Dopo i porno-funerali di Gallo, autopsia di una Chiesa suicida, nella persona di Bagnasco Angelo

I terrificanti funerali di Andrea Gallo: è difficile invitare alla vergogna Angelo Bagnasco quando assieme alla vergogna certi vescovi hanno smarrito ormai il senso del ridicolo. Dopo che il Gallo ha cantato (Bella ciao), tradimento, passione e morte della Sposa di Cristo. Mentre Cristo è di nuovo da solo nel Getzemani a sudare sangue, i suoi discepoli (Bagnasco&colleghi), che avrebbero dovuto vegliarlo, si sono addormentati nel sonno della ragione e degli inetti.

Dopo i porno-funerali di Gallo, autopsia di una Chiesa suicida, nella persona di Bagnasco Angelo

L’addio a don Gallo è il trionfo di Sodoma

di Federico Catani (25/05/2013)

I funerali di don Andrea Gallo rappresentano la goccia che ha fatto traboccare il vaso della mia pazienza. Accade sempre così. Sono come una pentola a pressione. Per un po’ di tempo borbotto, ma resto tutto sommato tranquillo. Poi, a un certo punto, quando la fiamma del gas si alza troppo, esplodo. Vedere in rete le esequie di quella specie di prete chiamato don Gallo ha fatto sorgere in me una gran rabbia. Spero che il mio sia solo santo zelo per la Casa di Dio, sull’esempio di Sant’Elia profeta, ma non posso escludere qualche componente peccaminosa. Me la vedrò col confessore, non preoccupatevi. 

Ebbene, non so se vi siete resi conto di cosa è accaduto in quel di Genova nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di un papa con gli attributi, s. Gregorio VII, che non aveva paura di chiamare bene il bene e male il male, sino a pagare l’amore alla verità con l’esilio. Il contesto è la morte di Andrea Gallo, comunista di professione, sacerdote cattolico (?) per hobby. Lo scenario è la chiesa del Carmine. Ad officiare il funerale il cardinale arcivescovo Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Cosa è successo? Di tutto. Tutto ciò che cozza col cattolicesimo è avvenuto alla presenza e con il tacito assenso del capo dei vescovi italiani. Dalla bandiera omosessualista della pace sul feretro al canto di “Bella ciao” all’uscita dalla chiesa, dai pugni chiusi alzati, agli interventi sull’ambone del trans Vladimir Luxuria (che ha pure ricevuto la Comunione), cioè Gesù in Corpo, Sangue, Anima e Divinità!) e di quell’altro prete a mezzo servizio che è don Luigi Ciotti. Poi i fischi al cardinale. Fischi cui io, in tutta sincerità e con un po’ di maleducazione, mi sarei accodato, perché è vero che un vescovo deve celebrare le esequie di un suo sacerdote, ma è pur vero che questa situazione non doveva crearsi, in quanto quella specie di prete avrebbe dovuto essere sospesa a divinis o scomunicata anni e anni fa.

Non voglio parlare di don Gallo: l’hanno fatto egregiamente Andrea Virga e Alessandro Rico. Sappiamo tutti chi fosse. E proprio perché tutti siamo a conoscenza del suo pensiero, non possiamo non meravigliarci dell’atteggiamento assunto dalla gerarchia nei suoi confronti. Non si è mai fatto nulla per tenerlo a bada. Nulla per silenziarlo. Nulla per correggerlo e punirlo. Nulla. Questa è, infatti, la Chiesa del nulla. E una Chiesa così, incapace di difendere se stessa e l’insegnamento che le ha lasciato Nostro Signore Gesù Cristo, merita solo di scomparire, di essere decimata, di essere perseguitata. Una Chiesa che tace per non scontentare il mondo ha tradito la sua missione. Una Chiesa che dà la Comunione, ovvero quanto c’è di più sacro, a pubblici peccatori, preferendo gli applausi al rispetto verso il Preziosissimo Sangue di Cristo e il suo Sacratissimo Cuore trafitto, merita il castigo. Parlo, ovviamente, della componente umana. So benissimo che la Chiesa non è la somma dei suoi uomini e so pure altrettanto bene che pastori santi ve ne sono. Ma serve una catarsi generale, che colpisca anche i buoni, anche noi che stiamo qui a scrivere comodamente seduti davanti al pc e che proprio buoni non siamo. Senza purificazione non si cambierà rotta. E la rotta che stiamo seguendo adesso porta dritto dritto al precipizio. Anzi, forse già siamo caduti nel baratro più oscuro e profondo. 

