L’Ucraina combatte, ma per Francesco nessuna guerra è giusta

Questa su pace e guerra non è la sola delle irrisolte contraddizioni che caratterizzano l’attuale pontificato. Ma è forse la più gravida di conseguenze politiche, non ultima la crescente irrilevanza della Santa Sede sullo scacchiere mondiale.

di Sandro Magister (28-03-2022)

Giorno dopo giorno, con un crescendo di indignazione, papa Francesco va condannando come “inaccettabile”, “ripugnante”, “sacrilega” la “guerra di aggressione” e di “invasione” sferrata dalla Russia contro l’Ucraina, pur senza mai chiamare per nome lo Stato aggressore, né il suo monarca.

Francesco ha anche tacitamente acconsentito a che il suo segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, riconoscesse che “il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi”, e che quindi anche “gli aiuti militari all’Ucraina possono essere comprensibili”.

Nello stesso tempo, però, il papa continua a sferrare invettive contro il fabbricare e distribuire armi ad opera “del potere economico-tecnocratico-militare”, che giudica “una pazzia”, “uno scandalo che sporca l’anima, sporca il cuore, sporca l’umanità”, la vera origine di tutte le guerre. Ha persino detto di essersi “vergognato” al leggere che “un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento del PIL nell’acquisto di armi”.

A dar retta a Francesco, quindi, gli ucraini, gli aggrediti, se proprio volessero continuare a difendersi, dovrebbero farlo a mani nude. E così gli Stati liberi d’Europa e del Nordatlantico.

Questa su pace e guerra non è la sola delle irrisolte contraddizioni che caratterizzano l’attuale pontificato. Ma è forse la più gravida di conseguenze politiche, non ultima la crescente irrilevanza della Santa Sede sullo scacchiere mondiale.

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È nel secolo XX che la dottrina cattolica sulla pace e la guerra ha avuto la sua formulazione più compiuta. La si può leggere nel “Catechismo della Chiesa cattolica” del 1997, nel “Compendio della dottrina sociale della Chiesa cattolica” del 2006, come anche – lucidamente anticipata – in un classico del pensiero cristiano del Novecento come “Les Chrétiens devant le problème de la paix” di Emmanuel Mounier, del 1939, ripubblicato in Italia proprio in questi giorni da Castelvecchi col titolo “I cristiani e la pace” e con l’introduzione di Giancarlo Galeazzi, docente alla Pontificia Università Lateranense e specialista del “personalismo”, la filosofia elaborata dallo stesso Mounier e da Jacques Maritain.

È una dottrina che, a precise e stringenti condizioni, legittima l’uso della forza. Fino ad arrivare ad ammettere, nel discorso d’inizio 1993 di papa Giovanni Paolo II al corpo diplomatico, l’”ingerenza umanitaria” armata in difesa di uno Stato finito “sotto i colpi di un ingiusto aggressore”.

Per papa Francesco, tuttavia, questa dottrina ha fatto il suo tempo. La guerra in difesa di chi è vittima di un’aggressione secondo lui può essere magari combattuta come un male minore, ma in ogni caso senza più definirla e giudicarla “giusta”. L’ha detto anche nel videocolloquio che egli ha avuto lo scorso 15 marzo con il patriarca di Mosca Kirill: “Un tempo si parlava anche nelle nostre Chiese di guerra santa o di guerra giusta. Oggi non si può parlare così. Le guerre sono sempre ingiuste”.

Il taglio più netto con la dottrina e la formula della “guerra giusta” Francesco l’ha compiuto con il messaggio per la giornata della pace del 1 gennaio 2017, tutto dedicato alla non violenza “come stile di una politica per la pace”.

