Francesco è ciò che ci meritiamo per aver tollerato gli errori del Vaticano II

Le deviazioni presenti in Francesco con tanta evidenza erano già contenute, sia pure in modo più velato e attraverso l’uso di espressioni apparentemente in linea con la retta dottrina cattolica, in Benedetto XVI.

di Robert Morrison (21-11-2022)

Mentre stiamo concludendo l’anno liturgico e iniziamo un altro Avvento con Francesco che occupa ancora il soglio di Pietro, non possiamo nascondere la realtà: la crisi della Chiesa è peggiorata significativamente nell’ultimo anno. Tutti, tranne i più ostinati auto-ingannatori, riconoscono che Roma non solo ha perso la Fede, ma è diventata la voce più forte contro la vera Fede. Sembra che ora attraverso questi falsi pastori ascoltiamo proprio la voce di Satana, senza filtri.

Naturalmente, man mano che la crisi determinata da Francesco si approfondisce, guardiamo indietro all’abdicazione di Benedetto XVI con crescente sgomento: come ha potuto abbandonare la Chiesa quando i lupi, che lui certamente conosceva, erano pronti a divorarla? Quante anime si sono perse a causa di quella decisione? Avremmo mai sentito parlare del Grande Reset se Benedetto XVI avesse tenuto duro?

Tutte domande legittime, ma sappiamo bene che la crisi non è certamente iniziata con Francesco. E se studiamo due aspetti del discorso di Benedetto XVI al clero di Roma del il 14 febbraio 2013, pronunciato prima di “lasciare il ministero petrino”, possiamo capire meglio perché Francesco è quanto ci meritiamo per aver tollerato gli errori prosperati nella Chiesa dopo il Vaticano II.

Il primo aspetto del discorso da considerare è un’affermazione con cui in genere molti cattolici tradizionali concordano:

«Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata».

Anche se possiamo non essere d’accordo circa l’effettivo ruolo avuto dai media, sicuramente Benedetto XVI ha ragione nel far risalire al Concilio “tanti disastri”. Dichiarazioni come questa (comprese quelle durante i decenni precedenti la sua elezione al papato) hanno convinto molti cattolici tradizionali che egli fosse ortodosso nonostante numerose indicazioni contrarie.

Ma, come per molti altri suoi scritti, anche quel discorso ai parroci e al clero di Roma illustra la propensione modernista di Ratzinger, che consiste nel mettere fianco a fianco verità ed errore. Come possiamo vedere con ciascuno dei seguenti estratti del suo discorso, Benedetto XVI è stato un eloquente sostenitore di molti degli errori anticattolici che ora troviamo così ripugnanti se pronunciati da Francesco.

Cercare di aggiornare la Chiesa per metterla in linea con il progresso mondano

Leggiamo questo brano del discorso di Benedetto XVI:

«Allora, noi siamo andati al Concilio non solo con gioia, ma con entusiasmo. C’era un’aspettativa incredibile. Speravamo che tutto si rinnovasse, che venisse veramente una nuova Pentecoste, una nuova era della Chiesa, perché la Chiesa era ancora abbastanza robusta in quel tempo, la prassi domenicale ancora buona, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa erano già un po’ ridotte, ma ancora sufficienti. Tuttavia, si sentiva che la Chiesa non andava avanti, si riduceva, che sembrava piuttosto una realtà del passato e non la portatrice del futuro. E in quel momento, speravamo che questa relazione si rinnovasse, cambiasse; che la Chiesa fosse di nuovo forza del domani e forza dell’oggi. E sapevamo che la relazione tra la Chiesa e il periodo moderno, fin dall’inizio, era un po’ contrastante, cominciando con l’errore della Chiesa nel caso di Galileo Galilei; si pensava di correggere questo inizio sbagliato e di trovare di nuovo l’unione tra la Chiesa e le forze migliori del mondo, per aprire il futuro dell’umanità, per aprire il vero progresso».

Questo senso di continuo rinnovamento della Chiesa per stare al passo con il mondo moderno ha animato quasi tutti i cambiamenti disastrosi dal Vaticano II in poi. L’idea di Benedetto XVI secondo cui la Chiesa deve “andare avanti” e unirsi al mondo è esattamente la stessa che porta Francesco a denunciare i cattolici tradizionali come “indietristi”” e “rigidi” mentre promuove il Grande Reset.

Apprezzamento per i conciliari

Un altro brano tratto dal discorso di Benedetto XVI:

«Mi ricordo bene la figura alta e snella di monsignor Etchegaray, che era segretario della Conferenza episcopale francese, degli incontri con cardinali, eccetera. E questo era tipico, poi, per tutto il Concilio: piccoli incontri trasversali. Così ho conosciuto grandi figure come padre de Lubac, Daniélou, Congar, eccetera».