Che vescovi sono quelli che consentono e celebrano un funerale come quello di don Gallo? Che pastori sono quelli che tollerano l’errore e, anzi, spesso lo incoraggiano? Che esempio danno il card. Bagnasco e i suoi confratelli nell’episcopato quando non difendono le pecore e gli agnelli loro affidati, ma permettono che si perdano all’inferno? Ditemelo voi, perché io non ho risposte umane. Posso solo pensare ad un accecamento luciferino, al colpo da maestro di Satana, all’impero delle tenebre che ha preso il sopravvento. E’ forse normale sentire la Cei cianciare di tutto, dall’Imu al Pil, dalla legge elettorale alla coesione tra le forze politiche e non udirla spendere una parola, anche una sola mezza parola, sugli atti blasfemi, più o meno espliciti, che si susseguono continuamente in Italia e nel mondo? Parliamo di blasfemie, dunque di azioni lesive non tanto della dignità dei credenti, che in genere se ne fregano, essendo ignoranti e smidollati, quanto piuttosto dei diritti e dell’onore di Dio. Su quel fallito che ha fatto la parodia della consacrazione eucaristica al “concertone” del primo maggio si è pronunciato solo il cardinale vicario di Roma Agostino Vallini. Sull’arrivo nelle sale italiane del film “Le streghe di Salem”, invece, ha inveito solo il coraggioso mons. Luigi Negri, che potremmo definire il “leone di Ferrara”. Prese di posizione lodevolissime, ma isolate. Per il resto, i vescovi hanno taciuto, vilmente taciuto. E così tacciono su moltissimi altri problemi riguardanti la fede, comprese le posizioni di don Gallo.

Non è più possibile tollerare simili comportamenti. Non è più possibile trovarsi con pastori che agiscono da lupi rapaci, in grado solo di essere forti coi deboli e deboli coi forti. Non è più possibile vedere la Chiesa asservita al principe di questo mondo. Basta! Invochiamo il ritorno di uno, dieci, cento Savonarola per scuotere le coscienze assopite e le anime intorpidite e marcescenti. Se la situazione è quella che è, se tutto crolla, se la nostra civiltà è putrida e in decadenza, la colpa è anche nostra. Noi cattolici, laici e clero, non sappiamo opporci al dilagare del male, non vogliamo impugnare le armi (in tutti i sensi, se necessario) per fermare il nemico, non siamo in grado di riformare noi stessi. Siamo tutti inebetiti, drogati da 50 anni di Concilio Vaticano II e da 100 anni di modernismo. Se non capiamo questo e non corriamo ai ripari, è inutile lamentarsi e stracciasi le vesti per l’aborto, l’eutanasia, il mancato finanziamento alle scuole paritarie e i matrimoni gay. 

Sì, i matrimoni gay, l’ultima trovata delle nostre istituzioni, il ritorno di Sodoma nella nostra epoca, l’ennesima vittoria del dragone rosso a sette teste e dieci corna di cui parla l’Apocalisse. Quei matrimoni gay che tanto sarebbero piaciuti a don Gallo e che certo non disdegna don Ciotti, entrambi preti coccolati e vezzeggiati da Sua Eminenza il cardinale Angelo Bagnasco, capo dei vescovi italiani. Ecco la tragicità del momento presente, ecco il capolinea cui siamo giunti: la Chiesa loda e protegge chi difende la pratica dell’omosessualità. In ultima istanza, essendo la questione gay solo la punta dell’iceberg, la Chiesa difende i suoi stessi nemici, i nemici di Cristo, coloro che lottano per distruggere il Cattolicesimo. Pertanto, sembra del tutto evidente che qui non finisce perché si fanno i matrimoni gay. Qui si fanno i matrimoni gay proprio perché è finita.

Muore don Gallo, il prete rosso che scambiò la Chiesa per una piazza

Dai cortei con i centri sociali alle crociate antiproibizioniste, se ne va il cappellano dell’ultrasinistra amato anche dai salotti radical chic.

di Massimiliano Lussana (23/05/2013)

Cercando in archivio fotografie di don Gallo, ce ne sono centinaia in cui saluta pubblici con il pugno chiuso, sventola bandiere rosse, guida manifestazioni di centri sociali, fa il capopolo di popoli della Fiom, incorona politici di tutti i partiti. Purché, ovviamente, quei partiti siano di sinistra, meglio se con falci e martelli assortiti nel simbolo.

E non è un caso se, appena si è diffusa la notizia della morte di don Andrea, le agenzie di stampa sono state invase da decine e decine di dichiarazioni di politici di sinistra, di tutte le sinistre, dalla Cgil a Giuliano Pisapia, da Antonio Di Pietro a Claudio Burlando, dai Verdi agli esponenti della sinistra antagonista dura e pura, dalle associazioni gay al mondo degli artisti alternativi, da Nichi Vendola all’alto dei cieli del mondo antiproibizionista sulle droghe. Quasi tutti anticlericali, moltissimi atei, nessuno in prima linea nella difesa dei «valori non negoziabili». Unica eccezione l’ex governatore della Liguria Sandro Biasotti, unico parlamentare del Pdl ligure. Che però lo ricorda come suo insegnante dai salesiani a Varazze, non per una qualche predicazione politica.

