Aborto no, 194 sì: l’impossibile logica di Avvenire

Dopo le polemiche sollevate da una breve nota pubblicata all’indomani della Manifestazione per la vita del 21 maggio, è lo stesso direttore di Avvenire a intervenire in risposta a Massimo Gandolfini per confermare che il quotidiano della CEI non intende mettere in discussione la legge che in Italia ha introdotto l’aborto.

di Tommaso Scandroglio (31-05-2022)

Si può essere pro-life e a favore della 194? La quadratura del cerchio pare essere riuscita presso Avvenire, quotidiano della CEI. Andiamo con ordine. Sabato scorso Massimo Gandolfini, portavoce della appena conclusa manifestazione Scegliamo la Vitascrive al direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. Gandolfini fa un bilancio della manifestazione: elogia l’unità delle sigle pro-life aderenti, sottolinea che non era una “marcia contro” ma una “marcia per”, evidenzia che l’iniziativa ha tentato di rimettere al centro dell’attenzione pubblica il tema dell’aborto e poi afferma che “passo dopo passo, emendamento dopo emendamento, marcia dopo marcia: quella legge [la 194] si può smontare”, confermando un assunto logico per cui se tu sei a favore di qualcosa sei necessariamente contro il suo opposto. E dunque se sei a favore della vita non puoi che essere contro la 194. Bene quindi che Gandolfini abbia scritto nero su bianco che questa legge “si ‘deve’ smontare” (le virgolette all’ausiliario crediamo siano un retaggio di un certa strategia mai impositiva, ma sempre e solo prudentemente propositiva). La chiusura della lettera di Gandolfini è altrettanto apprezzabile: “non possiamo rassegnarci a una legge ‘integralmente iniqua’”.

Risposta del direttore Tarquinio: “Penso […] che la 194, come tutte le leggi, ma un po’ di più, sia una legge che ha dentro di sé cose diverse. Non l’avrei votata così com’è proprio come non voterei mai per la pena di morte perché sono contro ogni norma ‘letale’. […] Non mi stanco di ripetere che le leggi sono anche, e spesso soprattutto, il ‘modo’ in cui le applichiamo. E io so che la 194 può essere usata per rimuovere le cause dell’aborto, ma so pure che purtroppo non lo si fa abbastanza e in molti casi per nulla”. Tarquinio, confermando un atteggiamento conservativo riguardo alla 194, ripropone un vecchio assunto caro ad una certa fetta del mondo cattolico: sulla 194 non si può dare un giudizio sintetico positivo o negativo perché in essa vi sono parti buone e altre cattive. Vi sono parti buone nella 194? Ne riusciamo ad individuare solo una: l’obiezione di coscienza.

È poi vero che non si riesce a dare un giudizio di sintesi sulla 194? Si riesce eccome. Ogni legge ha una sua ratio, ossia una sua finalità principale che costituisce la sua natura, la sua intima struttura, la sua essenza. A questa essenza poi si accompagnano parti accessorie. La ratio della 194 è da individuarsi nella legittimità di abortire. Questa è la sua identità e dunque possiamo dire che la 194 è una legge intrinsecamente ingiusta. A tale essenza iniqua si accompagna ad esempio un parte accessoria buona come l’obiezione di coscienza. Ma è parte accessoria proprio perché se non fosse legittimato l’aborto non ci sarebbe bisogno di prevedere l’obiezione di coscienza all’aborto.

Alla luce di ciò dichiarare “non l’avrei [la 194] votata così come è”  configura un’affermazione non condivisibile perché significa “l’avrei votata se fosse stata differente”, ossia avrei votato una legge che permette l’aborto ma con alcune modifiche. L’affermazione dunque non è condivisibile perché non si dà 194 senza legittimità di abortire, perché questa è la sua essenza. Dunque non si può pensare la 194 senza pensare al diritto all’aborto. L’unica legge che in tema di aborto è lecito votare è una legge che lo vieta. Pare invece che il direttore di Avvenire accetti la ratio abortiva della 194, ma non ne accetti le sue parti accessorie che sarebbero da migliorare.

