Suicidio assistito e funerale, Zuppi riscrive la legge della Chiesa

Intervistato da Vanity Fair, il cardinale Zuppi, nuovo presidente della CEI, dichiara che celebrerebbe il funerale di una persona che ha scelto il suicidio assistito, rimandando al caso di Piergiorgio Welby. Ma nemmeno il capo dei vescovi italiani può dirsi superiore al Diritto della Chiesa. Secondo il quale ad un suicida consapevole devono essere negate le esequie.

di Luisella Scrosati (06-08-2022)

Ai vertici della Chiesa le interviste a ruota libera sono diventate una moda. E così, anche il neo-presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Cardinale Matteo Zuppi, si mette a disquisire della disciplina sacramentale della Chiesa nientemeno che dal pulpito di Vanity Fair. Nell’intervista del 4 agosto a Silvia Bombino, il cardinale Zuppi non si fa mancare niente: dalla guerra in Ucraina alla disciplina della Chiesa, senza soluzione di continuità.

E così, tra una chiacchiera e l’altra, al Cardinale, del quale non poteva mancare la foto vestito da semplice prete in posa con la sua bicicletta, l’intervistatrice chiede se celebrerebbe o meno le esequie di una persona che abbia scelto il suicidio assistito. Guarda caso proprio mentre Marco Cappato  si autodenuncia per aver reso possibile il suicidio assistito di una donna 69enne. Insomma, la giornalista chiede se Zuppi mostrerebbe più bontà di chi negò il funerale a Piergiorgio Welby. Risposta: «Sì. Devo però chiarire un punto: la Chiesa non ammette l’eutanasia, ma chiede l’applicazione delle cure palliative. Si resta fino all’ultimo accanto all’amato, facendo di tutto per togliere la sofferenza del corpo e dello spirito, quindi senza alcun accanimento, ma difendendo sempre la dignità della persona». Dunque, la risposta è affermativa, in ogni caso, senza per questo condividere la posizione di chi ha chiesto il suicidio assistito.

A dire il vero, questa risposta segue altre due, relative all’accoglienza delle coppie Lgbtq+ e verso le famiglie che l’intervistatrice definisce “non regolari”. Zuppi ritiene che la sua posizione di apertura sia «quella dell’accompagnare e dell’accogliere già indicata da Benedetto XVI, e che ha ribadito Papa Francesco più esplicitamente»; e ovviamente quella di Gesù che «si lascia avvicinare da una “peccatrice” e non la giudica». Un Gesù che, secondo Zuppi, i Vangeli dipingerebbero come un anticlericale che se la prende solo «con i religiosi o quelli che si approfittano di Dio, mentre va a casa dei pubblicani e dei peccatori»; e che, in questo modo, ci avrebbe «liberato da tutti i pregiudizi».

Un improbabile tentativo di convincerci che non stia facendo altro che seguire le orme del Vangelo e di Benedetto XVI, mettendo avanti un’idea di accoglienza piuttosto singolare: «L’accoglienza non ha una scadenza o un tempo, finché “righi dritto”. Se sei figlio, sei figlio. Se sei fratello, sei fratello, questa è sempre casa tua. Poi posso non essere d’accordo, posso essere per niente d’accordo. All’interno della Chiesa del ddl Zan si è discusso moltissimo. Per esempio: la maternità surrogata è un problema? Sì, è un problema. Ma se mi chiedi di fare un battesimo a un bambino nato così ti rispondo: certo! Lo faccio. L’ho fatto».

Appunto, di tutta l’erba un fascio. Ma in questo fascio d’erba messo insieme dall’Arcivescovo di Bologna c’è della zizzania. E non poca. Cominciamo dal “tenore” di queste risposte, che rivelano una profonda sintonia con lo stile di papa Francesco. Stile che possiamo riassumere così: l’appartenenza alla Chiesa non richiede più né un certo modo di credere né un certo modo di vivere. Puoi credere che nella Trinità siano in quattro, che Gesù sia nato sotto il cavolo, che una famiglia possa essere formata, secondo l’acronimo del “mondo arcobaleno”, da un L+L, oppure G+B, o chissà che altro. Una volta che sei “figlio o fratello” la Chiesa è casa tua, a prescindere. Che cosa intenda Zuppi per accoglienza, in diocesi di Bologna lo si è visto molto concretamente, con Messa e benedizione di una coppia di omosessuali, “sposi” appena sfornati dal comune di Budrio (vedi qui e qui).