Ed è quasi surreale che la prima reazione alla morte di don Andrea dove si parla di questioni in qualche modo teologiche, citando don Gallo come «ricchezza della Chiesa», sia quella dell’alleanatore del Genoa Davide Ballardini. Che era amico di don Andrea, al punto da essere stato l’ultimo a incontrarlo pubblicamente, vedendosi dedicare un tweet sull’attivissimo profilo del sacerdote. Ma, per l’appunto, Ballardini non è propriamente un teologo. Per il resto, dal mondo della Chiesa, a fronte di centinaia e centinaia di politici, solo due reazioni, di quelle che ti aspetti: don Vinicio Albanesi e don Luigi Ciotti, quel mondo lì.

Allo stesso modo, sempre cercando in archivio, è stato difficilissimo trovare fotografie di don Andrea nei panni di sacerdote tradizionale. Tantissimi pugni chiusi, pochi segni della croce. Addirittura, le celebrazioni nella sua parrocchia della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, che si concludevano con un Bella ciao che sostituiva il «Ite missa est». Oppure, la messa in suffragio di Ugo Chavez, dipinto come un benefattore dell’umanità, che non è propriamente la posizione di Papa Francesco.

Insomma, una specie di cappellano della sinistra più dura e pura. Celebrato dalle immagini sui palchi del G8 genovese e post G8 in compagnia degli immancabili sigaro-Manu Chao-pugno chiuso, quasi un pantheon ulteriore, una seconda trinità laica, della particolarissima religione di don Gallo. Che pure è sempre stato attentissimo anche a coltivare buoni rapporti con le gerarchie, a tirare la corda moltissimo, ma anche a non spezzarla. Con una simpatia personale e un’umanità di fondo che gli riconoscevano anche i critici più severi. E che, in qualche modo, lo rendeva molto più pericoloso, senza quella carica urtante, ad esempio, dell’altro prete rosso genovese, don Paolo Farinella.

Tanto per dire, anche grazie all’attività della sua comunità di recupero, don Andrea è sempre andato d’accordo con i cardinaloni che si sono succeduti a Genova. E se con Dionigi Tettamanzi gli veniva anche abbastanza naturale, con Tarcisio Bertone – che nell’iconografia tradizionale del parlamentino ecclesiastico sarebbe stato seduto dall’altra parte degli scranni – i rapporti erano addirittura idilliaci. Salesiani entrambi, qualcosa di più forte della politica. E anche uno strenuo difensore dei valori non negoziabili come Angelo Bagnasco l’ha sempre difeso. Anche se, ad esempio sulle coppie di fatto, dicevano esattamente il contrario.

Perché lì sta la chiave di don Gallo. «Prete degli ultimi», ma anche contemporaneamente prete amico di alcuni potenti, amatissimo dalla Genova borghese e ricca che è la base sociale della città: cuore a sinistra e portafoglio a destra. È l’immagine dell’inaugurazione di Eataly al Porto Antico che lo immortalava insieme a Oscar Farinetti, Claudio Burlando e Gino Paoli che – calice di rosso (ça va sans dire) alla mano – cantavano la solita Bella ciao con il solito pugno chiuso.

Il prete comunista più comunista di tutti – con l’antifascismo e l’antiberlusconismo come fari, con continue dichiarazioni in questo senso, molte pure sgradevoli – in politica era un democristianone doc. Nel modo di fare politica, intendo. Di sinistra estrema, ma comunque, attentissimo a non scontentare le altre sinistre. Basti pensare, ad esempio, al fatto che per la chiusura dell’ultima campagna elettorale se lo sono contesi Sel (che è il suo partito di riferimento, con una solidissima amicizia con Nichi Vendola), il Pd, ma anche il MoVimento Cinque Stelle, nei confronti del quale era stato identificato dalla sinistra tradizionale come uno dei mediatori nella trattativa per arrivare al possibile «governo di cambiamento».

Ma per quello, probabilmente, ci sarebbe voluto un miracolo per cui don Gallo non era attrezzato. Roba da mano celeste, non da Manu Chao.

 

Don Andrea Gallo – L’ERESIARCA INTOCCABILE

Qualche giorno fa, leggevo la notizia che Padre Manca, sacerdote sardo divenuto famoso per aver interrotto un comizio di Beppe Grillo ad Alghero, è stato bacchettato dal vescovo. Il motivo? “Ha fatto un intervento fuori luogo, ha voluto mettere sé stesso al primo posto e non la testimonianza evangelica”. 

