Francesco monarca d’Italia. Sempre più padrone, sempre meno amato

Il prossimo 23 maggio, quando i vescovi italiani riuniti a Roma in assemblea generale incontreranno a porte chiuse papa Francesco, sanno già che riceveranno da lui non solo la consueta lavata di capo, ma anche il “diktat” sulla nomina del loro nuovo presidente.

di Sandro Magister (19-05-2022)

Lunedì 23 maggio, quando i vescovi italiani riuniti a Roma in assemblea generale incontreranno a porte chiuse papa Francesco, sanno già che riceveranno da lui non solo la consueta lavata di capo, ma anche il “diktat” sulla nomina del loro nuovo presidente, in sostituzione dell’ottantenne cardinale Gualtiero Bassetti arrivato alla fine del suo quinquennale mandato.

A norma di statuto, i vescovi italiani proporranno una terna di candidati, ciascuno votato a maggioranza assoluta, tra i quali il papa sceglierà e nominerà il nuovo presidente.

Ma in pratica Francesco ha già scelto il suo preferito e ha già preannunciato — non alla conferenza episcopale italiana ma al Corriere della Sera nella spericolata intervista del 3 maggio scorso, quella dell’”abbaiare della NATO alle porte della Russia” — che sarà un cardinale, non un semplice vescovo.

Non solo. Per altra via ha già fatto sapere che il cardinale che lui nominerà presidente non avrà più di 75 anni quando, nel 2027, scadrà il suo mandato.

Che è come dire che, per ragioni d’età, i cardinali in gioco sarebbero solo tre: il vicario di Roma, Angelo De Donatis, 68 anni, l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, 67 anni, e l’arcivescovo di Siena, Augusto Paolo Lojudice, 58 anni. Tre candidati che di fatto si riducono a due se si toglie il nome di De Donatis, da un paio d’anni non più nelle grazie del papa e dato in partenza per un posto di ripiego nella curia romana.

Sui due rimasti sono partite le scommesse. In un precedente post Settimo Cielo ha puntato su Lojudice, che il papa richiamerebbe a Roma come suo vicario. Mentre per Zuppi il traguardo di cui tutti chiacchierano, più che la presidenza della CEI, è la futura elezione a papa.

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I limiti di età di cui s’è detto obbligano non solo la CEI ma tutte le conferenze episcopali del mondo, nelle quali la nomina del rispettivo presidente non spetta al papa ma è elettiva.

A stabilirlo è una lettera inviata lo scorso mese di marzo a tutti gli episcopati, a firma del cardinale Marc Ouellet, prefetto della congregazione per i vescovi, per i paesi d’Occidente e d’America, oppure dal cardinale Luis Antonio Gokim Tagle, prefetto della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, per i paesi in terra di missione.

La prima conferenza episcopale che si è sottoposta alle nuove regole per l’elezione del suo presidente è stata quella d’Australia, nella seconda settimana di maggio.

E ora tocca all’Italia. Ma ecco che cosa prescrive testualmente la lettera, i cui cinque paragrafi chiave sono qui resi pubblici per la prima volta:

“È sempre più diffusa presso diverse Conferenze Episcopali la prassi di eleggere ai posti di vertice delle medesime Vescovi diocesani che sono in procinto di compiere o che hanno gia compiuto il settantacinquesimo anno di età. A motivo della elezione i Vescovi eletti, contestualmente alla presentazione della rinuncia per raggiunti limiti di età ai sensi del can. 401 § 1 CIC, hanno di sovente chiesto al Santo Padre di essere prorogati nell’ufficio diocesano fino alla scadenza del mandato ricoperto in seno alle rispettive Conferenze Episcopali. Detta prassi ha raggiunto una dimensione tale da condizionare sotto diversi profili la libertà di determinazione del Santo Padre nell’accettazione della rinuncia e, di conseguenza, da mettere in discussione l’ordinata applicazione della disciplina del can. 401 § 1 CIC. I provvedimenti infatti, concessi in passato su proposta di questo Dicastero per casi singolari,   hanno creato un’aspettativa indebita e generalizzata di proroga nei diversi uffici diocesani nonostante i raggiunti limiti di età. Pertanto, dopo attenta ponderazione della cosa, sono a sigificarLe quanto segue. Quando il Presidente e il Vice-Presidente della Conferenza Episcopale cessano dall’ufficio di Vescovo diocesano, dal giorno della pubblicazione dell’accettazione di tale rinuncia da parte del Romano Pontefice, decadono anche dall’ufficio di Presidente e di Vice Presidente della Conferenza Episcopale (cfr. Congregazione  per i Vescovi,  Lettera circolare ai Presidenti delle Conferenze Episcopali circa la revisione dei loro statuti, 13 maggio 1999, n. 7). Di conseguenza, per prevenire la vacanza degli uffici di vertice delle Conferenze Episcopali prima della naturale scadenza del termine del mandato, si eviti senza eccezioni l’ elezione  dei Vescovi diocesani che hanno già compiuto settantacinque anni di età all’ufficio di Presidente e Vice-Presidente delle Conferenze Episcopali (cfr. can. 401 § 1 CIC; art. 1 della Lettera Apostolica data in forma di motu proprio ‘lmparare a congedarsi’). Infine, per non condizionare indebitamente la libera accettazione della rinuncia da parte del Santo Padre, si chiede cortesemente alle Conferenze Episcopali di non eleggere alle cariche di Presidente e Vice-Presidente della Conferenza Episcopale i Vescovi diocesani che durante il loro incarico (mandato elettivo) compiranno settantacinque anni di età”.