Poi però, nella conferenza stampa del 26 novembre 2019 sul volo di ritorno dal Giappone, ha detto di non ritenere ancora matura, pur avendone coltivato il progetto, l’emanazione di un’enciclica dedicata a pace e non violenza, che codifichi la svolta. Ha sostenuto che la questione è aperta e va sottoposta a riesame. E ha aggiunto che per il momento rimane sempre lecito, come “ultima risorsa”, il ricorso alle armi nei casi ammessi dalla teologia morale.

Sta di fatto che questa continua oscillazione di giudizio da parte dell’attuale papa genera anche nella Chiesa delle sbandate in una direzione o nell’altra.

La Comunità di Sant’Egidio, in particolare, la cosiddetta “ONU di Trastevere”, si è fatta in questi giorni promotrice di una applicazione molto variegata, e quindi fedele, del contraddittorio magistero di Francesco.

Mario Giro, esponente di punta della Comunità nella politica internazionale, ha scritto senza ammettere eccezioni: “I papi ci dicono che la guerra è un male in sé, che ogni guerra lo è e che non esiste una guerra giusta. È lei il male assoluto”.

Andrea Riccardi, il fondatore, ha lanciato un appello, fin dai primi giorni dell’aggressione all’Ucraina, affinché la capitale Kyiv fosse dichiarata “città aperta” per essere risparmiata dalla distruzione. Senza esplicitare, però, che tecnicamente “città aperta” è la città che per accordo esplicito delle parti in guerra viene lasciata occupare dal nemico, in questo caso la Russia, senza che gli si opponga resistenza. In altre parole, una capitolazione al neoimpero di Vladimir Putin.

Quanto a Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e cardinale, anche lui tra i fondatori della Comunità di Sant’Egidio ma anche e soprattutto papabile, in due pagine di intervista al quotidiano “Domani” di domenica 20 marzo ha preferito dire con parole vaghe un po’ di tutto: sia che “nessuna guerra è giusta”, sia che “in una situazione di conflitto aperto e tragico come quello che stiamo vedendo c’è il diritto a difendersi”.

Molto più lineare – in attesa del “riesame” fatto confusamente balenare da papa Francesco – resta la dottrina cattolica classica su pace e guerra, come tratteggiata da Mounier nel saggio ora ripubblicato e come sviluppata soprattutto da Giovanni Paolo II.

Per averne un’idea, applicata all’odierna guerra in Ucraina, ecco un breve estratto della prefazione al libro del pensatore francese.

L’autore della prefazione è Stefano Ceccanti, professore di diritto pubblico comparato all’Università di Roma “La Sapienza” e deputato del partito democratico, nonché in gioventù presidente degli universitari cattolici.

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LA LEZIONE INQUIETA DI EMMANUEL MOUNIER

di Stefano Ceccanti

Nonostante la diffusione di posizioni pacifiste radicali nel seno della Chiesa cattolica, eticamente apprezzabilissime sul piano individuale, e la necessità di un protagonismo diplomatico ed ecumenico della Santa Sede che la porta, con il pontefice “pro tempore” in carica, chiunque egli sia, a non polemizzare con nettezza nei confronti di paesi aggressori, come oggi nel caso della Russia putiniana, la complessità descritta nella sua epoca da Emmanuel Mounier, pur con alcuni importanti aggiornamenti, resta al centro del magistero odierno della Chiesa.

Il “Compendio della dottrina sociale della Chiesa cattolica” del 2006, nel numero 500 (sulle condizioni della legittima difesa) ripropone le quattro condizioni enunciate da Mounier, con un’aggiunta di maggiore cautela sulla “potenza dei moderni mezzi di distruzione”. Sulla questione dell’autorità legittima, il numero 501 richiama la Carta dell’ONU e il ruolo del consiglio di sicurezza. Il paragrafo 506 (sul dovere di protezione delle minoranze oppresse) apre con analoghe condizioni anche a forme di ingerenza umanitaria dentro il singolo Stato, mettendo quindi in discussione la sovranità statale ed elogia l’istituzione della corte penale internazionale.