Quanta cura da parte di questi vescovi per i propri sottoposti, tanto che un loro minimo pubblico errore viene subito ripreso con zelo e fermezza! Ammirabile, davvero, se non mi fosse venuto in mente un altro prelato, molto più famoso di Padre Manco. 

Il suo nome è don Andrea Gallo. Dice di essere un prete di strada, che accoglie gli ultimi, soprattutto prostitute e transessuali, e li aiuta a riprendere dignità umana. Ovviamente nulla da ridire su questo, anzi il coraggio è da vendere, l’esempio è mirabile. Anche Gesù frequentava prostitute e pubblicani, e a chi lo rimproverava rispondeva tosto: “Non i sani, ma i malati hanno bisogno del medico”. 

Gesù Cristo è il Medico delle anime nostre. Lui solo ha la Medicina per la nostra salvezza, e questa Medicina si chiama Eucarestia. Il compito di noi Suoi servi, soprattutto se consacrati nella vita religiosa, è quello di portare la luce di Gesù ai nostri fratelli. Dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare i malati e i carcerati, tutte queste sono pie opere di misericordia che vanno lodate e incoraggiate, ma a fianco ad esse la Chiesa ha sempre posto le cosiddette opere di misericordia spirituale, tra le quali ci sono l’insegnare agli ignoranti e l’ammonire i peccatori. Dopotutto, questo era l’operato di Gesù. Egli, dopo aver sanato il paralitico, lo ritrovò nel tempio a lodare Dio e lo ammonì: “Ecco che sei guarito; non peccare più, affinché non ti accada qualcosa di peggio”. Quel peggio a cui Gesù alludeva non era una ennesima malattia corporale, ma la morte spirituale, l’eterna condanna dell’Inferno. 

A cosa giova dunque aiutare il fratello, se gonfi di relativismo non li esortiamo ad imboccare la “porta stretta”, la Via che la Chiesa magistralmente insegna da due millenni? A nulla. Muore l’anima, e con essa perirà il corpo nel Giudizio Finale.

Quali sono gli insegnamenti di don Andrea Gallo? Perché ha più seguaci fuori dalla Chiesa che dentro? E’ presto detto. Il suo è un vangelo stravolto, la sua è una lotta personale ed egocentrica per la “Chiesa che vorrei”, non per la Chiesa che Dio vuole. Sacerdoti come lui ce ne sono molti, ma nessuno li riprende, nessuno li scomunica. Perché l’arcivescovo di Genova, Angelo cardinal Bagnasco, nulla fa contro l’insegnamento eresiarca di questo sacerdote? Qualche giorno fa, l’ultima bestemmia di don Gallo: “Sono sicuro che tra gli apostoli almeno cinque erano gay”. Ma sa di cosa sta parlando? “Problema gay? E’ il vostro problema, siete indietro di 500 anni, prigionieri di una morbosità”. Morbosità, don Gallo? Magari vorrebbe pure attaccare Benedetto XVI, se già non l’ha fatto, e tutti i suoi predecessori, fino a Pietro. Difendere la famiglia naturale non è morbosità, caro don Andrea Gallo: è civiltà. 

Sulla sua pagina Facebook, scrisse: “Il partito che oggi voterei è SeL”, il partito di Nichi Vendola. Aiutare prostitute lesbiche, transessuali e gigolò gay per strada non significa giustificare i loro atti. L’uomo di Dio li accoglie, certamente, ma ridà loro la dignità di uomini e donne autentici, liberi. 

Don Andrea Gallo se ne “frega” sommamente (passatemi l’espressione) del Magistero della Chiesa e di Gesù Cristo. Lo si capisce quando afferma: “L’omosessualità è un dono di Dio, nei quattro vangeli infatti non c’è nemmeno una parola di condanna a riguardo”. Addirittura ha auspicato un papa gay. E’ strano che un sacerdote non sappia che Cristo non è venuto ad abolire la Legge e i Profeti, ossia l’Antico Testamento, ma a darne compimento, tutto ciò di cui Gesù non parla è già contenuto nell’Antico Testamento, divinamente ispirato per la Chiesa come il Nuovo. E l’omosessualità è condannata, come tutte le deviazioni sessuali.

Capisco che usare oggi simili affermazioni può scandalizzare od offendere il buon senso della gente comune. Nessuno vuol sentirsi dire che “gli omosessuali sono deviati” o “contro natura”: eppure, non è l’orientamento sessuale che fa la persona. Sarebbe un po’ riduttivo, non credete? La sessualità umana è complessa, facilmente può deviare l’oggetto naturale e complementare del desiderio, ossia il partner del sesso opposto, verso altri surrogati psicologici, se traviati da traumi più o meno inconsci.

