Non c’è più religione: Ruini scivola su aborto e Cirinnà

Difende la 194 che «deve essere pienamente applicata»; approva le unioni civili che «devono essere diverse dal matrimonio», cosa che la Cirinnà già prevede. E si intromette nel nuovo esecutivo auspicando che segua l’agenda Draghi. Un’intervista drammaticamente disarmante quella del Corriere al cardinal Ruini.

di Stefano Fontana (29-09-2022)

Intervista molto deludente quella concessa dal cardinale Camillo Ruini ad Aldo Cazzullo e pubblicata sul Corriere della Sera di ieri, 28 ottobre.

Prima di trattare altri aspetti dell’intervista, vorrei entrare subito nel merito dei due punti più dolorosi: Il cardinale ha dato la sua piena accettazione della legge 194 sull’aborto e la altrettanto piena accettazione della legge Cirinnà sulle unioni civili anche omosessuali. Tutti vedono la pesante gravità della cosa.

A proposito del primo argomento il cardinale ha detto: «Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio». Con queste improvvide parole egli ha avvalorato la tesi che la 194 è giusta e che deve essere solo completamente attuata. Una tesi purtroppo ormai molto diffusa nella Chiesa, ma insostenibile e inaccettabile: perché quella legge ammette l’aborto che non è mai ammissibile, perché lo riconosce come diritto mentre è un gravissimo torto, perché ha già impedito di nascere a milioni di bambini, perché limitarsi “aiutare le donne che vorrebbero portare avanti la gravidanza” significa riconoscere che, in caso di insuccesso, l’aborto è cosa legittima. Significa anche non tenere conto che le cause dell’aborto sono ben altro da quelle economiche e bloccare qualsiasi progetto di abrogazione della 194. Molti si chiedono oggi con grande disagio spirituale e intima sofferenza: ma la Chiesa è ancora contraria all’aborto? Mille indizi, e ora questo di Ruini, sembrano dirci di no.

Il cardinale non si limita tuttavia a questo, ma approva anche la legge Cirinnà. Alla domanda di Cazzullo sul tema egli risponde: «Le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni non matrimoni». Ora, la legge Cirinnà dice proprio questo, quindi il cardinale la approva. La Cirinnà non le chiama matrimoni, tanto è vero che si fonda sull’articolo 2 della Costituzione relativo alle aggregazioni sociali e non sugli articoli su matrimonio e la famiglia.

Il cardinale Ruini è stato presidente CEI fino al 7 marzo 2007. Il 28 marzo di quello stesso anno – sotto la presidenza del “ruiniano”, come allora si diceva, cardinale Bagnasco -, il Consiglio permanente della CEI ha pubblicato la Nota sulle unioni di fatto, in cui si dice che eventuali garanzie e tutele giuridiche delle persone coinvolte, sia in relazioni di fatto eterosessuali che omosessuali, debbano venire risolte sul piano del diritto individuale e mai con il riconoscimento della coppia in quanto coppia. Ora, invece, Ruini – ma non lui solo – dice il contrario. Eppure, dalla conclusione della sua presidenza CEI al documento in parola erano passati solo 21 giorni: possibile che egli non se ne faccia più carico?

Fin qui l’intervista è drammaticamente disarmante. Su altri punti è tristemente deludente. L’argomento dell’intervista era l’esito delle elezioni politiche. Cazzullo ha fatto delle domande solo politiche, il cardinale Ruini ha dato risposte solo politiche. Il primo ha fatto il proprio mestiere, anche se le domande erano scontate, il secondo, invece, non ha fatto il proprio mestiere, perché non ha risposto da cardinale ma da politicante.

Perché Berlusconi ha retto e Salvini no? Il bilancio di Draghi esce ridimensionato? Come spiegare il crollo della sinistra a Modena? Che interesse ci può essere a sapere il parere del cardinale Ruini, in quanto cardinale e non in quanto Ruini, su simili questioni? E non è un parere sprecato, dato che un cardinale, in quanto cardinale, dovrebbe rispondere a ben altre domande, anche se l’intervistatore non gliele facesse? In tutta l’intervista manca, purtroppo, uno sguardo superiore, una visione ispirata che non si limiti alla storia ma che attinga alla teologia della storia. Si dirà: anche per questioni così profane come delle elezioni politiche? Direi proprio di sì, dato che la politica ha – anche quando lo nega, anzi ancora di più quando lo nega – a che fare con valori assoluti, ed è proprio di questo che un cardinale dovrebbe parlare. Il suo parere sul carattere della Meloni, i suoi auspici che governi da moderata, non solo ci interessano poco, ma sono anche poco consoni ad un cardinale.

Il cardinale dice la sua anche su tre tematiche strettamente politiche, che non rientrano di per sé nelle competenze ecclesiastiche. Prima di tutto dà un giudizio assai positivo del governo Draghi e prevede – o auspica – che Giorgia Meloni seguirà la stessa linea. Secondariamente elogia l’Unione Europea e sostiene che essa sia un “bene” per l’Italia. In terzo luogo, si dice a favore di un rafforzamento dell’esecutivo anche nella forma del presidenzialismo. Si tratta di indicazioni politiche, per di più non molto cifrate, per la nuova maggioranza? Quando un cardinale scende a questi livelli di politica politicante si può pensare di tutto.

(Fonte: La Nuova BQ)

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