Se non che, la pratica di sanzionare, fino alla scomunica, trova le sue radici nel Nuovo Testamento, come, per esempio, nel singolare e tremendo castigo di Anania e Saffira (Atti 5, 1-11), nella chiara indicazione di San Paolo verso coloro che vengono a predicare un Vangelo diverso (cf. Gal 1, 8-9), e ancora nell’insegnamento di san Giovanni su come comportarsi verso «chi va oltre e non si attiene alla dottrina» (2Gv 9-11).

Veniamo in concreto al funerale di chi chiede il suicidio assistito. A regolare prudentemente la questione è il can. 1184 del Codice di Diritto Canonico, il quale prevede che debbano essere negate le esequie a tre categorie di persone: gli apostati, eretici e scismatici; quelli che hanno scelto la cremazione per ragioni che contrastano con la fede cattolica; infine, «gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli». Precisiamo che si tratta di un atto dovuto, non di una possibile opzione. L’esclusione delle esequie include anche la Messa esequiale (can. 1185), ma non le Messe di suffragio per l’anima del defunto. La privazione delle esequie è legata ad una condizione particolare, premessa nel can. 1184, ossia che prima della morte la persona non abbia dato alcun segno di pentimento.

Il caso di Welby fu molto chiaro, nonostante tutte le polemiche che lo accompagnarono, dal momento che il defunto rivendicò fino all’ultimo la sua decisione come un diritto che potesse aprire la strada ad una legge permissiva dell’eutanasia. Non si trattò di un “semplice” suicidio, di fronte al quale si può presumere una diminuzione o addirittura un’assenza di responsabilità, ma di una esplicita volontà di agire contrariamente alla legge naturale e all’insegnamento della Chiesa, senza alcun minimo segnale di ravvedimento. Pertanto, in questi casi, il rifiuto è doveroso. La discrezionalità dell’Ordinario è ammessa dal diritto solo in casi dubbi.

Detto in termini molto semplici: il Cardinale Zuppi non è superiore al Diritto della Chiesa e, pertanto, non ha alcun diritto di rispondere affermativamente, senza alcun’altra precisazione, alla domanda se celebrerebbe le esequie di una persona che ha chiesto il suicidio assistito. Portare come argomentazione di sostegno il caso di un bambino nato da maternità surrogata è del tutto fuorviante. Anzitutto bisogna premettere che anche in questo caso non è tutto così pacifico. Il Diritto Canonico (can. 868 § 1), infatti, dispone che, per battezzare legittimamente un bambino, è necessario «che vi sia la fondata speranza che sarà educato nella religione cattolica […]; se tale speranza manca del tutto, il battesimo venga differito, secondo le disposizioni del diritto particolare, dandone ragione ai genitori».

Trattandosi dunque di “genitori” che si sono avvalsi scientemente di una pratica peccaminosa, condannata dalla Chiesa, questa clausola dev’essere verificata con molta attenzione. In ogni caso, dicevamo che il riferimento al battesimo non quadra. Infatti, il battesimo è necessario per la salvezza delle anime, mentre le esequie no. Il defunto è infatti già stato giudicato da Dio e la Chiesa non può più nulla per la sua salvezza eterna. E’ invece possibile il suffragio, qualora l’anima si trovi nel fuoco purificatore del Purgatorio; ma questo suffragio, come già detto, non viene affatto negato, in quanto è possibile offrire delle Messe per l’anima del defunto, così come pregare per lui ed applicargli delle indulgenze.

(Fonte: La NuovaBQ)

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