Papato a tempo, apostasia, autodistruzione

di Francesco Colafemmina (13/03/2014)

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Cerco di leggere il meno possibile notizie e commenti che concernono la Chiesa Cattolica. Cerco, sinceramente, di limitare il senso di pena che sento montare in me, non tristezza o lamento gratuiti, ma pura pena. Ed è pur vero che non sono nessuno e che l’arma rivoluzionaria di questo nuovo-vecchio establishment clericale è un’arma psicologica che mira a spegnere ogni dissenso, facendolo tralignare in superbia o carenza di misericordia. Un geniale metodo per combattere il cattolicesimo con le sue medesime armi. Dunque scrivo queste righe senza alcuna pretesa, semplicemente come una disillusa riflessione sulla storia – presente e futura – della Chiesa.

Povertà, misericordia, carità, tenerezza, tutti validi strumenti per erodere la dottrina, per distruggere la Chiesa, come l’abbiamo conosciuta, trasformandola in una sorta di setta evangelica. Per appiattirla sul mondo e le sue esigenze, per adeguarla alla mentalità dominante fra i fedeli che non amano essere “educati” o “guidati”, che sono assetati non di istanze superiori, ma di analogie dal basso. E’ una strategia vecchia come il cucco, la stessa – per dire – adottata da Giuseppe II d’Austria quando commissionò a Mozart “Le Nozze di Figaro”. Aristocratici e servitori uniti da brame, desideri, bassezze morali capaci di colmare ogni distanza sociale. È la medesima strategia di Francesco, Papa di una Chiesa in piena apostasia. Il gesto “popolare” come cavallo di Troia della dottrina, della struttura, dei contenuti etici e teologici del Cattolicesimo. Tutto svuotato attraverso il continuo ricorso a questi quattro principi: povertà, misericordia, carità, tenerezza (e semplicità ossia celebrazione dell’informalità). Non c’è nulla di severo, nessuna condanna. Ieri, ad esempio, il predicatore degli esercizi spirituali quaresimali ha annunciato che l’uomo si è costruito un’immagine erronea di Dio, fondata sul terrore, sulla paura, sulla condanna, in sintesi sul “farisaismo”.

Ecco, la Chiesa si autodemolisce. Resta l’appiccicosa e melensa lagna della misericordia e della tenerezza. Lagna perché alla misericordia si dà il senso di una porta sempre aperta, di una lettura consumistica della pietà e della pazienza divina che annienta il senso stesso del peccato e della redenzione. Si evocano solo il candore e l’assenza di pretese. Concetti che arrestano ogni accusa, perché come fai ad accusare qualcuno che si mostra candido e tenero, indifeso, autentico, veramente cristiano, povero, umile, praticamente un santo… Ma quando un “santo” non è affatto scomodo, non è un punto interrogativo per il mondo, non una pietra d’inciampo per il potere e la sua voce (i media), non un fastidioso pungolo per non credenti e cattolici pigri, non un temibile nemico per vecchi volponi di curia, bensì l’esatto contrario, allora c’è da chiedersi se questa “santità” non sia piuttosto un instrumentum regni funzionale proprio a quel “potere” che dovrebbe essere ostile ad ogni forma di santità, uno strumento strategico, insomma, ben pianificato dal collegio cardinalizio, ma viziato da una vetustà ideologica di fondo.

Come si allontana ogni dissenso, ogni critica, per demolire il Cattolicesimo dall’interno? Semplicemente riproponendo le solite amenità degli anni ’60. Amenità che ritroverete comodamente in uno straordinario Guareschi, quello di “Don Camillo e don Chichì”. Anche in quel caso il prete “innovatore” si chiamava Francesco (la povertà francescana era un must dell’ideologia conciliare).

Un anno fa fummo in molti a restare basiti dinanzi all’elezione di Francesco. Io forse più di altri. In un mio romanzo rimasto incompiuto proseguivo una sorta di “visione geopolitica” della Chiesa avviata ne “La serpe fra gli ulivi”. Nel mio primo romanzo, in una breve digressione, ricostruivo – era il 2009 – quel che sarebbe accaduto dopo Ratzinger. Una cordata di Cardinali (espressione della imponente quanto parassitaria massa di diplomatici vaticani), mossi dalla volontà di adeguare la Chiesa al nuovo paradigma unipolare sintetizzato dal relativismo e dall’anti-etica della società dei consumi promossa da Stati Uniti ed Europa, avrebbe continuato ad affondare la nave di Pietro nel fango degli scandali, con uno scopo ben preciso:

