Papa Francesco tra Asti e Torino, voci (incredibili) di avvicendamenti

Secondo rumors della curia romana Repole sarebbe in predicato di assumere la guida del dicastero per la dottrina della fede. Al suo posto arriverebbe dalla città del Palio monsignor Prastaro. Fantapolitica ecclesiale? Chissà, con Bergoglio non si può mai dire.

di Eusebio Episcopo (20-11-2022)

Asti e la sua diocesi hanno accolto il Santo Padre venuto a rivedere la terra dei suoi avi e a riabbracciare i parenti, componenti di quella famiglia Bergoglio che dovette emigrare in Argentina – come tanti altri piemontesi del tempo – agli inizi del Novecento. Ad accoglierlo il vescovo Marco Prastaro, il primo della nidiata “boariniana” asceso all’episcopato. A questo proposito, circola nella Curia romana una notizia poco attendibile ma che riportiamo, per dovere di cronaca. Sembra che papa Francesco accetterà a breve, per raggiunti limiti di età, le dimissioni di alcuni capi dicastero di lungo corso: si tratta dei cardinali Leonardo Sandri, prefetto per le Chiese orientali, di Marc Ouellet, prefetto dei vescovi, e di Luis Francisco Ladaria Ferrer, alla guida della dottrina della fede. A quest’ultimo prestigioso incarico – anche se assai meno del passato – sarebbe preconizzato il nostro arcivescovo Roberto Repole, forte delle sue competenze teologiche e soprattutto perché il saggio repoliano La Chiesa e il suo dono pare sia diventato il livre de chevet del Pontefice rispecchiandone in pieno – vivae vocis oraculo – il suo pensiero. La notizia pare inverosimile ed era stata fatta circolare dai suoi confratelli di S. Lorenzo mesi fa tuttavia, conoscendo Francesco, non stupirebbe più di tanto. A Torino allora arriverebbe Marco Prastaro al quale oggi il Santo Padre recherebbe la notizia. Fantapolitica ecclesiastica?

Intanto, è curioso come nessun giornalista che ha l’onore di intervistare papa Francesco gli faccia mai la domanda da molti attesa e cioè perché non si sia ancora recato in Argentina dove ancora vive la sorella o, perlomeno, quando abbia intenzione di farlo.

Sempre il Santo Padre ha traslato monsignor Michele Anselmi, classe 1961, imposto al cardinale Angelo Bagnasco come ausiliare di Genova nel 2015, alla diocesi di Rimini, mentre don Vito Piccinonna, del clero di Bari, nato nel 1977, ordinato sacerdote nel 2002, è stato nominato vescovo di Rieti, diventando così il più giovane presule d’Italia. Com’è noto, l’abito non fa il monaco e se il presupposto della sciatteria è ormai il criterio dominante per diventare vescovo, questa volta pare che si sia scesi ancora di livello, almeno da tale punto di vista. Sembra infatti che monsignor Piccinonna abbia indossato la giacca – la talare è bandita – per la prima volta in occasione dell’annuncio della sua elevazione all’episcopato.

Nella Chiesa chiudono i seminari, i noviziati, i monasteri, si commissariano – per poi sopprimerle – le comunità religiose fiorenti mentre si tengono artificialmente in vita le espressioni di quello che fu il cattolicesimo progressista. È il caso de Il Regno, gloriosa e rigorosa rivista fondata nel 1956, prima chiusa e poi riaperta, delle edizioni Dehoniane di Bologna e Marietti 1820, salvate dal fallimento da una cordata promossa dallo storico progressista Alberto Melloni – papabile alla prestigiosa poltrona di presidente della Carisbo (Cassa di Risparmio di Bologna) – e con l’interessamento della Curia di Bologna, per 1,3 milioni di euro. Sopravvive invece – in limine mortis – il mensile dei Paolini Jesus, palestra di divulgazione “alta” per i chierici della Chiesa progressista. Esso è stato per tutto il lungo pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI una voce critica e “profetica”, mentre oggi appare piuttosto fiancheggiatrice dell’attuale corso e se mai ostile a chi non canta fuori dal coro. Ogni tanto giungono voci su di una sua prossima chiusura, indice del cattivo stato di salute del mensile sono le copie giacenti sugli scaffali, mentre prosegue inesorabile il declino di Famiglia Cristiana, che delle Edizioni Paoline fu la “corazzata” storica, ormai semi scomparsa – anche a causa della linea editoriale – dal circuito delle parrocchie.

