Becciu non pagò per accusare Pell, un documento lo prova

Dall’Australia spunta un documento, che la Bussola ha potuto visionare, che attesta che i soldi transitati dal Vaticano verso l’Australia non hanno nulla a che fare con il processo al cardinale Pell, ma avevano come destinataria una società di sicurezza informatica per un contratto relativo alla gestione di alcuni domin “cattolici”.

di Nico Spuntoni (09-04-2022)

Il 7 aprile doveva essere il giorno dell’interrogatorio dell’imputato più illustre nel processo sul palazzo di Londra, ma è slittato tutto al 5 maggio per un impedimento dei legali della difesa. Lui è ovviamente il cardinale Giovanni Angelo Becciu, finito in disgrazia dalla sera del 24 settembre 2020, quando rinunciò ai diritti del cardinalato al termine di un colloquio di venti minuti durante il quale Papa Francesco gli comunicò che non si fidava più di lui. All’origine della decisione del Pontefice, la segnalazione della magistratura vaticana sui presunti reati di peculato che il porporato avrebbe commesso e per i quali, successivamente, è stato rinviato a giudizio.

In quella fase, precedente alla richiesta di citazione in giudizio partita nell’estate del 2021 dall’Ufficio del Promotore di Giustizia, sono finite su alcuni giornali italiani diverse ipotesi investigative sulle azioni condotte da Becciu ai tempi del suo ruolo di sostituto della Segreteria di Stato.

Tra di esse era filtrata anche una presunta pista australiana legata ad uno dei casi d’ingiustizia più gravi della storia recente: ad inizio ottobre del 2020, infatti, il Corriere della Sera scrisse di “700 mila euro inviati in Australia attraverso alcuni bonifici frazionati” che “potrebbero essere stati utilizzati per ‘comprare’ gli accusatori nel processo per pedofilia contro il cardinale George Pell”. A leggere gli articoli che le riportavano all’epoca, quelle accuse sembravano pesanti e piuttosto circostanziate. Poi, però, nonostante i riflettori rimasti accesi sul processo in Vaticano, della pista australiana non se n’è quasi più parlato.

Di mezzo c’è stato l’incredibile errore dell’Autorità antiriciclaggio australiana (Austrac) che, rispondendo ad un’interrogazione della senatrice Concetta Fierravanti-Wells formulata proprio sull’onda delle ricostruzioni riportate dai giornali italiani, aveva indicato in 2,3 miliardi di dollari e in più di 400mila transazioni il giro di denaro tra Vaticano ed Australia negli ultimi sei anni presi in considerazione. Nonostante la cifra apparisse irrealistica a chiunque, c’era stato qualche commentatore che l’aveva considerata la pistola fumante per avvalorare l’idea della manina di Becciu dietro al presunto complotto ai danni di Pell.

Una tesi smontata pochi giorni dopo dalla precisazione dell’Austrac che aveva dovuto ammettere l’errore di calcolo, chiarendo che le movimentazioni totali ammontavano ad appena 9,5 milioni di dollari per 362 bonifici.

L’unico a ritornare sull’argomento era stato il cardinale Pell con dichiarazioni sibilline: “Sappiamo che del denaro è andato dal Vaticano in Australia, due milioni e 230 mila dollari, ma finora nessuno ha spiegato perché”, aveva detto il prefetto emerito della Segreteria vaticana per l’Economia. Quello che sappiamo è che tra il 2016 ed il 2017 la Segreteria di Stato – di cui all’epoca Becciu era il sostituto – ha autorizzato il pagamento di più bonifici del valore complessivo di più di due milioni di dollari alla società Neustar con sede a Melbourne. A proposito di quelle movimentazioni su cui si è adombrato il sospetto che ci potesse essere un collegamento con l’incriminazione di Pell era stata la stessa Sala Stampa della Santa Sede a chiarire in un comunicato del 13 gennaio 2021 che “la cifra è riconducibile ad alcuni obblighi contrattuali e all’ordinaria gestione delle proprie risorse”.

A confermarlo sono documenti che La Nuova Bussola Quotidiana ha potuto visionare: la Neustar altri non è che una società di sicurezza informatica — nata come AusRegistry International Pty nel 2003 fino al cambio nome nel 2016 — che dall’agosto del 2020 si chiama GoDaddy. L’azienda si occupa di registrare ed implementare i top-level domain (TLD) e rivendica di essere consulente di fiducia di un certo numero di enti governativi. In effetti, dai documenti che abbiamo visionato, in una lettera del marzo 2012, l’allora Segretario generale della Conferenza episcopale australiana, monsignor Brian Joseph Lucas aveva scritto a monsignor Paul Tighe, all’epoca segretario del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, per esprimere a nome dei vescovi australiani il “sostegno alla richiesta del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali di acquisire il generico dominio di primo livello ‘.catholic’ in lingua cinese (in caratteri cinesi semplificati)”.

Quando l’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names & Numbers) ha ‘liberalizzato’ la concessione di TLD, dal Vaticano ci si è mossi per registrare e controllare esclusivamente il dominio “.catholic” in inglese, arabo, russo ed anche in cinese. La richiesta è stata accettata nel 2013 e il dominio è stato registrato proprio dal Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali. Lo stesso ufficio, quindi, a cui era indirizzata la lettera di monsignor Lucas con cui la Conferenza episcopale australiana dava il suo via libera e nella quale si affermava che questo progetto (la creazione di un dominio “dot-catholic” in cinese) avrebbe facilitato “notevolmente il lavoro della Conferenza nell’autenticare la presenza della comunità cattolica nello spazio digitale” confermando che i vescovi sarebbero stati lieti di “collaborare con il PCCS nello sviluppo di questo progetto”.

E se si approfondisce l’origine del dominio ‘.catholic’ e dei soggetti che hanno partecipato alla sua registrazione si scopre che se il registrante è appunto il Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, il provider è proprio l’AusRegistry International, ovvero la società diventata poi Neustar. Mentre come Registry Backend viene indicata la GoDaddy, nome attuale della ex Neustar. Insomma, l’incrocio di queste informazioni lascia supporre che si potrebbe ipotizzare una risposta alla domanda del cardinal Pell sui 2 milioni e 230 mila dollari inviati tra il 2016 ed il 2017 dalla Segreteria di Stato: infatti la beneficiaria Neustar era il nome della società operante in Australia che si era già occupata di registrare e poi di gestire il dominio ‘.catholic’ – tra le altre – anche in lingua cinese.

È possibile che la Segreteria di Stato abbia inviato quella cifra per rispettare gli “obblighi contrattuali” sul progetto avente al centro quel dominio di primo di livello di cui nel 2012 aveva fatto menzione il segretario generale della Conferenza episcopale australiana nella sua lettera al Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali? È sicuramente più verosimile della spy-story di Becciu che ‘compra’ testimoni ed inquirenti per mandare in galera un cardinale che riteneva scomodo e farlo stare lontano dalla Curia.

(Fonte: LaNuovaBQ)

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