Ora, bisogna dire chiaramente che proprio queste “grandi figure” furono determinanti per portare avanti le novità più anti-cattoliche del Concilio. Significativamente, è stato Congar a fornire a Francesco l’ispirazione per il sinodo sulla sinodalità, come ha annunciato lo stesso Bergoglio nel suo discorso di apertura del 9 ottobre 2021:

«Il padre Congar, di santa memoria, ricordava: “Non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa”»

Benedetto XVI e le “grandi figure” da lui elogiate hanno saputo operare la riforma in un quadro di apparente ortodossia, il che ha permesso loro di fare più danni che se fossero stati più apertamente eretici. È grazie ai loro sforzi in questo senso che Francesco e il suo sinodo possono ora calpestare la Fede senza nemmeno fingere di essere cattolici.

Promuovere il concetto di “popolo di Dio”

Un altro passaggio del discorso di Benedetto XVI al clero di Roma:

«Nella ricerca di una visione teologica completa dell’ecclesiologia, nel frattempo, dopo gli anni ’40, negli anni ’50, era già nata un po’ di critica nel concetto di Corpo di Cristo: “mistico” sarebbe troppo spirituale, troppo esclusivo; era stato messo in gioco allora il concetto di “Popolo di Dio”. E il Concilio, giustamente, ha accettato questo elemento, che nei Padri è considerato come espressione della continuità tra Antico e Nuovo Testamento […]. Ma solo dopo il Concilio è stato messo in luce un elemento che si trova un po’ nascosto, anche nel Concilio stesso, e cioè: il nesso tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo, è proprio la comunione con Cristo nell’unione eucaristica […]. Direi che, filologicamente, nel Concilio esso non è ancora totalmente maturo, ma è frutto del Concilio che il concetto di comunione sia diventato sempre più l’espressione dell’essenza della Chiesa, comunione nelle diverse dimensioni: comunione con il Dio Trinitario – che è Egli stesso comunione tra Padre, Figlio e Spirito Santo -, comunione sacramentale, comunione concreta nell’episcopato e nella vita della Chiesa».

Per quanto erudite e impressionanti possano sembrare queste parole, non sono cattoliche, motivo per cui potremmo faticare a coglierne il significato se cercassimo di interpretarle alla luce della Fede. Per fortuna, P. Dominique Bourmaud ha chiarito il significato e l’importanza di queste idee nel suo Cent’anni di modernismo (pubblicato diversi anni prima del discorso di Benedetto XVI al clero di Roma):

«Dove un tempo il magistero parlava della natura della Chiesa, Congar alludeva piuttosto al suo mistero; dove Pio XII aveva consacrato la nozione di membra del Corpo Mistico di Cristo, Congar ha introdotto la nozione meravigliosamente vaga di comunione del Popolo di Dio. Come mai? Perché si è o non si è membra di un corpo, mentre si può essere più o meno in comunione».

Gli innovatori hanno utilizzato questo concetto di “Popolo di Dio” per abbracciare i non cattolici, escludendo allo stesso tempo coloro che aderiscono a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Lo vediamo ancora più chiaramente nel caso dei movimenti per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso di cui parleremo più avanti.

Falso ecumenismo

Ascoltiamo ancora Benedetto XVI:

«E, infine, l’ecumenismo. Non vorrei entrare adesso in questi problemi, ma era ovvio – soprattutto dopo le “passioni” dei cristiani nel tempo del nazismo – che i cristiani potessero trovare l’unità, almeno cercare l’unità, ma era chiaro anche che solo Dio può dare l’unità. E siamo ancora in questo cammino».

L’unica base per l’unità tra le religioni cristiane è che i non cattolici accettino le verità della Chiesa cattolica. Coloro che rinunciano a questo punto non incoraggiano i non cattolici a convertirsi, ma convincono i cattolici che la Chiesa non può essere essenziale per la salvezza. Qualsiasi cattolico che accetti il ​​falso ecumenismo predicato da Giovanni XXIII e dai suoi successori è maturo per l’apostasia.

Dialogo interreligioso

Un altro brano:

«Quando abbiamo incominciato a lavorare anche sull’Islam, ci hanno detto: ma ci sono anche altre religioni del mondo: tutta l’Asia! Pensate al buddismo, all’induismo! E così, invece di una Dichiarazione inizialmente pensata solo sull’antico Popolo di Dio, si è creato un testo sul dialogo interreligioso, anticipando quanto solo trent’anni dopo si è mostrato in tutta la sua intensità e importanza».

