L’ipoteca sul prossimo pontificato

Nel colloquio con i direttori delle riviste gesuite, pubblicato da Civiltà Cattolica, papa Francesco ha ribadito alcuni concetti forti del suo pontificato, con cui cerca di condizionare anche quello che verrà. Uno su tutti, il tema della verità, che nella sua concezione è “storicista”, non oggettiva e valida per sempre. Una concezione problematica che potrà avere molte conseguenze.

di Stefano Fontana (16-06-2022)

La Civiltà Cattolica ha pubblicato nel suo ultimo quaderno il testo della conversazione che Francesco ha avuto il 19 maggio scorso con i direttori delle riviste culturali europee dei Gesuiti. Si tratta di un dialogo che va esaminato con grande attenzione. Prima, però, può essere utile una breve premessa. In questo ultimo periodo, anche a seguito del peggioramento delle condizioni fisiche di Francesco e l’annullamento di qualche viaggio all’estero, gli osservatori hanno ricominciato a parlare di un pontificato volto alla “fine”. 

Alcuni hanno anche sottolineato che proprio perché motus in fine velocior, Francesco starebbe intensificando i propri interventi tesi a condizionare strutturalmente il prossimo pontificato in modo che la Chiesa non possa più tornare indietro. Uno dei principali strumenti di questo disegno, ma non l’unico dato che anche la liturgia è un fronte molto vivo, sarebbe la nomina serrata di cardinali elettori di fede bergogliana. Del collegio cardinalizio, ormai il 60 per cento è stato nominato da Francesco.

In questo contesto è poi giunto il colloquio con i direttori delle riviste gesuitiche di cui si parlava. È stato un discorso di metodo nel quale Francesco è tornato ad alcuni dei principali criteri del suo ragionamento, soprattutto al criterio “la realtà è superiore all’idea”. Il futuro della Chiesa si condiziona non solo con le nomine, ma anche fornendo dei criteri nuovi, in modo che non si possa tornare indietro anche e soprattutto nel modo di pensare.

Lo slogan “la realtà è superiore all’idea” è ambiguo. Può essere interpretato nel senso della filosofia e teologia cristiana classiche come la dipendenza del nostro pensare dalla realtà, che rappresenta la verità del nostro pensare e dire. Vero è dire ciò che è e negare ciò che non è. Può però anche essere inteso in senso esistenziale, esperienziale, storico, sociologico: i processi in atto sono più importanti delle idee, perché le idee nascerebbero da essi e non viceversa. A mio modo di vedere Francesco ha in mente questa seconda versione.

Francesco ne ha fatto il criterio guida del suo discorso ai direttori del 19 maggio, applicandolo soprattutto all’argomento – a lui molto caro – del discernimento. Egli ha detto che le idee sono astratte mentre solo il discernimento è reale, perché si misura appunto con la realtà. Quindi le riviste dei Gesuiti non devono proporre idee astratte – “equazioni matematiche, un teorema” – ma esperienze e occasioni di discernimento. Sono andato a prendere l’ultimo fascicolo della rivista “Aggiornamenti sociali” dei Gesuiti milanesi e ho verificato questo impegno. In effetti è così, il sottotitolo della rivista dice: “Scoprire legami in un mondo che cambia”. I legami “si scoprono” all’interno del processo, non ci sono idee e criteri che ne precedono la conoscenza e il discernimento. Questo è il modo di pensare e di fare che Francesco ha indicato alle riviste culturali dei Gesuiti: “le idee devono venire dall’esperienza, il discernimento è quello che conta veramente”.

Una simile impostazione, però, non regge. La luce per attuare il discernimento non può venire dal discernimento stesso, ma lo deve precedere. Da una cosa oscura, bisognosa di discernimento, non può venire la luce che le permetta di chiarirsi. Il motivo consiste in un principio elementare: nessuno si dà ciò che non ha. Ciò che è oscuro non può darsi la luce da sé. Il barone di Munchausen non può tirarsi sulla riva da solo prendendosi per i capelli. Questo principio – nessuno si dà ciò che non ha – è una applicazione dell’altro principio più radicale ancora: dal nulla non nasce nulla.

In questo colloquio con i direttori delle riviste dei Gesuiti, Francesco ha nuovamente ribadito la propria epistemologia, ossia la sua concezione della verità, del sapere e dell’agire. Condannando – in verità in modo molto approssimativo – l’idea come astratta se non nasce dal discernimento della realtà, egli ha indicato la propria concezione di verità come qualcosa che nasce da una relazione – la verità come relazione era stata da lui proposta già nella primissima intervista a padre Spadaro dopo l’elezione e già allora aveva preoccupato molti – dentro un processo di discernimento, il quale diventa costitutivo dell’emergere della verità, anziché venire orientato da essa. Ci sono molti elementi per definire come “storicista” questa concezione della verità, per la quale il discernimento non è il risultato ma il contesto originario (apriorico) da cui la verità nasce. È evidente che una verità intesa in questo senso sarà sempre relativa.

L’epistemologia bergogliana, detta a suo modo con molte concessioni ad una retorica propria sia spontanea che voluta, ha ripercussioni enormi su tutta la teologia e non solo sulla teologia morale, alla quale il concetto di discernimento è maggiormente legato. Per fare un esempio: la dottrina e la tradizione non possono più costituire dei criteri per il discernimento, perché in questo modo si trasformerebbero in idee astratte, come “una equazione matematica o un teorema”.

A questo punto possiamo tornare alla breve premessa fatta sopra. Ammettiamo come ipotesi per questa nostra esercitazione che Francesco voglia veramente fare interventi strutturali affinché dopo di lui la Chiesa non possa più – pur volendolo – tornare indietro. Per esempio, non possa più tornare al concetto classico di verità. In questo caso egli dovrebbe fare delle nomine in posti chiave – come il collegio cardinalizio – di persone che condividono questa epistemologia filosofica e teologica. Davanti ad una simile prospettiva, c’è poco da dire e molto da pregare.

(Fonte: La Nuova BQ)

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