La propaganda omosessualista che fa della persona gay una icona, concorre al progetto massonico di distruzione morale della società e della famiglia. Senza famiglia, l’uomo rimane privo dell’istituzione fondamentale e il potente di turno diviene il nuovo grande padre a cui rivolgersi. Numerosi omosessuali dichiarati nel mondo si dichiarano contrari ai matrimoni gay, all’omoparentalità, alla normalizzazione di una devianza psicosessuale. Lo ribadiamo: l’uomo non è il suo orientamento sessuale. 

Don Andrea Gallo definisce il Vaticano “un nascondiglio dorato”. Anche lui che cade nella ridicola retorica della ricchezza ecclesiastica? Anche lui crede alla leggenda nera del famigerato anello papale in grado di sfamare mezza Africa e alle scarpe di Prada che non ci sono? Tra i Dodici Apostoli, solo uno era mosso da una ipocrita coscienza sociale, come la chiamerebbero oggi i cattocomunisti, e questi era Giuda Iscariota. Quando Maria di Betania corse ai piedi di Gesù e chinandosi aprì un prezioso barattolo di unguento e li lavò, Giuda, indignato, esclamò: “Maestro, non possiamo vendere il profumo e ricavarne denaro da dare ai poveri?”. E Gesù prontamente lo riprese: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. Bella anche l’annotazione dell’evangelista: “Questo [Giuda] disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro”.

Andrea Gallo, “cane randagio con la rabbia”

di Piero Nicola

Don Andrea Gallo, Come un cane in chiesa – Il Vangelo respira solo nelle strade, Ed. Piemme. Me l’ha regalato un amico di famiglia, forse conoscendomi poco, forse per scherzo. L’avevo buttato là, in attesa di eliminarlo. Ma un altro amico che dovrebbe conoscermi meglio, e che ha ricevuto lo stesso dono nel medesimo scambio di regalucci natalizi, mi ha consigliato di leggere il libello del parroco genovese noto per le sue… stravaganze: ci avrei trovato delle proteste che mi appartenevano, che avrei condiviso.

Così l’interesse suscitato ha potuto più del criterio.

“Le parole di Gesù sono sovversive, indomabili, rivoluzionarie […] Mi ritengo un partigiano del Vangelo […] Proprio in virtù del Vangelo che amo, mi permetto talvolta di fare un po’ il ribelle […] per richiamare […] a un ascolto più attento del messaggio universale dell’uomo [u minuscola] di Nazareth”.

Fin da principio e senza volerlo, l’autore svela la sua parzialità, che porta all’omissione e diventa radice dell’errore: “Ho scelto […] le pagine più radicali e scandalose dei quattro Vangeli, quelle […] a cui mi aggrappo da sempre”.

Quindi ci informa che sta “portando in giro per i teatri d’Italia uno spettacolo su Girolamo Savonarola” intitolato Io non taccio. “Dopo tante repliche, il grande frate predicatore mi è entrato nella pelle e mi sento anch’io un po’ come lui: un ‘cane in chiesa’”.

Sorvolo sulla Chiesa intesa soprattutto come ecclesia “assemblea del popolo di Dio che dà voce a tutti i suoi componenti”, talché: nessuna “remissività di fronte al potere, compreso quello ecclesiastico”, se la coscienza comanda di opporsi ad esso.

Il libro è impostato su dodici citazioni di insegnamenti del Messia, posti in testa ad altrettanti capitoli. Il primo reca la dicitura Il giorno del giudizio.

Cristo discrimina le pecore dai capri, secondo che abbiano soccorso gli affamati, i forestieri, gli ignudi, gli infermi, i carcerati, oppure no. Tutto bene. È lo spunto per biasimare “una certa concezione edulcorata e buonista del cristianesimo”. D’accordo. Finché don Gallo lamenta che ci si ostini “a presentarci Gesù uomo bello, alto, biondo e con gli occhi azzurri”. Ma che c’è di male, dico io? Invece, a sentir lui, Egli poteva assomigliare a Gandhi, poteva essere uno zoppo.

Poche righe, e siamo al centro della morale cattolica. Una volta fustigata la “sorta di reverenza bigotta” non contemplata dal Vangelo, egli sostiene che “le parole di Gesù […] maledicono tutti coloro che non lavorano per la giustizia sociale e il bene comune […] Gesù si scaglia contro gli indifferenti, i menefreghisti, gli operatori di iniquità. Li chiama maledetti”.