“In realtà questi furfanti travestiti da uomini di Chiesa, le cui bocche stillavan miele ma i cui cuori erano anneriti dalla perfidia, preparavano il loro pontificato: quello in cui sarebbe stato eletto il vero Apostata, l’autentico Antipapa. Lo coltivavano blandendolo attentamente. Ne soddisfacevano ogni possibile desiderio, ogni ambizione, purché egli restasse nel silenzio: un cardinale tra i tanti. Al momento opportuno, quando la Chiesa sarebbe stata screditata, maltrattata, umiliata dalle Nazioni e dai loro statisti massoni ed illuminati, quando il Papa santo e retto sarebbe stato cancellato dal cuore dei cristiani assieme al suo altissimo magistero, soltanto allora avrebbero attuato il loro piano. Il nuovo papa sarebbe stato latinoamericano […]“.

Nel nuovo romanzo che cominciai a scrivere nell’agosto del 2010 prevedevo l’elezione proprio di Bergoglio, nell’anno 2013. E prevedevo che questo nuovo pontefice avrebbe pian piano demolito la Chiesa dall’interno, cominciando dagli elementi di contesa con il “mondo”: vita, morte, sessualità. Prevedevo – non ci voleva certo una gran fantasia – che la demolizione sarebbe iniziata a partire dalla morale sessuale. Mi sbagliavo! E il mio errore è imputabile ad un certo candore, questa volta tutto mio. Solo oggi comprendo che gli strateghi dell’adattamento della Chiesa al mondo non potevano certo partire dal tema della “sessualità”, questo perché il mondo non tollera ingerenze in questo campo, né divieti, né concessioni. Non riconosce affatto in merito a tale aspetto della vita umana l’autorità della Chiesa. La riconosce invece laddove si parla di matrimonio, ossia di organizzazione della società. E’ dunque dal matrimonio, dal sacramento del matrimonio, che parte oggi la demolizione o l’adeguamento della Chiesa al mondo. Tutto il resto seguirà. Lo si attua a partire dall’introduzione della regola della società dei consumi: la possibilità di tornare indietro, la sostituzione del “per sempre” con il provvisorio. E la “pretesa democratica” dell’accesso al sacramento dell’Eucaristia. Il tutto introdotto attraverso la “misericodia” e la “cura pastorale”, come se la “dottrina” non fosse già pastorale.

La famiglia è il centro dell’attacco che parte dall’esterno della Chiesa ed oggi viene ampiamente condiviso dalla Chiesa stessa. Sarà questo uno degli elementi centrali del breve pontificato di Francesco. Il prossimo, ad esempio, potrà occuparsi del celibato dei sacerdoti. Ma perché – vi domanderete – parlo di un pontificato “breve”? Perché è ormai una voce sempre più fondata quella che pone la scadenza del pontificato di Francesco nell’anno 2017, nel corso dell’ottantesimo compleanno di Bergoglio. D’altro canto non fu il Cardinal Hummes ad annunciare a Tornielli poco prima del Conclave dello scorso anno: “Basterebbero quattro anni di Bergoglio per cambiare le cose”? E non è stato lo stesso Bergoglio ad annunciare a De Bortoli che di “papi emeriti” ce ne saranno altri nel futuro?

Ebbene, il primo anno è già passato. Non sappiamo cosa accadrà nei prossimi tre, possiamo tuttavia con adeguata certezza affermare che la Chiesa cambierà volto. O più semplicemente imploderà. Le forze centrifughe di Bergoglio e compagni non hanno infatti fatto ancora i conti con l’episcopato mondiale e con i sacerdoti, ossia con l’oggetto principale degli strali quotidiani del Papa. Un Papa che ogni giorno demolisce la Chiesa invece di proteggerla, che pone se stesso come unico modello cui conformarsi – implicitamente – mentre il resto della cattolicità sarebbe più opportunamente da revisionare se non proprio da rottamare. Che sostiene di non essere nessuno per giudicare un peccatore, ma nella realtà tuona ogni giorno contro certi suoi fantasmi di vita cattolica che si sente pienamente autorizzato a disprezzare o condannare. E le progressive aperture ai divorziati risposati, ai conviventi, e a tutte le categorie che vanno sotto il nome di “periferie esistenziali”, finiranno per accrescere lo iato fra un Papa amato dalla gente perché dice ciò che la gente vuol sentirsi dire (“fate quel che vi pare, tanto io non vi giudico, non vi condanno, non vi ordino nulla!”), e un clero sempre più sull’orlo di una crisi di nervi, perché lasciato scoperto dinanzi ad un aggiornamento che sembra denunciare la presunta “ipocrisia” e il presunto “farisaismo” della Chiesa di ieri. Questa implosione che tecnicamente definirei apostasia si esplicherà in tempi forse neppure così lunghi. Non coinciderà certo con la fine della Chiesa, perché basteranno anche poche fiammelle a mantenere acceso e vivo il Corpo Mistico, tuttavia verranno minati tutti gli elementi chiave del Cattolicesimo: dal ministero petrino alla morale sessuale, ai sacramenti. Tutto è destinato a trascolorare in un vago quanto provvisorio miscuglio.

