Aborto, le contraddizioni di mons. Paglia

In un’intervista al Corriere della Sera, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita parla delle ricadute in Italia della sentenza della Corte Suprema statunitense, che ha mandato in soffitta la decisione abortista Roe vs Wade. Monsignor Paglia fa alcune affermazioni condivisibili, mentre altre sono censurabili. E colpisce il silenzio sulla volontà di abrogare la 194.

di Tommaso Scandroglio (28-06-2022)

Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, è stato intervistato dal Corriere della Sera. Accanto ad affermazioni assolutamente condivisibili, ve ne sono altre francamente censurabili.

Il giornalista Gian Guido Vecchi, ad apertura del pezzo, vuole sapere da Paglia se dopo la sentenza della Corte Suprema, che ha mandato in soffitta la sentenza Roe vs Wade, qualcosa cambierà anche in Italia e così chiede: “Ora che succede, nel resto dell’Occidente, dopo l’abolizione del diritto di aborto negli Stati Uniti? Anche in Italia si metterà in discussione la 194?”. Risposta di Paglia: “Ma no, non credo proprio, che c’entra, la sentenza della Corte Suprema interviene su una questione giuridica interna agli Usa”. E fin qui potremmo anche essere d’accordo o in disaccordo dato che è argomento assai opinabile quello della messa in discussione dal punto di vista giuridico della 194 a seguito della sentenza della Corte Suprema. Le variabili sono molte.

Poi nel corpo dell’articolo ritorna la medesima domanda, ma alla stessa se ne aggiunge un’altra: “In Italia tornerà in discussione la 194? La Chiesa desidera questo?”. Risposta del presidente della PAV: “Non credo proprio. Credo però che un dibattito serio e pacato sulla 194 sia benvenuto, anzi augurabile”. E qui noi ci chiediamo: la risposta “Non credo proprio” è riferita alla prima domanda o alla seconda? È riferita al fatto che la sentenza metterà in discussione la 194 o al fatto che la Chiesa desidera mettere in discussione la 194? Se è riferita alla seconda domanda sarebbe enormemente grave: Giovanni Paolo II, nell’Evangelium vitae, scriveva chiaramente che leggi abortiste come la 194 devono essere combattute. Se invece la risposta era riferita alla prima domanda, rimane grave il fatto che mons. Paglia abbia eluso la seconda domanda che verte sull’impegno della Chiesa nel contrastare normative abortiste. Un’occasione d’oro sprecata.

Ma forse in tutto questo c’è lo zampino del giornalista. Infatti è difficile credere che il giornalista abbia rivolto la stessa domanda per due volte. C’è quindi forse da ipotizzare che la domanda sull’intenzione della Chiesa di mettere in discussione la 194 sia stata aggiunta dopo e, magari, all’insaputa di Paglia. In tal modo il Corsera poteva usare la risposta di quest’ultimo per far intendere che anche la Chiesa è contraria a cancellare la 194. Se così fosse sarebbe opportuno che la PAV scriva al Corsera protestando e chiedendo una loro rettifica.

Ciò detto, però, rimane rimarchevole il silenzio di Paglia sulla volontà di abrogare la 194: la sponda offerta dalla sentenza USA sarebbe stata un’opportunità preziosissima. Insomma ci saremmo aspettati che il presidente del principale organismo pontificio a difesa della vita nascente avesse detto perlomeno: ciò che è accaduto negli States deve diventare da sprone per noi per cancellare la 194. Invece il presidente della PAV è rimasto vago, essendosi poi rifugiato nell’affermazione che “l’Accademia fa suo il comunicato dei vescovi degli Usa” relativamente alla recente sentenza della Corte Suprema, comunicato che esplicitamente condanna leggi e sentenze abortiste. Detto questo, però, Paglia tiene a precisare, come abbiamo visto, che quello che è successo negli USA è faccenda interna loro, rispecchia dinamiche impossibili da produrre in Italia. Insomma se la Roe vs Wade è defunta, la nostra 194 invece rimarrà viva e vegeta.

Constatazione o auspicio? Pare un auspicio, in primis proprio perché, come già sottolineato, in tutta l’intervista non viene mai espresso il desiderio che la 194 venga abrogata, magari proprio approfittando degli effetti culturali benefici della sentenza della Corte Suprema. E in secondo luogo perché per Paglia, come per moltissimi altri cattolici, la 194 è una buona legge solo male applicata: “La legge […] auspicava una tutela sociale della maternità. Questa parte è stata di certo disattesa”. La 194 reca il seguente titolo: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Ma la tutela della maternità evocata anche da Paglia è unicamente nel titolo, poi, negli articoli che seguono, la legge ti spiega solo come uccidere tuo figlio, quindi come non diventare madre, come colpire a morte la tutela della maternità. È come avere una legge dal titolo “Norme per la tutela sociale del popolo italico” e poi gli articoli della legge ti illustrano come sterminare questo popolo.