Tutto abbastanza esatto. Ciononostante la confusione ha preso l’avvio. Per il fedele il dovere della carità è affatto diverso dal dovere, bensì caritatevole, di chi esercita una responsabilità inerente il “bene comune”. La Scrittura, con San Paolo, lo dice a chiare lettere: le potestà civili (ma anche quelle della Società gerarchica avente il vertice Pietro), disposte da Dio, hanno il compito di provvedere l’ordine sociale. Ne consegue che i reggitori, come tali, sono tenuti a una giustizia che tiene conto delle maggiori conseguenze, e non può perdonare e rimettere i debiti come spetterebbe al singolo devoto nei riguardi dei suoi fratelli. I reggitori saranno giusti davanti a Dio castigando e premiando così da beneficare l’intera comunità. Del resto, i detti e le parabole del Salvatore concordano. Il re, il padrone adottano debitamente un procedimento che non sarebbe misericordioso per l’individuo cristiano. Ed anche questi non sarà indulgente al di fuori della sfera privata. Quando la sua azione concerne la Chiesa e lo Stato, deve uniformarsi alle loro autorevoli ed eque disposizioni. Rammentiamo l’obbligo di non dar scandalo, di non prestare consenso agli eretici e a chi diffonde errori che corrompono i fratelli. Gesù crocifisso non perdona il ladrone che, a differenza dell’altro, evita di ricredersi dopo averlo oltraggiato (“Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo” Mt. 27, 44). Gli offesi, i diseredati, i sofferenti non sono per questo resi immuni o assolti dalle colpe.

Elencando le malefatte dei maledetti ipocriti, don Gallo accusa quelli che urlano contro i poveri immigrati che hanno invaso l’Italia. Eh, liquidare così questa faccenda manda fuori strada! Certo molti cattolici peccano verso di loro per mancanza di buon cuore. Ma, in generale, il fenomeno dell’immigrazione ha ben altro aspetto. Più volte, abbiamo considerato la Patria sacrosanta, sacra quasi come lo è la famiglia, e sempre riconosciuta tale dalla Chiesa; per non dire della nazione ebraica del Vecchio Testamento, dagli israeliti altrettanto difesa e conservata fino ai giorni nostri.

Di nuovo, abbiamo una priorità d’ordine civile che impone deduzioni: lo straniero venga ospitato ed, eventualmente, assimilato quale cittadino della Patria (di cui condivida storia, costumi, religione), dunque soltanto a giuste condizioni, che assicurano il rispetto di ospite o la sua sufficiente integrazione.

Questi presupposti oggi sono affatto postergati, e non ha torto l’italiano che intenda farli valere.

“Lavorare per una più equa distribuzione dei beni è una forma di culto e di rispetto nei confronti della Creazione”. “La terra avrebbe frutti in abbondanza per tutti”.

Il “culto” è dovuto a Dio e, come dulia, agli angeli e ai santi. L’osservanza morale è altra cosa. Detto questo, il necessario criterio da seguire don Gallo lo tralascia. Anzi, sottintende il socialismo condannato che distribuisce in base ai bisogni, invece del meritevole acquisto dei beni, del giusto profitto, della giusta mercede e delle provvidenze per i bisognosi: il tutto, all’occorrenza, garantito dallo Stato.

Conferma: “Questa straordinaria pagina evangelica [quella del giudizio divino che premia i caritatevoli] riafferma, fra l’altro, che siamo tutti discendenti della stessa stirpe umana, che siamo fratelli […] Quando restituiamo [sic] al prossimo il pane, la casa, la dignità, rendiamo culto e onore al genere umano, oltre che alla madre terra”.

“Chiunque compie il bene sarà salvo, anche se non ha mai sentito parlare di Dio o del Cristo”.

Siamo all’eresia (fortuna per lui che l’Autorità ecclesiastica non gli oppone formalmente la verità!). Questa proposizione ha una immediata conseguenza: si può fare il bene e salvarsi senza il Battesimo e la Grazia ricuperata con i Sacramenti. L’eccezione di chi riceve la Grazia e la conserva senza battesimo e osservanza cattolica, così che può compiere il bene salvifico, diventa la regola: quella dell’errore di Pelagio, ripetutamente condannato dalla Chiesa, e purtroppo oggi diffuso come credenza in voga.

“I cristiani si sono appropriati indebitamente di Gesù. Il suo messaggio etico di giustizia e di amore è per tutti, nessuno escluso, e ci fa crescere in umanità”.

In altri termini: i cristiani peccherebbero affermando che chi non entra nella Chiesa si perde. Inoltre, chi sta fuori potrebbe giovarsi del Vangelo ignorandovi il richiamo di Cristo a far parte del suo gregge.

“Mi rifiuto di credere che c’è un Dio-amore che manda suo figlio a salvare solo una ridotta parte dell’umanità”.

A questa asserzione e obiezione è stato risposto nei secoli dogmaticamente che si oltraggia il Signore pretendendo di dare legge alla sua infinita Sapienza e Provvidenza.

“Nessun gesto d’amore gratuito, per quanto nascosto o ignorato, andrà perduto o sarà dimenticato nell’eternità”.