Questa, si badi, non è una analisi disfattista, ma una semplice constatazione dei fatti. A noi non resta che pregare e continuare a vivere quanto più possibile da cattolici, cercando sempre più di disinteressarci ai fatti papali o vaticani in genere. Ne va della nostra fede!

© FIDES ET FORMA

I nuovi inquisitori contro Ratzinger. Ricomincia l’autodemolizione della Chiesa

di Antonio Socci (26/01/2014)

Ci sono stati grandi papi il cui pontificato è stato praticamente affossato dagli errori degli ecclesiastici del loro entourage. Anche per papa Francesco si presenta questo rischio. Sconcertano infatti episodi, decisioni e “sparate” di alcuni prelati, penso al cardinale Maradiaga e al cardinale Braz de Aviz, che si sentono così potenti in Vaticano da usare il bastone sia contro il Prefetto dell’ex S. Uffizio Müller, sia contro i Francescani dell’Immacolata.

CONTRO BENEDETTO

I bersagli delle loro “randellate” (assestate ovviamente in nome della misericordia) sono coloro che, a diverso titolo, vengono individuati come paladini dell’ortodossia cattolica e che hanno avuto a che fare con papa Benedetto XVI. Il vero bersaglio infatti sembra proprio lui, “reo” di tante cose, dalla storica condanna della teologia della liberazione, alla difesa della retta dottrina, al Motu proprio sulla liturgia. Il cardinale Oscar Maradiaga è arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, diocesi in decadenza. Ma il prelato, che gira per i palcoscenici mediatici del mondo, nei giorni scorsi ha fatto clamore per una sua intervista a un giornale tedesco dove – fra corbellerie new age e banalità terzomondiste – ha attaccato pubblicamente il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Müller, a cui il papa ha appena dato la porpora cardinalizia. Un fatto clamoroso, anche perché Maradiaga è il capo della commissione che dovrebbe riformare la Curia. Cosa era accaduto? Müller, chiamato a quell’incarico da Benedetto XVI e confermato da Francesco, nei mesi scorsi aveva ribadito che – pur cercando nuove vie pastorali (già indicate anche da Benedetto XVI) – il prossimo sinodo sulla famiglia non può sovvertire, con “un falso richiamo alla misericordia”, la legge di Dio sulla famiglia uomo-donna, affermata da Gesù nel Vangelo e sempre insegnata dalla Chiesa.

MARADIAGA SHOW

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Müller, che era già stato attaccato personalmente da Hans Küng, è stato liquidato da Maradiaga con queste parole: “È un tedesco e per giunta un professore di teologia tedesco. Nella sua mentalità c’è solo il vero e il falso. Basta. Io però rispondo: fratello mio, il mondo non è così, tu dovresti essere un po’ flessibile”. Parole che hanno scandalizzato molti fedeli. Anzitutto perché l’accenno polemico al “professore di teologia tedesco” fa pensare inevitabilmente che il bersaglio fosse Benedetto XVI, che chiamò Müller a quell’incarico. Poi perché è del tutto irrituale un attacco pubblico fra cardinali, come se Müller fosse lì a sostenere una sua teologia personale e non l’insegnamento costante della Chiesa e di tutti i papi. Infine Maradiaga – secondo cui sarebbe sbagliato vagliare la realtà in termini di vero e di falso – dimentica che Gesù Cristo nel Vangelo dette questo preciso comandamento: “il vostro parlare sia sì (se è) sì e no (se è) no. Il di più viene dal Maligno” (Mt 5,37). Maradiaga preferisce quel “di più” all’annuncio della Verità? Sui temi della famiglia, su cui c’è un’offensiva ideologica simile a quella marxista degli anni Settanta, diversi ecclesiastici sono pronti – proprio come allora – a calare le braghe. E lo fanno anche con i sofismi di Maradiaga, il quale dice che le parole di Gesù sul matrimonio sono vincolanti, sì, “però si possono interpretare” e siccome oggi ci sono tante nuove situazioni di convivenza occorrono “risposte che non possono più fondarsi sull’autoritarismo e il moralismo”. Questa frase da sola liquida tutto il Magistero della Chiesa: evidentemente per Maradiaga era autoritario e moralista anche Gesù, che si espresse con tanta nettezza.  Ma che significa chiedere “più cura pastorale che dottrina”? Ogni grande pastore, da S. Ambrogio a S. Carlo, da don Bosco a padre Pio, è stato un paladino della dottrina. Maradiaga dice che occorrono sulla famiglia “risposte adatte al mondo di oggi”. Sono frasi vuote e allusive che alimentano confusione e dubbi. È il tipico modo, che oggi dilaga nella Chiesa, di sollevare domande senza fornire risposte. A tal proposito san Tommaso d’Aquino si espresse così: «Ebbene costoro sono falsi profeti , o falsi dottori, in quanto sollevare un dubbio e non risolverlo è lo stesso che concederlo» (Sermone Attendite a falsis prophetis). Oggi c’è chi, nella Chiesa, alle parole di Gesù riportate nel Vangelo preferisce il famoso questionario relativo al Sinodo, che è stato mandato a tutte le diocesi del mondo e viene presentato da taluno come un sondaggio, come se la Verità rivelata dovesse essere sostituita dalle più diverse opinioni.