Paglia vorrebbe un’applicazione concreta degli articoli 2 e 5 della 194 che dovrebbero offrire alternative all’aborto. Rimandiamo a un altro nostro articolo (vedi qui) per la spiegazione dettagliata relativa al fatto che tali soluzioni alternative rimangono sulla carta per volontà della stessa 194. Qui ci limitiamo a ricordare che alcuni dei doveri che gravano su consultori, ospedali e medici sono, in realtà, facoltà; che altri doveri possono essere tanto facilmente soddisfatti quanto inefficaci (il dovere di contribuire a risolvere i problemi che spingono la donna ad abortire può essere soddisfatto in punta di diritto dicendo alla donna “Ci rifletta bene”); che è quasi impossibile sanzionare il mancato rispetto di questi obblighi perché la donna che vuole l’aborto e il medico abortista stanno dalla stessa parte; che il personale che dovrebbe persuadere la donna a non abortire è abortista dato che gli obiettori sono estromessi da tutta la procedura; e volete voi che un medico abortista non consigli alle donne di abortire?

E quindi, come scrivevamo nell’articolo citato, “la reale esiguità della portata degli obblighi di legge, l’impossibilità della sanzione in capo agli operatori sanitari che non fanno il loro dovere, il fatto che è il medico abortista a dover dissuadere la donna, fanno sì che la 194 può essere applicata benissimo e nello stesso non inceppare per nulla la macchina abortiva che uccide un bambino ogni cinque minuti. Quindi nella 194 non c’è reale prevenzione all’aborto, non perché gli artt. 2 e 5 vengono applicati male (difetto fenomenologico), ma per intrinseca struttura della 194 (difetto giuridico)”. Paglia invece chiede di applicare meglio una legge abortista per sconfiggere l’aborto. Come chiedere di applicare meglio la legge sulla pena di morte per eliminare la pena di morte.

La strategia assolutamente perdente della Chiesa italiana in questi decenni, salvo qualche eccezione, è sempre stata quella di puntare tutto solo sulla pars construens: troviamo sostegni alla maternità, lottiamo contro la povertà, diffondiamo una cultura pro-life, etc. Tutto bene, ma manca la pars destruens: abroghiamo la 194. Perché, finché sarà vigente questa legge, serviranno a ben poco i sostegni alla maternità e gli sforzi per ridurre la povertà (anche perché le donne nella maggior parte dei casi ricorrono all’aborto non per motivi economici, ma perché semplicemente non vogliono quel loro figlio). Ed anche la stessa meritoria lotta culturale porterà con sé sempre una tara genetica se tale lotta non significa anche “cancelliamo la 194” e quindi non sarà mai efficace sino in fondo. In breve: nelle parole di Paglia manca la radicalità che tale argomento esige e che invece negli States ha portato infine a seppellire la Roe vs Wade. Sono i 6 milioni e più di bambini morti che esigono che la 194 venga abrogata e noi, in piena mattanza e dopo quasi mezzo secolo dalla sua approvazione, siamo ancora qui a dire che occorrerebbe “un dibattito pacato” su questa legge. Non chiedere a chiare lettere l’eliminazione di questa legge significa collaborare in modo omissivo e illecito alla sua vigenza e alle morti che questa provoca.

Tale mancanza di radicalità porta mons. Paglia a rispondere alla solita furba provocazione del giornalista (“intanto, un effetto certo della sentenza negli Usa è la criminalizzazione delle donne…”) in tal modo: “Guai a criminalizzare le donne, bisogna dare spazio anzitutto alla loro voce”. Eppure qualche riga sopra Paglia aveva condiviso il contenuto del comunicato dei vescovi che plaudivano alla sentenza della Corte Suprema che, tra l’altro, considera legittime quelle norme dei singoli Stati che considerano l’aborto un reato da punire. Se l’aborto non è un reato, vuol dire che l’aborto non è un omicidio. Ma se non è un omicidio, nel ventre della madre c’è un qualcosa e non un qualcuno. Il nascituro esige tutela penale perché persona al pari di noi. Se non vi fosse sanzione penale vorrebbe dire che vale meno di noi. Ciò detto, al pari di qualsiasi altra fattispecie penale, sta all’ordinamento calibrare la giusta pena tenendo conto della natura dell’atto – soppressione di persona innocente – di chi l’ha perpetrato e delle condizioni. Da qui le eventuali aggravanti e/o attenuanti.

Che alla PAV le idee siano confuse – ci perdoni il sedevacantista questo eufemismo – è anche provato dalla risposta di Paglia a quest’ultima domanda: “Non c’è il rischio che questa sentenza crei ancora più spaccature e guerre ideologiche?”. Risposta: “Il rischio c’è, purtroppo. Ma le guerre ideologiche, oltre a creare nemici, hanno un gran difetto: sono inutili”. Vorremmo sinceramente capire: chi rifiuta l’aborto senza eccezioni è un ideologizzato? Chi vuole l’abrogazione di leggi e la cancellazione di sentenze pro aborto corre dietro ad un’ideologia? Chi spende tempo, energie e risorse economiche per marciare, parlare, scrivere senza peli sulla lingua a difesa della vita nascente e contro gli alfieri della cultura della morte è un talebano pro-life? L’assoluto morale che vieta l’assassinio, tanto del nato come del non nato, non è ideologia, ma è comandamento di diritto naturale ribadito anche da Dio nella Bibbia e dunque è anche dottrina della Chiesa.

(Fonte: La Nuova BQ)

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