Con questo boccone gettato agli ignoranti disposti ad abboccare, si getta a mare un tesoro di dottrina. Il succo sta nel catechismo: senza essere in Grazia di Dio l’uomo merita troppo poco per essere assolto e avere accesso al Purgatorio. Ma è implicito che don Gallo non vuol saperne di dogmi e di catechismo.

“Una storiellina sul mio ex cardinale di Genova, Giuseppe Siri”: Giovanni XXIII, il papa buono, va in cielo dove ci sono “buddisti, atei, musulmani, ebrei e popoli di ogni religione”, perché Dio “accoglie tutti indistintamente”. Il nuovo venuto chiede, a tale proposito, che cosa sia quella torre che si para davanti a loro. San Pietro risponde di lasciar perdere: si tratta d’una torre di avvistamento, e “tu non puoi visitarla, sei troppo vecchio, non c’è l’ascensore”. Ma il papa desidera vedere che cosa essa nasconda, e scopre “uno che gioca al pallone da solo”; riconosce in lui Giuseppe Siri, vuole salutarlo. “San Pietro gli dice: ‘Lascialo stare, è convinto di essere in Paradiso da solo’”.

A questo punto (pag. 17) chiudo il libro. Il mio tempo è contato, devo farne economia e non vado avanti.

E don Gallo di nuovo cantò… A quando provvedimenti concreti?

di Mauro Faverzani, da Corrispondenza Romana (08/11/2012)

«Pietrò negò di nuovo e subito un gallo cantò» (Gv. 18, 27). Il canto del gallo è da sempre il segnale del rinnegamento. Ed il Gallo ha cantato ancora. Don Andrea Gallo, per la precisione. È stato lui stesso a rendersi conto di avere esagerato col suo ultimo libro, Come un cane in chiesa, realizzato a quattro mani con Vauro, il vignettista convintamente di sinistra, cui ha confidato: «Questa è la volta che mi scomunicano». Il che non lo ha fermato, anzi lo ha esaltato, dimenticandosi completamente del fatto che la prudenza sia una delle quattro virtù cardinali.

Due anni fa disse di non voler più pubblicare per Mondadori, ma questo suo ultimo libro è stato edito da Piemme, che del gruppo Mondadori fa parte. Evidentemente, oltre alla prudenza, anche la coerenza a don Gallo fa difetto. Ama definirsi un «prete del Concilio», il che non rende un gran servizio al Vaticano II, da lui stesso definito «resistenza partigiana in terra vaticana».

Amico e sostenitore di molti esponenti della sinistra anche estrema, Radicali compresi, nel 2006 si fece multare, perché si appostò con lo spinello in mano presso palazzo comunale, a Genova, come forma di “disobbedienza civile”, per invocare la legalizzazione delle droghe leggere; nel 2009 partecipò al Gay Pride di Genova; nel 2011 ha ricevuto da “Gay.it” il titolo di «Personaggio gay dell’anno»; quest’anno ha presentato il primo calendario trans realizzato in Italia. Ama Savonarola, tanto da dedicarvi uno spettacolo teatrale dal titolo Io non taccio, spettacolo che sta portando in giro per l’Italia. Insomma, non occorre esser teologi, per capire come da sempre questo prete violi le più elementari norme della dottrina cattolica e calpesti manifestamente le indicazioni del Magistero tanto quanto i precetti del Catechismo e del Codice di Diritto Canonico.

Gli si potrebbe riconoscere la sola attenuante del peso dei suoi 84 anni, che ad alcuni fanno brutti scherzi: ma ha passato talmente il limite da non bastar più a giustificare l’ingiustificabile. Anche perché l’anagrafe non gli impedisce per altri versi di imperversare su Facebook e Twitter come un ragazzino chat-dipendente. Lo stesso magazine del Corriere della Sera, Sette, sul numero del 2 novembre scorso, è stato quanto mai ammiccante nel presentare in toni entusiastici questo prete ed il suo libro, definito «abrasivo, dove le vignette spretate di Vauro funzionano, anziché da provocazione sulfurea, quasi da alleggerimento» alle sue parole «queste sì, spietate».

Ne ha per tutti, vomita i suoi veleni senza freni, senza controllo. Tanto da non risparmiare neppure Papa Benedetto XVI, ch’egli definisce un «sepolcro imbiancato», “rintanato” in un «nascondiglio dorato». Accusa la Chiesa di esser divenuta «una cappellania dei potenti». Per lui si salva solo la Costituzione. Sacerdoti così sono il massimo che la stampa laicista possa desiderare di incontrare. Ma non fanno il bene della Chiesa, né tanto meno, scagliandosi contro Essa e contro Pietro, possono dirsi veri discepoli di Nostro Signore Gesù Cristo ed autentici testimoni del Vangelo: cavalcano anzi la più scontata demagogia populista ed un pauperismo terzomondista, così miserrimo da far impallidire anche la più spavalda “teologia della liberazione”. Che, non a caso, fu a suo tempo condannata. E lui, quando?