Veniamo poi a quelle sezioni della 194 che, secondo Tarquinio, dovrebbero permettere di individuare percorsi alternativi all’aborto così tanto invocati dai pro-life cattolici. Riproponiamo qui di seguito alcune nostre considerazioni, contenute in un articolo del 2018, che avevamo articolato in occasione di un’uscita infelice del presidente della CEI Gualtiero Bassetti il quale, anche lui, ravvisava nella 194 alcuni paletti che dovrebbero persuadere la donna a non abortire:

“In genere si fa riferimento agli artt. 2 e 5 che impongono alcuni oneri agli ospedali, ai consultori e ai medici. Un paio di brevi considerazioni. Alcuni obblighi si possono facilmente soddisfare non provocando il ben che minimo intoppo nella macchina abortiva. Ad esempio il dovere di contribuire ‘a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza’ può essere adempiuto semplicemente dicendo alla donna: ‘Ci pensi bene’.
Altri doveri sono a discrezione del personale sanitario (es. l’interessamento degli enti locali). Se poi la donna va dal medico gli oneri scendono solo a due assai generici: il medico ‘la informa sui diritti a lei spettanti e sugli interventi di carattere sociale cui può fare ricorso’.
Detto tutto ciò, due sono i punti che annullano la cogenza di questi obblighi. Il primo: è impossibile sanzionare chi non ottempera a tali doveri, perché è impossibile venire a conoscenza della loro infrazione. Infatti alla donna che ha avuto il suo aborto non verrà mai in mente di trascinare in giudizio il medico perché non l’ha informata a dovere sulle alternative all’aborto.
Medico abortista e donna che vuole l’aborto stanno dalla stessa parte. Ciò è comprovato da un dato inoppugnabile: a fronte di 6 milioni di procedimenti abortivi, ad oggi si sono celebrati in Italia, a motivo della non ottemperanza degli obblighi di cui sopra, zero processi. Zero. Secondo: la donna chi incontrerà nel colloquio pre aborto? Solo personale abortista, perché l’obiettore di coscienza è estromesso da tutto l’iter abortivo, compreso il colloquio con la donna. E volete che un medico pro-choice faccia ‘tutto il possibile’ – come ha detto Bassetti – per persuadere la donna a non abortire?”.

Torniamo al direttore di Avvenire che citava la pena di morte: affermare che bisogna applicare bene la 194 è come dichiararsi contro la pena di morte – come si dichiara Tarquinio – e chiedere che venga applicata meglio la legge sulla pena di morte. Una contraddizione in termini.

Tarquinio poi così prosegue la sua risposta a Gandolfini: “In sostanza non credo che la legge 194 debba essere smontata come lei dice, ma svuotata del suo carico di sofferenza e di morte”.
Anche questo è un topos classico della dialettica cattolica: non ingaggiamo una guerra giuridica-politica sull’aborto, ma solo culturale. Dopo aver educato le coscienze e rimosso le cause dell’aborto, la 194 si disapplicherà da sola, rimarrà lettera morta, cadrà su se stessa, diventerà come una città fantasma.

Un paio di considerazioni al volo. La prima: ve lo vedete voi un politico, un giurista, un parlamentare affermare che basterebbe educare le coscienze al valore della vita ed eliminare le cause che portano le persone ad assassinare gli altri e l’art. 575 cp che sanziona l’omicidio non servirebbe più? Sarebbe preso per ingenuo, perché l’art. 575 cp rimane necessario, come necessaria l’educazione al valore della vita, perché nonostante questa educazione gli assassini ci saranno sempre e occorre una norma che dissuada dal compiere omicidi e li sanzioni nel caso si verifichino. Parimenti è banale ricordare che, anche se le coscienze saranno educate e si farà di tutto per rimuovere la cause che spingono ad abortire, ci sarà sempre qualche donna che vorrà abortire e dunque serve abrogare la 194 per sostituirla con una legge che vieti l’aborto.

Inoltre l’educazione e la rimozione delle cause che portano ad abortire saranno sempre lance spuntate se rimane vigente la 194. La 194 rimarrà in questo contesto sempre come una grossa falla al centro dello scafo della difesa della vita perché una legge che permette l’aborto incentiva la mentalità abortiva, non è solo uno strumento che verrà usato unicamente da chi, a prescindere dalla legge, avrebbe comunque abortito. Moltissime sono le donne che abortiscono perché c’è la legge, altrimenti non l’avrebbero mai fatto. Se vogliamo eliminare le condizioni che portano all’aborto ricordiamoci che anche la 194 è per molte donne una condicio sine qua non.

Infine anche battersi per smontare la  194 è una battaglia culturale che educa le coscienze e, di contro, è la stessa 194 ad diseducare le coscienze è a fornire lo strumento per abortire per qualsiasi motivo, anche il più futile. Eliminiamo non solo le cause per abortire ma anche lo strumento per abortire. Si ripete fino alla noia che negli USA se sparissero le armi cesserebbero i massacri nelle scuole (tesi nella sua assolutezza criticabile) e allora perché non eliminiamo la 194 che è l’arma usata dai medici e donne per compiere quotidiani massacri?

In breve l’impegno lodevole per educare le coscienze e rimuovere le cause che portano all’aborto va di pari passo con l’impegno di abrogare la 194: et et non aut aut.

(Fonte: La Nuova BQ)

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