“Perché non ci sono pastori che indicano dov’è il lupo”

Pubblicati alcuni testi inediti di Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei. Con il suo tipico stile incisivo, il Santo spagnolo usa espressioni decise, taglienti, con le quali non esita a denunciare che i maggiori nemici non sono al di fuori della Chiesa, ma dentro, e mette in guardia tutti: non bisogna lasciarsi ingannare.

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Te Deum

Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, * omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, *
tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim *
incessábili voce proclamant:

Sanctus, * Sanctus, * Sanctus *
Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra * maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus * Apostolórum chorus,
te prophetárum * laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus * laudat exércitus.
Te per orbem terrárum *
sancta confitétur Ecclésia,
Patrem * imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum * et únicum Fílium;
Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu rex glóriæ, * Christe.
Tu Patris * sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, *
non horruísti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, *
aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris.
Iudex créderis * esse ventúrus.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, *
quos pretióso sánguine redemísti.
ætérna fac cum sanctis tuis * in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies * benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, *
et in sæculum sæculi.
Dignáre, Dómine, die isto *
sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, *
quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: *
non confúndar in ætérnum.

San Vincenzo de’ Paoli spiega come agiscono i novatores

San Vincenzo De Paoli, Lettera a un prete della Missione, 24 luglio 1648

«Tutti i novatori agiscono allo stesso modo; nei loro libri seminano contraddizioni, affinché, se li si attacca su un punto, possano aver pronta la scappatoia col dire che altrove hanno sostenuto il contrario. Io ho sentito dire dal defunto abate di San Curano, che se lui, in una stanza, avesse affermato delle verità a persone capaci di intenderle e, passato in un’altra stanza, vi avesse trovato altre persone non ugualmente capaci, egli avrebbe detto a queste persone esattamente il contrario; e sosteneva che Nostro Signore agiva in questo modo e raccomandava che così si facesse».

«Non sono solo amareggiato, sono anche assai preoccupato del nostro futuro. E più ancora del conformismo che dentro la Chiesa (soprattutto le gerarchie) sta prendendo piede, e che a questo futuro non pensa. Il giorno in cui il cristianesimo sarà ridotto ad una dottrina che parla di giustizia sociale, poveri, immigrati, lavoro, ambiente, sindacati, costituzioni politiche, eccetera, la Croce sarà definitivamente ammainata davanti allo spirito dei tempi. Certamente la bella sposa di Cristo non scomparirà, ma si dovrà attendere a lungo per vedere la fine dei guasti che oggi si stanno compiendo»

Marcello Pera

(fonte: rossoporpora.org)

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«Nelle operazioni di soccorso bisognerebbe badare prima di tutto a donne e bambini e invece noto che i rifugiati sono in netta maggioranza uomini. Mi domando il perché e chi si mescola tra di loro. Se sono profughi di guerra, c’è da chiedersi per quale ragione non pensino a donne e bambini. Non hanno famiglia? E perché non proteggere anche e doverosamente i cristiani perseguitati nelle terre islamiche? E poi un’altra cosa mi lascia perplesso … perché i paesi islamici che sono loro vicini non li aiutano e non li accettano? Perché non trovano ospitalità in quei paesi arabi che sono vicini a loro per cultura, religione, mentalità? Per quale motivo non migrano da quelle parti? La mia idea è che gli aiuti vadano fatti sul posto. Indubbiamente l’accoglienza è un valore cristiano e noi da cristiani dobbiamo aiutare nel nome del Vangelo della misericordia. Ciò nonostante, quest’accoglienza trova un limite nella ragionevolezza, nella misura e soprattutto nel fare in modo che non entrino malintenzionati. Non è pensabile fare passare tutti, e poi occorre sempre coniugare il valore della sacrosanta accoglienza col rispetto da parte di chi entra della cultura, della tradizione e della legge del popolo che ospita. Da questo punto di vista concordo col presidente polacco Duda. Un continuo incoraggiamento a venire in Europa senza piani chiari non aiuta né loro né noi»

Zenon cardinal Grocholewski

FONTE: chiesaepostconcilio.blogspot.it

L’intemperanza dello spirito

In una di quelle orazioni funebri in cui gli accadde cosi spesso di esser la coscienza vivente del suo tempo, Bossuet pronunciò un giorno (nel 1685) una requisitoria ardente contro ciò ch’egli chiamava «l’intemperanza dello spirito». Quella dei sensi, egli diceva, non è l’unica, e forse neppure la più pericolosa e lusingatrice: anche l’intelligenza ha le sue vertigini e le sue tentazioni. « Un orgoglio che non può sopportare nessuna autorità legittima, uno stordimento volontario, una temerità che arrischia tutto»: tali erano, secondo lui, le cause profonde della rivolta luciferica alla quale porta questa intemperanza. E il suo scopo, era lo scopo dell’uomo ribelle: «divenire l’unico oggetto delle proprie compiacenze, far di se stesso il proprio dio ». L’analisi era lucida: il vecchio vescovo conosceva le anime, e la propria epoca. E dinanzi alle prospettive che intravvedeva, non poteva trattenersi dal lasciar trasparire una dolorosa angoscia. Che sarebbe mai diventata la fede cristiana? Sarebbe stata capace di resistere agli assalti dell’orgoglio scatenato? Le porte dell’Inferno non sarebbero prevalse con­tro la Parola? All’amico Huet, vescovo di Avranches, egli scriveva anche: «Vedo prepararsi contro la Chiesa un grande combattimento».

Tratto da: D. Rops, Storia della Chiesa del Cristo, (Vol. V/II, Roma 1961, p. 7).

Fonte: unafides33.blogspot.it

Conviene quindi edificare una «nuova morale», che tenga conto delle mirabili scoperte della scienza e restituisca alla sessualità i suoi titoli di nobiltà. Verniciando di scienza il sesso, d’ora innanzi permesso, raccomandato, anzi comandato, esibirlo dappertutto. Basta coi tabù! In alto i sessi!

A questo, appunto, si dedicano pubblicamente, nella Chiesa, gruppi di preti sempre più folti. Ben lontani dall’accorgersi che la decadenza dei costumi è sempre parallela al declinare delle credenze, e dal consacrarsi con zelo alla restaurazione della fede e all’emendamento della condotta dei singoli, codesti disgraziati si accaniscono ad «integrare» — cosi dicono — «le ricchezze della sessualità» nel cristianesimo.

In altri termini, il nuovo cattolicesimo dell’aggiornamento ad ogni costo o sarà sessuale, o niente.

È una buffonata — direte voi. È, ahimé, il segno che il frutto è bacato! Quando una religione, il cui ufficio e di elevare l’anima verso Dio, cade nell’apologia del sesso, si può dire che e colpita al cuore. Essa chiama su coloro che l’avviliscono il fuoco della Provvidenza offesa.

Marcel de Corte, La Grande Eresia, Roma 1970, p. 128-129