Le lunghe radici del modernismo, massoneria cattolica che sempre ritorna

Per capire la situazione in cui siamo immersi è necessario comprendere come il modernismo si sia insinuato nella Chiesa, nonostante il Giuramento antimodernista.

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Il modernismo: radici e conseguenze storiche

Giornata di studi su “Vecchio e nuovo Modernismo: Radici della Crisi nella Chiesa”, Roma – 23 giugno 2018. Relazione del prof. Roberto de Mattei.

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“Massoneria cattolica”, ovvero il modernismo riciclato

su Radici Cristiane (n. 33) 

Da quando venne eletto al soglio pontificio, nell’agosto 1903, san Pio X dimostrò una paterna sollecitudine nel custodire il dogma della Fede, insidiato fin dalle fondamenta da molteplici correnti riformatrici, poi caratterizzatesi come “modernismo”. 

La lotta di un Papa in difesa della Verità

Nell’enciclica E supremi apostolatus, pubblicata appena due mesi dopo l’elezione, Papa Sarto già ammoniva contro «le insidie di una certa nuova e fallace scienza, che in Cristo non s’insapora, e che con larvati e subdoli argomenti si studia di dar passo agli errori del razionalismo e semi razionalismo». 

Ancora due mesi, e il Sant’Uffizio metteva all’Indice quattro libri di Alfred Loisy, capofila del modernismo, nonché un’opera di Albert Houtin, inaugurando una serie di analoghe misure che colpirono i principali promotori dell’eresia in Europa e negli Stati Uniti.

Nell’Enciclica Pieni l’animo, del luglio 1906, il Pontefice torna a censurare le dottrine moderniste deplorando che settori del clero ne siano infettati: «Purtroppo un’atmosfera di veleno corrompe largamente gli animi ai nostri giorni. (…) Che tale spirito penetri fino nel santuario e infetti [il clero] è cosa questa che Ci ricolma l’animo d’immenso dolore».

Nell’allocuzione al Concistoro del 17 aprile 1907, san Pio X denunciava ancora «questo attacco che costituisce non solo una eresia, ma la sintesi, la velenosa essenza di tutte le eresie». 

Il 3 luglio, il Sant’Ufficio pubblicava il decreto Lamentabili sane exitu, contenente 65 proposizioni moderniste condannate. Finalmente, l’8 settembre il Pontefice pubblica l’enciclica Pascendi Dominici gregis, nella quale qualifica il modernismo “la sintesi di tutte le eresie” (“omnium haereseon conlectum”), e i modernisti «i più perniciosi nemici della Fede».

Morte del modernismo?

La prima reazione dei modernisti fu di… negare l’esistenza del modernismo!

Le publicazioni filo-moderniste dell’epoca abbondano in sarcasmi contro «la troppo fertile immaginazione dei campioncini dell’ortodossia», «il delirio di cervelli refrattari», «i fanatici dell’Inquisizione» che avrebbero «fabbricato di sana pianta questa sintesi di tutte le eresie». 

Paul Naudet, leader dei cosiddetti abbés démocrates, ironizzava: «Il problema del modernismo è che… nessuno vi si riconosce! Nessuno vuol essere modernista. D’altronde in perfetta buona fede».

Perfino l’utilizzo del termine “modernismo” veniva contestato. «Non crediamo ci sia bisogno di un appellativo nuovo per definire il nostro atteggiamento religioso, che vuol essere semplicemente di cristiani viventi in armonia con lo spirito del loro tempo», scriveva Ernesto Buonaiuti.

Ma il colpo era stato troppo devastante, le loro dottrine esposte in modo troppo preciso, le conseguenze tratte in maniera troppo rigorosa e, quel che è peggio, negli atti disciplinari i nomi erano stati fatti. Per i modernisti non c’era scampo. Nonostante qualche vano tentativo di reazione, dovettero arrendersi.

Nell’ottobre 1909, Loisy riteneva dover parlare dei suoi compagni come dei “morti”. Un mese prima, egli ammetteva che il modernismo «è in piena ritirata e sarà presto annientato». Dall’altra sponda, lo scrittore tradizionalista Hillaire Belloc proclamava che «il colpo della Pascendi è stato mortale (…) Il modernismo è morto!». Purtroppo sia l’uno che l’altro si ingannavano.

Lungi dal lasciarsi prendere dallo sgomento, i duri e puri facevano strane profezie: «Quando mi guardo attorno – scriveva George Tyrrell nell’agosto 1908 – sono costretto ad ammettere che l’onda di resistenza modernista si è esaurita, e che ha dato tutto ciò che poteva dare per adesso. Dobbiamo aspettare il giorno in cui, grazie ad un lavoro silenzioso e segreto, avremo guadagnato alla causa della libertà una porzione più grande dei fedeli».

Un lavoro silenzioso e segreto? A cosa si riferiva il modernista inglese?

“Massoneria Cattolica”

Aveva sempre fatto parte del carattere modernista un pronunciato vezzo per la segretezza. In parte dovuto alla paura di incorrere in sanzioni ecclesiastiche, in parte perché, tutto sommato, erano ancora una minoranza, i modernisti funzionavano in pratica come una setta semi-clandestina. 

Già prima della Pascendi, il mensile Unità cattolica parlava di «un complotto contro i cattolici ‘papalini’ (…) una trama per isolare il Dolce Cristo in terra (…) ordita da sette e conventicole ribelli». Nel condannare i modernisti, lo stesso san Pio X osservava che «essi sono tanto più perniciosi quanto meno sono in vista (…) [quanto più] inculcano le loro dottrine velatamente».