In questi anni, nei quali si parla molto di famiglie più o meno tradizionali e più o meno “arcobaleno”, ecco spuntare accanto alle “bimbe di Conte”, altre forme di parentela tra il biblico e il politicizzato, tanto da prestarsi alla parodia. Pur essendo un popolo senza radici, siamo tutti un po’ cognati di Giona, parenti di quel Noè «gran patriarca, salvato dall’arca» o anche solo amici di qualche «straniera», per citare la rubrica di Jesus per il quale in questo mese la baccelliera in teologia Laura Verrani – assai ascoltata dai canonici di S. Lorenzo – racconta la sua esperienza. Questa narrazione di vita vissuta – o sognata? – risulta interessante soprattutto quando racconta della crescita in una famiglia non praticante e nell’ignoranza – questa sì è una grave mancanza! – degli studi di genere della teologia femminista, quasi che il mostro cattivo del clericalismo e del maschilismo – presente evidentemente nelle facoltà dei Danna, dei Galvagno e delle Baldacci – le abbia impedito la conoscenza di tali discipline. Del resto, tutti sanno che via XX Settembre è il covo dei più ottusi machisti e dei più retrivi conservatori, per cui non ci si deve stupire del fatto che, in cinque anni, la nostra “straniera” non abbia potuto abbeverarsi alle fonti della teologia femminista dovendo poi affrontare diverse prove fino a quando, «consapevole dell’importanza di un libero discernimento», incomincia a battersi contro le «vocazioni forzate» nella sua diocesi di Torino.

Tra l’altro, pur ammettendo che la sua fortuna è stata «il non essere mai andata a catechismo», risulta che Laura Verrani sia figlia di Roberto Verrani, stimato diacono permanente ordinato nel 2001. In ogni caso, la “teologa” scrive a La Voce e il Tempo, raccoglie testimonianze, collabora ad una equipe di ascolto, invia a Roma un corposo dossier sul caso alle competenti congregazioni romane ed è inoltre coautrice di un pamphlet, uscito proprio in concomitanza della nomina del nuovo arcivescovo, in  cui – senza mai citare i «monacatori» – mette sotto accusa i preti e i religiosi conservatori, anche questi mai nominati. Completezza teologica, o almeno onestà intellettuale, avrebbe voluto venisse detto come il giudice civile ha archiviato quel caso – che un insigne giurista e accademico torinese ha qualificato come una «guerra ecclesiale» – e così pure è stato per l’inchiesta canonica. Forse qualche giurista – magari dimorante a S. Lorenzo – dovrebbe impartire alla volenterosa baccelliera, in attesa del raggiungimento della licenza o del dottorato, qualche lezione sul significato del principio dello stare decisis.

Si è svolto mercoledì scorso, presso la facoltà teologica, un interessante convegno dal titolo “Le chiese cristiane e le sfide per l’evangelizzazione” al quale ha partecipato, fra gli altri, Sua Grazia Rowan Williams, teologo e accademico, arcivescovo e già primate della Comunione Anglicana alla sede di Canterbury. Dotato di vasta cultura, esperienza pastorale e di un profilo umano notevole, egli ha messo in evidenza e illustrato le «nuove espressioni» di vita ecclesiale in un contesto urbano complesso e largamente secolarizzato come quello del Regno Unito dove avanzano le povertà materiali ma anche una diffusa aridità spiritualità, in cui sono presenti «la povertà dell’avidità e dell’autocompiacimento, la povertà, cioè, di avere le speranze limitate dal guadagno materiale». Vari sono  i tentativi «di portare la dimensione contemplativa nelle parrocchie urbane» dove vi sono esperienze comunitarie che delineano un modello di Chiesa futura «in cui la vita comunitaria intenzionale e le regole di vita condivise diventano il modello dominante», una sorta di «nuovo monachesimo» in cui «gruppi dispersi e gruppi di vita comune», partendo dall’accoglienza del disagio sociale, condividono una disciplina di preghiera e meditazione quotidiana, spesso in un contesto urbano difficile». Secondo Williams gli elementi dell’evangelizzazione urbana in Inghilterra consistono: 1. Un culto serio e che nutre l’anima; 2. Spazio per il silenzio e l’adorazione, all’interno e all’esterno della liturgia; 3. Attenzione paziente e a lungo termine a garantire che la Chiesa sia presente per la comunità in modi pratici, fornendo spazi per attività comuni, risorse per il sostegno e quindi crescere in un senso di dignità». Alla base vi è la consapevolezza «che il culto, come amava insistere papa Benedetto, è un’espansione e non una banalizzazione della liturgia, che richiede disciplina, riflessione e istruzione. E questo avverrà quando ci sarà anche una seria attenzione a incoraggiare la crescita nella preghiera personale». Soprattutto, la convinzione che «la nostra identità è definita dalla nostra relazione con Gesù Cristo come Verbo incarnato dell’Eterno Padre».

Come ebbe a dire anni fa il cardinale Walter Kasper, la Chiesa d’Inghilterra rappresenta per il cattolicesimo una specie di “chiesa laboratorio”. Sia pure in modo confuso, inconsapevole e anche ambiguo, sembra che quello della Comunione Anglicana dove convivono – non senza tensioni – sensibilità diverse, specie in campo morale, che vanno dal calvinismo più rigido a posizioni come quelle dell’ex primate Williams – si stia profilando come un modello quasi obbligato per la Chiesa di Roma.

(Fonte: Lo Spiffero)

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