AUTODEMOLIZIONE

Anche questo ci riporta agli anni Settanta, quando Paolo VI denunciava allarmato: «Così la verità cristiana subisce oggi scosse e crisi paurose. Insofferenti dell’insegnamento del magistero (…) v’è chi cerca una fede facile vuotandola, la fede integra e vera, di quelle verità, che non sembrano accettabili dalla mentalità moderna, e scegliendo a proprio talento una qualche verità ritenuta ammissibile; altri cerca una fede nuova, specialmente circa la Chiesa, tentando di conformarla alle idee della sociologia moderna e della storia profana». È come spazzar via di colpo i pontificati di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI per tornare ai cupi anni Settanta, all’autodemolizione della Chiesa (come la definì Paolo VI). Non è un rinnovamento, ma il ritorno del vecchio più rovinoso.

LA VERGOGNA

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Un altro episodio di autodemolizione della Chiesa è la persecuzione dei Francescani dell’Immacolata, una delle famiglie religiose più ortodosse, più vive (piene di vocazioni), più ascetiche e missionarie. Ma alla quale – come ho già scritto su queste colonne – non è stata perdonata la zelante fedeltà a Benedetto XVI, a cominciare dal suo Motu proprio sulla liturgia.
Il rovesciamento delle parti è clamoroso. Infatti sul banco degli accusati ci sono dei cattolici ubbidienti e nella parte dell’inquisitore c’è il cardinale brasiliano João Braz de Aviz che, in una lunga intervista, ha avuto nostalgiche parole di elogio per la disastrosa stagione della Teologia della liberazione, fregandosene della condanna di Ratzinger e Giovanni Paolo II. Braz de Aviz confessò tranquillamente che – in quegli anni – era pronto anche a lasciare il seminario per quelle idee sociali. Però ha fatto carriera. Oggi è a capo della Congregazione per i religiosi, lui che non è nemmeno un religioso. Il prelato, che si proclama molto amico della Comunità di S. Egidio, ha una strana idea del dialogo che – per lui – vale verso tutti, meno che verso i cattolici più fedeli al Magistero. Quando era arcivescovo di Brasilia partecipò tranquillamente fra i relatori a un convegno del “Forum Espiritual Mondial” con l’ex frate Leonardo Boff, leader della teologia della liberazione, Nestor Masotti, presidente della Federazione Spiritista Brasiliana, Ricardo Lindemann, presidente della Società Teosofica in Brasile e Hélio Pereira Leite, Gran Maestro del Grande Oriente. Appena arrivato a capo della Congregazione per i religiosi ha subito iniziato il dialogo con le “vivaci” congregazioni religiose femminili degli Stati Uniti che tanto filo da torcere dettero a Benedetto XVI. Braz ha fatto una specie di critica alla Santa Sede: “abbiamo ricominciato ad ascoltare… Senza condanne preventive”. Invece i Francescani dell’Immacolata, che non hanno mai dato alcun problema, non sono mai stati da lui chiamati e ascoltati. La condanna preventiva contro di loro c’è stata e pesante.Curioso, no? Giorni fa Vatican Insider titolava: “In Italia ci sono sempre meno frati e suore”. Credete che Braz de Aviz si preoccupi di questo? Nient’affatto. Pensa a punire uno dei pochi ordini le cui vocazioni aumentano. Sul primo numero di Jesus del 2014 si fa un monumento a Vito Mancuso, noto per negare “circa una dozzina di dogmi” (come scrisse La Civiltà cattolica). Ma state certi che nessuno farà obiezione ai paolini. Invece vengono repressi i Francescani dell’Immacolata per averli difesi i dogmi della Chiesa. L’autodemolizione è ripresa con forza.

© LIBERO