A Dio spiacente e a’ nemici sui

di Federico Catani, da Campari e de Maistre (25/06/2012)

Circa un anno fa, ebbi l’incoscienza di pubblicare un post di successo in cui festeggiavo la fine dell’era Tettamanzi a Milano e la nomina di un nuovo cardinale, Angelo Scola. Pur sapendo bene che l’ex Patriarca di Venezia non era certamente San Carlo Borromeo o il beato Ildefonso Schuster, gioii, insieme a molti altri, perché sulla Cattedra di Sant’Ambrogio tornava a sedere un vescovo cattolico o almeno filo-cattolico. Mi sono sbagliato. Dicono che riconoscere i propri errori è segno di onestà intellettuale e io lo faccio, mi batto il petto e recito il Confiteor: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Il motivo di questa presa di distanza dall’arcivescovo meneghino? La lettera scritta da don Julian Carròn, successore di don Luigi Giussani alla guida di Comunione e Liberazione, pubblicata indebitamente da Gianluigi Nuzzi nel suo Sua Santità e poi ripresa dal Fatto quotidiano.

Premettendo che non ho particolari simpatie per il mondo ciellino (le ho nutrite, in linea del tutto teorica, nella mia adolescenza, ma ora ho superato quel momento), bisogna rilevare che la missiva inviata da Carròn al nunzio in Italia in occasione delle consultazioni svoltesi per decidere chi nominare come pastore della diocesi di Milano dopo Tettamanzi è di una chiarezza cristallina e condivisibilissima, un vero atto di amore alla verità e alla Chiesa. Scorrendo la lettera, chi ha a cuore la dottrina cattolica non può non rimanere piacevolmente colpito da quanto scrive il leader di Cl. Don Carròn evidenzia tutte le falle dell’era martinian-tettamanziana e chiede una netta operazione di discontinuità col passato. Sotto i cardinali Martini e Tettamanzi l’arcidiocesi di Milano si è spesso distaccata dal Magistero pontificio, ha strizzato l’occhio alla sinistra, si è occupata di sociologia più che di Cristo, ha visto calare drammaticamente le vocazioni, ha preso iniziative in campo culturale, pastorale e liturgico di dubbia ortodossia, seminando confusione tra i fedeli, già sbandati di loro. Insomma, don Carròn non l’ha mandata a dire: ha messo a nudo una situazione catastrofica, di cui peraltro chiunque non abbia gli occhi foderati di prosciutto si è reso conto. Proprio per questo ha indicato come arcivescovo adatto a cambiare lo status quo proprio il cardinale Angelo Scola.

Ma, ironia della sorte, proprio Scola, quello Scola vicino a Cl e considerato “di destra”, ha bacchettato don Carròn, prendendo le distanze dalla sua lettera confidenziale. Il fatto è avvenuto l’8 giugno di fronte al consiglio presbiterale. Il porporato ha sostanzialmente spalleggiato i 550 firmatari di un documento contro le prese di posizione del capo di Comunione e Liberazione e i membri di Noi siamo Chiesa, che pure avevano criticato Carròn, proprio perché li pungeva sul vivo. “Quello che penso e la stima che ho per i miei due predecessori – ha dichiarato Scola – l’ho detto in più occasioni e l’ho ribadito nei giorni scorsi, davanti al Santo Padre. Se c’è qualcuno che la pensa diversamente, dovrà dare chiarimenti”. Insomma, anziché denunciare lo stato pietoso dell’arcidiocesi di Milano e annunciare la restaurazione della retta dottrina cattolica, il cardinale Scola ha dato ragione ai ribelli, agli eretici, ai lupi che stanno nell’ovile per disperdere le pecore. La porpora sta a significare che si è pronti, per Cristo, a sacrificare la vita usque ad effusionem sanguinis. A nemmeno un anno dall’insediamento, Scola ha iniziato proprio bene. Per accattivarsi le simpatie del mondo politically correct e per farsi perdonare l’essere stato ciellino, amico di Formigoni e etichettato come vescovo di centro-destra, l’arcivescovo di Milano è sceso a patti col nemico. Ma non si illuda: i cattivi continueranno ad odiarlo lo stesso e a usarlo strumentalmente. Col risultato che i buoni si allontaneranno da lui. Insomma, il rischio che corre Scola è di essere, citando Dante “a Dio spiacente e a’ nemici sui” (Inf. III, 63).