Cosa dice la Desiderio desideravi di Francesco

Questa lettera apostolica è un riassunto del pensiero di questo pontefice.

di Andrea Gagliarducci (04-07-2022)

La Lettera apostolica numero 83 di Papa Francesco è la risposta del Papa alla questione della Messa tradizionale. Uscito il 29 giugno e formalmente firmato a San Giovanni in Laterano perché il Papa ha preferito questa formula per sottolineare il suo ruolo di Vescovo di Roma, Desiderio desideravi si compone di 65 paragrafi ed è, in pratica, un piccolo riassunto del pensiero del Papa. Formalmente si tratta della liturgia. Tuttavia, la lettera ci dice molto di più.

La prima cosa che spicca è che Papa Francesco usa la forma di una Lettera apostolica e che lo ha già fatto 82 volte. Papa Francesco preferisce rivolgersi direttamente al popolo di Dio. Se le sue posizioni ufficiali sono Lettere apostoliche, altre questioni più informali sono accompagnate da Lettere indirizzate direttamente al popolo.

Per Papa Francesco la Lettera apostolica è un metodo di governo e un modo di esercitare il potere. Ma, come sempre, la forma è anche sostanza. E chi vede una mancanza di forma in questa informalità di Papa Francesco sbaglierebbe.

Papa Francesco vuole comunicare che si rivolge direttamente al popolo di Dio, senza filtri. Lo testimonia il fatto che la Lettera è in prima persona e non manca di esprimere il pensiero personale di Papa Francesco. Ci sono, è vero, molte citazioni, anche dotte, nella lettera. Ma fanno tutti parte del piano di Papa Francesco per giustificare il suo pensiero. Del resto Papa Francesco costruisce tesi e non apre dibattiti. Questa Lettera apostolica, infatti, vuole chiudere ogni discussione.

La seconda cosa riguarda lo stile molto personale della Lettera. Non che altri Papi non abbiano usato stili personali o non si siano rivolti direttamente, con toni accorati, ai vescovi e al popolo di Dio.

Per citare un esempio recente, Benedetto XVI lo ha fatto in almeno due occasioni cruciali: quando ha scritto ai vescovi e al popolo d’Irlanda scosso dal caso degli abusi, e quando ha scritto ai suoi confratelli nell’episcopato a seguito delle polemiche intorno alla revoca della scomunica di quattro vescovi lefebvriani.

La lettera sui lefebvriani è stata definita semplicemente come una Lettera; quella ai cattolici d’Irlanda, come Lettera pastorale. La Lettera apostolica è senza dubbio meno importante di una Costituzione apostolica, di un’Enciclica o di un’Esortazione apostolica, ma resta espressione del magistero del Papa.

Quindi, con Papa Francesco, un punto di vista personale diventa magistero. Così è successo in altri casi durante questo pontificato. La più famosa è quella in cui Papa Francesco ha deciso che una Lettera da lui inviata ai vescovi argentini in merito all’applicazione dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia fosse inserita negli Acta Apostolicae Sedis, i documenti ufficiali della Santa Sede.

Da questi approcci, possiamo vedere che Papa Francesco è un Papa più accentratore di quanto vuole mostrare. Si parla molto di sinodalità e parresia, ma abbiamo un Papa che legifera tramite Motu proprio e ufficializza le sue opinioni con Lettere apostoliche. È spunto di riflessione.

Da qui il terzo fatto a cui prestare attenzione: l’idea di unità di Papa Francesco.

Al numero 61 della Lettera apostolica, il Papa scrive che “siamo chiamati continuamente a riscoprire la ricchezza dei principi generali esposti nei primi numeri della Sacrosanctum Concilium comprendendo l’intimo legame tra la prima delle Costituzioni conciliari e tutte le altre”.

«Per questo motivo – aggiunge il Papa – non possiamo tornare a quella forma rituale che i Padri conciliari, cum Petro e sub Petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito e secondo la loro coscienza di pastori, i principi da cui è nata la riforma».

Papa Francesco descrive la Traditionis custodes, che ha abolito la liberalizzazione del rito antico, come un gesto di continuità con le decisioni di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Spiega di averlo scritto «perché la Chiesa possa elevare, nella varietà delle lingue, una sola e identica preghiera capace di esprimere la sua unità. Questa unità, come già ho scritto, intendo che sia ristabilita in tutta la Chiesa di Rito Romano».

In pratica, il Papa impone l’unità con la forza. È esclusivo invece di essere inclusivo, ed è paradossale, visto che l’intero pontificato è stato descritto in termini di inclusività.

In precedenza, la Chiesa ha cercato di includere coloro che uscivano da intese generali, purché mostrassero di voler rimanere in comunione con la Chiesa. Giovanni Paolo II tentò fino alla fine di sanare la frattura con i lefebvriani e concesse solo alla consacrazione illecita di quattro vescovi.

Benedetto XVI ha risolto il problema consentendo la liberalizzazione del rito antico ma chiedendo ai lefebvriani di firmare un documento preliminare in cui accettavano il Concilio Vaticano II per la comunione con Roma (fu una presa di posizione del card. Muller, ndr).

Papa Francesco adotta un approccio diverso. Tratta coloro che sono al di fuori della Chiesa con il massimo rispetto, e i lefebvriani hanno visto convalidare confessioni e matrimoni durante questo pontificato. Allo stesso tempo Fellay, l’ex capo della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fu anche giudice in alcuni procedimenti rotali.

Tuttavia, chi resta all’interno della Chiesa e ha punti di vista diversi è subito costretto a fare marcia indietro perché Papa Francesco ha un’opinione precisa su cosa dovrebbe essere la pluralità. Alla fine, anche in questo, Papa Francesco è un Papa che esercita il comando da solo.

Non c’è errore: Desiderio desideravi ha anche passaggi affascinanti e belli sulla formazione dei sacerdoti nella liturgia e sulla stessa liturgia e un invito puntuale al recupero dei simboli. Eppure Desiderio desideravi è anche un fantastico tuffo nella mente di Papa Francesco. Fino al prossimo episodio.

(fonte: mondayvatican.com; traduzione: korazym.org)

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