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Naturalmente papa Francesco fa quel che vuole. Il 13 maggio ha nominato come nuovo arcivescovo metropolita di Praga, al posto del cardinale Dominik Duka, il settantaquattrenne Jan Graubner, già vicinissimo a quei 75 anni che sono l’età d’obbligo per le dimissioni.

Ma con i vescovi italiani ha già deciso come procedere. Al presidente di prossima nomina ha spianato la strada liberandolo dall’attuale segretario generale Stefano Russo, trasferito il 7 maggio alla diocesi di Velletri-Segni. E ha già fatto sapere – sempre tramite il Corriere della Sera – che il nuovo presidente avrà la possibilità di scegliere lui il segretario, di cui “possa dire: voglio lavorare con questa persona”. Perché in passato non è stato così.

Da quando è papa, Jorge Mario Bergoglio ha fatto e disfatto lui di persona i segretari generali della CEI. Il primo in cui si è imbattuto, Mariano Crociata, l’ha bruscamente liquidato alla fine del 2013 dandogli la modesta diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno.

Il secondo, Nunzio Galantino, l’ha nominato e poi utilizzato come proprio uomo d’assalto contro la stessa CEI, anche perché presto i rapporti tra il papa e la conferenza episcopale si sono guastati, specie per l’accidia con la quale i vescovi accolsero il discorso-reprimenda del papa a Firenze nel 2015 e poi la sua proposta di mettere in moto un sinodo nazionale.

Il terzo, Stefano Russo, scelto e nominato da Francesco nel 2018, non è riuscito a soddisfare le attese del papa, sempre più in rotta con la CEI e col suo presidente Bassetti.

Né a Galantino, poi chiamato in Vaticano a presiedere l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, né a Russo il papa ha concesso di terminare il rispettivo quinquennio, che invece ha lasciato ultimare al cardinale Bassetti, da lui nominato nel 2017 ma presto caduto in disgrazia e alla fine platealmente umiliato, di nuovo a Firenze lo scorso febbraio, col rifiuto del papa di recarsi a concludere – e nemmeno di salutare da Roma – quel convegno delle Chiese e delle nazioni del Mediterraneo tanto caro al presidente uscente della CEI.

Ma ora che Bergoglio s’è liberato di entrambi sarà curioso vedere da chi sarà composta la coppia – presidente e segretario – alla quale vuole affidare il “bel cambiamento” che finalmente si attende, annunciato anche questo al Corriere.

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Alla sequenza dei maltrattamenti sopra elencati si può aggiungere lo schiaffo dato da Francesco a un altro ex segretario generale della CEI, Ennio Antonelli, oggi ottantaseienne, promosso da Giovanni Paolo II ad arcivescovo di Firenze e a cardinale e infine chiamato da Benedetto XVI a presiedere in Vaticano il pontificio consiglio per la famiglia. Al sinodo sulla famiglia del 2014 Francesco non consentì ad Antonelli di partecipare, nonostante la sua competenza in materia, semplicemente perché s’era mostrato contrario a quel via libera alla comunione ai divorziati-risposati che invece il nuovo papa voleva a ogni costo.

Sulle questioni della famiglia Francesco ha sempre trattato malissimo la conferenza episcopale italiana.