Non è possibile ignorare quanto questo dialogo interreligioso sia al tempo stesso malvagio e ridicolo. Nostro Signore Gesù Cristo ha istituito la santa Chiesa cattolica per l’onore di Dio e la salvezza delle anime. Satana usa queste false religioni per tenere le anime lontane da Dio, e ogni lode nei loro confronti è offensiva nei confronti di Dio e pericolosa non solo per quelli che professano le false religioni ma anche per i cattolici. Una volta che un papa, attraverso il “dialogo interreligioso”, onora l’Islam, il buddismo e l’induismo, c’è qualche base logica per dire che non possa spingersi fino a onorare la pachamama come ha fatto Francesco?

Se consideriamo onestamente queste affermazioni di Benedetto XVI, dobbiamo riconoscere che esse vanno contro ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Esse contengono le basi “teologiche” sulle quali sono stati costruiti molti degli abusi anticattolici che vediamo sostenuti da Francesco. Se i cattolici più fedeli sono diventati compiacenti con Benedetto XVI è perché la sua teologia modernista gli ha permesso di aggiungere sufficienti dosi di affermazioni dal suono ortodosso per bilanciare quelle che erano chiaramente eterodosse.

Ciò solleva la questione di quale sia la quantità di errore da considerare troppa all’interno della Chiesa.

Nella sua enciclica Satis cognitum del 1896, Leone XIII spiegò la semplice base per comprendere che anche un errore minore è incompatibile con l’insegnamento cattolico:

«La prassi della Chiesa è sempre stata la stessa, come dimostra l’unanime insegnamento dei Padri, i quali erano soliti ritenere fuori della comunione cattolica, ed estraneo alla Chiesa, chiunque si allontanasse in un minimo grado da qualsiasi punto di dottrina proposta dal suo autorevole Magistero».

Ciò deriva naturalmente dall’idea che il ruolo della Chiesa è quello di trasmettere fedelmente le verità che Gesù Cristo le ha affidato. Questo è ciò che preghiamo nel nostro Atto di fede:

«Mio Dio, perché sei verità infallibile credo tutto quello che Tu hai rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere. Credo in Te, unico vero Dio, in tre persone uguali e distinte, Padre e Figlio e Spirito Santo. Credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto per noi, il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la pena eterna. Conforme a questa fede voglio sempre vivere. Signore accresci la mia fede».

Noi, quindi, crediamo a ciò che la Chiesa insegna perché Dio lo ha rivelato. Come spiegò Leone XIII, se la Chiesa insegnasse qualcosa che contraddice ciò che ha sempre insegnato, allora o la Chiesa sarebbe falsa o Dio sarebbe un ingannatore:

«Tutte le volte, quindi, che si dichiara sull’autorità di questo insegnamento che questo o quello è contenuto nel deposito della rivelazione divina, deve essere creduto da ciascuno come vero. Se potesse in qualche modo essere falsa, ne conseguirebbe un’evidente contraddizione; poiché allora Dio stesso sarebbe l’autore dell’errore nell’uomo».

Nessun cattolico ragionevole può dubitare della saggezza di Leone XIII su questo punto. Eppure chi accoglie le novità del Vaticano II promosse da Benedetto XVI affianca effettivamente verità ed errore in modo tale da fare di Dio un ingannatore. E una volta che lo facciamo, l’intera religione diventa assurda.

Mentre Benedetto XVI ha camuffato le assurdità del Vaticano II con un’aria di autorità dottrinalmente sana, Francesco ha esposto la religione del Vaticano II per quello che è veramente. Abbracciando e ostentando spudoratamente l’assurdità anticattolica della religione conciliare, Francesco ha fatto un danno tremendo; ma ha anche permesso a molte anime di aprire gli occhi sulla realtà che noi, come altri, stiamo descrivendo da decenni. Francesco non merita riconoscimenti per questo, ma è ciò che ci meritiamo per la nostra tolleranza collettiva degli errori del Vaticano II promossa da Benedetto XVI e dai suoi predecessori.

Dio sta permettendo questa crescente crisi per un motivo. Senza dubbio è un invito a rivolgerci a Lui come santi. Ma questa crisi richiede anche che lo onoriamo rifiutando di accettare gli errori anticattolici, indipendentemente da chi li sposa. Fino a quando non lo faremo, meriteremo tanta assurdità tossica quanta Satana e i globalisti spingono Francesco a vomitare.

Nostra Signora, distruttrice di tutte le eresie, prega per noi!

(fonte: remnantnewspaper.com; traduzione: aldomariavalli.it)

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