Per niente pentiti, dopo la Pascendi i modernisti si nascosero ancor di più, formando ciò che Antonio Fogazzaro definì “Massoneria Cattolica”. Nel romanzo teologico Il Santo, in realtà un libro programmatico, il Senatore del Regno (simpatizzante del modernismo ma sottomessosi alla Pascendi), indicava ai confratelli la strategia a seguire per aggirare la condanna e continuare i lavori: «Noi vogliamo comunicare nel Cristo vivente quanti sentiamo ch’Egli prepara una lenta ma immensa trasformazione religiosa, la quale si opererà con sacrificio, con dolore, con divisione di cuori. (…) Comunicare, vogliamo, tutti, di ogni paese, ordinare la nostra azione. Una Massoneria Cattolica? Sì, la Massoneria delle Catacombe! (…)».

«Prima dunque di iniziare questa frammassoneria cattolica, io credo che vi converrebbe intendervi circa le riforme. Dirò di più; io credo che anche quando fosse fra voi un pienissimo accordo nelle idee, io non vi consiglierei di legarvi con un vincolo sensibile. La mia obbiezione è di una natura molto delicata. Voi pensate certo di poter navigare sicuri sott’acqua come pesci cauti, e non pensate che un occhio acuto di Sommo Pescatore o vice Pescatore vi può scoprire benissimo e un buon colpo di fiocina cogliere. Ora io non consiglierei mai ai pesci più fini, più saporiti, più ricercati, di legarsi insieme. Voi capite cosa può succedere quando uno è colto e tirato su. E, voi lo sapete bene, il grande Pescatore di Galilea metteva i pesciolini nel suo vivaio, ma il grande Pescatore di Roma li frigge».

Ma “l’occhio acuto del Sommo Pescatore” vegliava. Nel 1910, san Pio X pubblicava il Motu Proprio Sacrorum antistitum, nel quale denunciava che i modernisti si stavano raggruppando in una lega clandestina (clandestinum foedus) e che «non hanno abbandonato il loro intento di perturbare la pace della Chiesa». Al fine di chiudere definitivamente le porte, egli istituì il celebre “giuramento anti-modernista”, richiesto ai vescovi e sacerdoti, nonché ai professori di teologia.

Un clima diverso

Il grande Papa morì nell’agosto 1914, amareggiato dalla guerra che egli aveva strenuamente cercato di impedire. Il suo successore Benedetto XV riaffermò le condanne, specialmente nell’enciclica Ad beatissimi (1914), nella quale denunciava «i mostruosi errori del modernismo». 

Alcuni, però, interpretarono il suo appello a «sopire i dissensi e le discordie tra i cattolici» come un implicito richiamo a cessare la lotta anti-modernista. L’allontanamento di Mons. Umberto Benigni, che si era distinto nella lotta contro l’eresia, benché dovuta ad una vecchia differenza personale col nuovo Papa, fu anch’essa interpretata come un cambio di indirizzo.

Rievocando il cambiamento di clima dopo la morte di san Pio X, il teologo Marie Dominique Chenu, allora un giovane seminarista, rileva alcuni aspetti del nuovo pontificato: «Il pontificato di Benedetto XV rappresentava una tendenza diversa. (…) [Il cardinale] Merry del Val [Segretario di Stato di S. Pio X] fu sostituito dal cardinale Gasparri. Una vera rivoluzione di palazzo! Gasparri rimise nelle loro cattedre molti dei giovani sacerdoti e teologi che, sospettati di simpatie moderniste, erano stati condannati».

Una simile impressione si desume da una lettera di Giovanni Genocchi a Paul Sabatier, uno dei leader del movimento in Francia: «Stiamo già sentendo alcuni effetti positivi del nuovo clima. Non c’è più il furore iconoclasta del vecchio Pontefice. Stiamo respirando più comodamente. (…) Diverse vittime della follia e del fanatismo sono già state reintegrate, ed altre sono in cammino».

Dal modernismo al progressismo

Così, mentre il fragore dei cannoni copriva la polemica teologica, la setta modernista cominciò a riorganizzarsi. I duri e puri, però, erano ormai fuori dalla Chiesa e, di conseguenza, non avevano più influenza fra i fedeli. 

Ma questi erano solo l’avanguardia di un più vasto movimento che, restando nel gregge di Cristo, poté portare avanti il “lavoro silenzioso e segreto” proposto dal Tyrrell. Erano i cosiddetti “progressisti” o “modernizzanti”. Coincidendo genericamente con i modernisti, avevano tuttavia evitato con cura qualsiasi enunciato eterodosso, sfuggendo in questo modo alla condanna.

Spesso protetti dalle mura di note istituzioni religiose, i progressisti continuarono a lavorare, collocando le fondamenta delle correnti teologiche che tanto male hanno fatto alla Chiesa nel secolo XX. «Costretti ad una sorta di vita clandestina – spiega P. Albert Besnard – i modernisti continuarono ad operare in modo segreto ispirando successivamente la maggior parte delle contestazioni religiose che oggi vediamo nella Chiesa».

Ma questo è ormai tema per un altro articolo.

Alfred Loisy (1857-1940), prete e biblista. Esponente di spicco del modernismo francese; entrò in conflitto col Sant’Uffizio soprattutto dopo la pubblicazione di L’Évangile et l’Église (1902; trad. it. 1975), in cui sovvertiva i principi dell’apologetica tradizionale, basandosi su un’interpretazione storicistica dell’evolversi nel tempo dell’originale messaggio cristiano (l’annuncio dell’imminente regno di Dio è considerato da Loisy il nucleo essenziale dell’insegnamento di Cristo). Nonostante i ripetuti richiami del Sant’Uffizio, Loisy intensificò la sua attività polemica con nuove opere al limite dell’ortodossia cattolica, affermandosi come uno dei modernisti più radicali. Il Sant’Uffizio non potè fare altro che scomunicarlo.