A Don Manuel Belli non piacciono i “riti tristi”. Ma perché mai il rito dovrebbe essere “gioioso”?

Don Manuel Belli, sacerdote della diocesi di Bergamo, insegnante di teologia sacramentaria, s’interroga in “L’epoca dei riti tristi” sulle diserzioni che si verificano alle assemblee eucaristiche, specialmente da parte dei giovani.

di Don Pio Pace (01-05-2022)

Manuel Belli, sacerdote della diocesi di Bergamo, insegnante di teologia sacramentaria, s’interroga in L’epoca dei riti tristi[1] sulle diserzioni che si verificano alle assemblee eucaristiche, specialmente da parte dei giovani. Il titolo si ispira al libro di due psicoanalisti, Michel Benasayag e Gérard Schmit, Les passions tristes. Souffrance psychique et crise sociale[2] [Le passioni tristi. Sofferenza psichica e crisi sociale] — nell’edizione italiana L’epoca delle passioni tristi[3] –, riguardante il numero crescente di giovani con sofferenze psichiche, in un’epoca sommersa da una tristezza, che attraversa tutti gli strati sociali.

Ne risulta in M. Belli, di capitolo in capitolo, una serie di analisi molto pessimistiche: la logica del mangiare minimo basilare stile fast food o al contrario della bulimia sconsiderata, che attiene all’Eucaristia; c’è una crisi della festività domenicale; il rituale cattolico ha perso la battaglia contro le streghe di Halloween; la liturgia viene percepita prima di tutto come autosoddisfazione, come un mezzo di sviluppo personale; la povera musica liturgica viene soltanto consumata; le discussioni sulla presenza pubblica di presepi e crocifissi mostrano come essi vengano ridotti a sistemi di valori; e così di seguito, con un capitolo sull’applicazione Tinder (applicazione per incontri galanti) comparata alla concezione cristiana dell’amore.

L’autore azzarda alcune “note provvisorie” per rendere i rituali più lieti. Il minimo che si possa dire è che è poco convincente: piccole ricette date nel succedersi dei capitoli, come ad esempio, ad una messa per bambini, fare il pane con loro, fare loro inventare un cantico; o ancora, captare l’irrequietezza della generazione attuale, riscoprendo il senso della processione. L’autore accarezza il progetto mal definito di una «catechesi esperienziale», che andrebbe oltre la pura dottrina, senza tuttavia dimenticarla…

Manuel Belli aveva sin dall’inizio escluso gli “estremi”, le messe in cui il prete indossa un naso da clown o il ritorno alla messa in latino. Notiamo di passaggio che, se M. Belli constata come i giovani siano poco attirati dai riti della messa della loro parrocchia, i vescovi di Francia, nelle loro risposte all’inchiesta della CDF sulla messa tradizionale, abbiano rimarcato al contrario — senza piacere — che i giovani sono attratti («affascinati») da questa liturgia antica.

Con Manuel Belli si è nella terra degli antropologi neo-bugninisti, al grado zero della scienza liturgica. Non si troveranno nelle sue osservazioni né riflessioni sistematiche sulla natura del rito liturgico, né sulla sua funzione di velo e manifestazione del divino o ancora sulla sua storia e sul suo carattere intrinsecamente tradizionale: esso viene percepito dai fedeli come tale da veicolare quel che è stato ricevuto fin dall’inizio. Invece le sue osservazioni sono molto interessanti per l’analisi ch’esse compiono: il rituale cattolico oggi — e soprattutto oggi — non “funziona” più; viene considerato come noioso, impregnato com’è di tedio universale.

Ma il criterio stesso di Manuel Belli, quello della tristezza da eliminare, è molto significativo del vicolo cieco in cui si trovano coloro che, come lui, vogliono rivivificare la riforma. Perché d’altronde il rito dovrebbe essere “gioioso”? La morte, il sacrificio, la penitenza sono tristi per natura e la gioia soprannaturale emana dalla tragedia della Croce.

È pur vero del resto che noi ci troviamo nell’epoca delle “passioni tristi”, che l’offerta liturgica contemporanea non è concorrenziale: Manuel Belli traccia uno tra i tanti bilanci del fallimento della riforma liturgica. Però non pensa neanche un istante ad uscirne, dimostrando, attraverso l’analisi che compie, ch’essa soffre del fatto d’esser troppo moderna e, attraverso le soluzioni ch’egli propone, di non saper immaginare altro che toppe provvisorie intrinseche alla modernità per porvi rimedio. Ancora più triste il fatto che i riti, benché deprimenti, vengano così insegnati a liturgia, come Manuel Belli, nei seminari e negli atenei pontifici.

NOTE

[1] Queriniana, 2021.
[2] La Découverte, 2006.
[3] Feltrinelli, 2013.

(fonte: resnovae.fr)

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