Quando il timore, ch’egli stesso ha espresso, si tradurrà in realtà con seri provvedimenti disciplinari da parte dell’Autorità competente? Ed anzi, come mai non ancora? Lo strappo è evidente: che si attende? Permettere ancora a simili personaggi di circolare impunemente rafforza l’idea che, tutto sommato, nella Chiesa del post-Concilio tutto sia loro permesso. Con le evidenti conseguenze del caso.

L’antipolitica in sacrestia

Grillo conquista i preti di strada. Cresce il consenso nelle Comunità di base. Don Vitaliano: ci saldiamo con la sua contestazione.

di Giacomo Galeazzi, da Vatican Insider (24/04/2012)

Tra le «cinque stelle» brilla a sorpresa quella cattolica. Comunità del dissenso, parrocchie «disobbedienti», Chiesa di base. Il vento dell’antipolitica soffia forte anche in sagrestia. «Non siamo antipolitici, siamo antipartitici: Beppe Grillo pone problemi reali nei quali è sacrosanto riconoscersi – precisa da Sant’Angelo a Scala, il sacerdote campano don Vitaliano Della Sala, «cappellano» dei no global -. Noi preti operiamo sul territorio e abbiamo il polso dell’opinione pubblica, a differenza di chi vive nei palazzi del potere civile ed ecclesiale».

E assicura: «Tutto nasce spontaneamente dal desiderio di far politica autentica, in radicale antitesi alla corruzione di sistema dei partiti tradizionali». Quindi, aggiunge don Della Sala, «il dissenso sotterraneo della base cattolica si salda con la contestazione alla casta del movimento “cinque stelle” e sono sempre più numerosi i gruppi cattolici che rivendicano un ruolo e una libertà di scelta che le gerarchie ignorano». Dal 28 al 30 aprile, in piena campagna elettorale per le amministrative, tutte le comunità di base italiane si riuniranno a Napoli per il loro convegno annuale. «Siamo a favore del movimentismo, abbiamo raccolto le firme per i referendum e sull’acqua pubblica la pensiamo come Grillo», sintetizza Giovanni Franzoni, padre conciliare e leader della comunità romana di San Paolo.

La cronaca quotidiana testimonia quest’attenzione. Beppe Grillo sta per salire sul palco allestito nella piazza centrale di Jesi, patria dell’imperatore Federico II a mezz’ora da Ancona. Malgrado la pioggia, sono accorsi in centinaia ad ascoltare il comizio a favore del candidato sindaco del movimento «cinque stelle» Massimo Gianangeli. Tra gli attivisti molti cattolici impegnati nella «galassia bianca», tanto che Grillo premette: «Il mio mito è Karol Wojtyla». Gianluca Franco, ingegnere 40enne, veterano della marcia della pace Perugia-Assisi, fotografa il senso dell’«endorsement» di settori del cattolicesimo impegnati socialmente. «Considero antievangelico il modo di scaricare la crisi sulle classi disagiate, Grillo raccoglie istanze che da tempo cercano invano una risposta. Ho iniziato ad approfondire sui social network questi sistemi di democrazia diretta e ho capito che senza un controllo dal basso la rappresentanza è un inganno». A Jesi don Giuliano Fiorentini è il parroco del popoloso quartiere San Giuseppe e il presidente del centro di solidarietà «Oikos» per il recupero dei tossicodipendenti. «Il candidato sindaco di Grillo proviene dalla mia parrocchia ed è conosciuto come persona di rigida moralità- spiega don Fiorentini-.Oggi dai cattolici proviene una fortissima richiesta di amministratori onesti, mentre la fiducia nei partiti è crollata ai minimi storici».

Uno squarcio locale di una realtà che si auto alimenta sull’intero territorio nazionale. Don Andrea Gallo, fondatore a Genova della Comunità San Benedetto, «benedice» il movimento: «Cinque stelle è democrazia, non è antipolitica né populismo». E’ il fischio finale per l’ancien regime. «Il mio figlioccio Vendola sbaglia a definire Grillo il nuovo Berlusconi – spiega don Gallo -. La sua battaglia contro la Tav ha fatto perdere al Pd la regione Piemonte ma è giustissima. A Genova Grillo ha un candidato sindaco meraviglioso, un assistente sociale, padre di tre figli. Beppe intuisce il futuro, aveva previsto il crollo dei partiti già tre anni fa». Ed è «un monito anche per i vescovi e il Vaticano che tanti credenti si riconoscano in Grillo», ammonisce don Gallo, in giro per l’Italia ad attualizzare le prediche del monaco Savonarola.