Dopo l’assemblea generale dello scorso novembre il papa ha persino creato una commissione – con a capo un suo protetto, lo spagnolo Alejandro Arellano Cedillo, decano della Rota Romana – per ispezionare ad una ad una le oltre duecento diocesi e accertare se ubbidiscono o no a quanto voluto da lui riguardo ai processi di nullità matrimoniale.

In questo campo la Chiesa italiana era da tempo una delle meglio ordinate al mondo, con la sua rete di tribunali regionali ben funzionanti e con i costi molto contenuti dei processi, da un massimo di 525 euro giù giù a scalare fino alla totale gratuità, a seconda del livello di vita dei richiedenti causa. Niente di paragonabile con ciò che avveniva in altre aree del pianeta, alcune totalmente sguarnite di tribunali, in particolare in America latina, il continente da cui proviene il papa.

Ma a Francesco premeva allargare a dismisura le concessioni delle nullità. E per ottenere questo, col motu proprio Mitis Iudex dell’agosto del 2015 e con i successivi decreti di applicazione, ha affidato non più a tribunali ecclesiastici regionali con i loro magistrati e avvocati e con tutti i crismi del diritto, ma ai singoli vescovi, in quanto pastori  “e per ciò stesso giudici” dei loro fedeli, il compito di vagliare le cause di nullità e di emettere le sentenze, con procedure drasticamente abbreviate e per via extragiudiziale, in regime di totale gratuità per i richiedenti causa.

La CEI ha cercato di resistere a questo sfascio, e persino una personalità pur tanto apprezzata da Bergoglio come il cardinale e teologo tedesco Walter Kasper ha levato l’allarme su “un allargamento delle procedure di nullità” che “creerebbe la pericolosa impressione che la Chiesa proceda in modo disonesto a concedere quelli che in realtà sono divorzi”.

Ma niente da fare. A Francesco è piaciuto che in alcune regioni italiane, specie del sud, qualche diocesi abbia cominciato a fare da sé erigendo un proprio tribunale, anche se con risultati quasi ovunque disastrosi per mancanza di personale competente.

E ora vuole che dappertutto sia così. Con sentenze di nullità prodotte a pioggia e sempre più simili all’annullamento di matrimoni falliti, in pratica a un “divorzio cattolico”.

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Tornando alla nomina del nuovo presidente della CEI, ecco qui di seguito, pubblicato per la prima volta, l’andamento delle votazioni che nel maggio del 2017 hanno prodotto la terna dei candidati, tra i quali il prescelto dal papa fu poi il cardinale Bassetti.

Prima votazione per il primo candidato della terna, votanti 226:
Franco Giulio Brambilla 44, Gualtiero Bassetti 44, Francesco Montenegro 34, Giuseppe Betori 20, Bruno Forte 15, Matteo Maria Zuppi 12, Mario Meini 9…

Seconda votazione per il primo candidato della terna, votanti 228:
Bassetti 72, Brambilla 59, Montenegro 42, Betori 17, Forte 9, Zuppi 6, Meini 6…

Ballottaggio, votanti 226:
Bassetti 134 (eletto), Brambilla 86, 5 bianche, 1 nulla

Prima votazione per il secondo candidato della terna, votanti 224:
Brambilla 90, Montenegro 53, Betori 20, Meini 10, Forte 9…

Seconda votazione per il secondo candidato della terna, votanti 226:
Brambilla 115 (eletto), Montenegro 67, Betori 22, Forte 7…

Prima votazione per il terzo candidato della terna, votanti 226:
Montenegro 126 (eletto), Betori 42, Forte 11, Zuppi 9…

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Di Franco Giulio Brambilla, dal 2011 vescovo di Novara, dal 2015 al 2021 vicepresidente della CEI e in precedenza professore di cristologia e preside della facoltà teologica di Milano, Settimo Cielo ha pubblicato nel 2020 un intervento sull’interpretazione del Concilio Vaticano II nel solco della “riforma nella continuità” sostenuta da Benedetto XVI nel memorabile discorso del 22 dicembre 2005.

Tra i teologi del Novecento più studiati da Brambilla vi sono Edward Schillebeeckx, Karl Rahner e Hans Urs von Balthasar, non certo classificabili fra i tradizionalisti, dai quali anche lui è sempre stato lontano. Un motivo in più per cogliere la serietà del suo apprezzamento – in quello stesso intervento – anche per i criteri di storicità adottati dal cardinale “conservatore” Walter Brandmüller, a fronte delle “molte banalità” oggi in circolazione riguardo all’ultimo Concilio.

(fonte: rossoporpora.org)

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