Rispetto alla ricostruzione di Mounier, la dottrina cattolica sembra quindi mostrare un dubbio maggiore rispetto al canone della proporzionalità, essendo cresciuta la potenza distruttiva dei mezzi, ma sembra estendere la retta intenzione anche all’ingerenza umanitaria.

I due aggiornamenti più rilevanti, in altri termini, confermano la complessità della dottrina, perché l’uno invita a una maggiore prudenza mentre l’altro estende le finalità che possono legittimare l’uso della forza.

Il paragrafo 500 del “Compendio” condiziona l’esercizio della legittima difesa anche alla sua ragionevole efficacia: essa va praticata quando “ci siano fondate condizioni di successo”, cosa che ovviamente mira a evitare forme di testimonianza estrema. Non si può tuttavia leggere questa osservazione in modo semplicistico, come se la valutazione fosse limitata al solo momento di un’aggressione e alle sue più immediate conseguenze: così sarebbe ammessa solo una resa senza condizioni. La Sacra Scrittura, del resto, ci presenta il caso di Golia, molto più alto e forte, ma con una capacità visiva inferiore a Davide che lo sconfisse. Chi vede più lontano sa che chi appare soccombente a breve non lo è necessariamente alla fine del percorso.

In ogni caso, obiettivamente, prima e dopo, resta una grande complessità dei criteri individuati e il rifiuto di posizioni semplificatorie, come aveva chiarito pochi anni prima la Nota dottrinale della congregazione della dottrina della fede del 2002, che rigettava della pace “una visione irenica e ideologica, […] dimenticando la complessità delle ragioni in questione”, a cui opponeva “un impegno costante e vigile da parte di chi ha la responsabilità politica”. […]

Lungi dal congelare la storia, la fine della guerra fredda ha ripresentato costanti dilemmi sui nodi della pace e della guerra. Con la conclusione di un periodo in cui gli equilibri erano definiti da due superpotenze nell’ambito di sfere di influenza ben definite, anche se non comparabili tra loro (l’Occidente delle società aperte, pur con tutte le sue imperfezioni e contraddizioni, è stato ed è comunque un “mondo libero”), si sono moltiplicate le situazioni di crisi in cui le democrazie occidentali si sono trovate a dover scegliere tra mobilitazione bellica e neutralità: dalla prima guerra del Golfo deliberata dall’ONU, alla seconda voluta da Bush contro il parere dell’ONU, all’intervento umanitario in Kosovo contro la durissima repressione della minoranza albanese da parte di Milosevic, a quelli in Afghanistan e in Libano, fino all’invio di armi all’Ucraina.

Questi dilemmi si prestano male a sicurezze assolute, e spesso i giudizi possono anche cambiare, perché una piena consapevolezza dell’impatto delle decisioni si può avere, tendenzialmente, solo dopo lo svolgimento degli eventi. Inoltre, non tutto ciò che è legittimo è di per sé opportuno e fecondo.

Tuttavia, senza cadere in facili manicheismi, giova sempre ricordare che un diritto imperfetto è sempre meglio di alcun diritto. L’approccio delle culture democratiche, a differenza della sostanziale rassegnazione alle pulsioni peggiori della volontà di potenza del bellicismo o alla ricerca di perfezione del pacifismo astratto, fa propria l’importanza della battaglia per le cause imperfette teorizzata da Emmanuel Mounier, che l’ha ripresa dal filosofo Paul-Ludwig Landsberg.

Come ha scritto Mounier, la “forza creatrice” dell’impegno nasce dalla “tensione profonda che esso suscita fra l’imperfezione della causa e la fedeltà assoluta ai valori che sono in gioco. L’astensione è un’illusione. Lo scetticismo è ancora una filosofia: ma il non intervento fra il 1936 e il 1939 ha prodotto la guerra di Hitler. D’altra parte la coscienza inquieta e talvolta lacerata che noi acquistiamo dalle impurità della nostra causa ci tiene lontani dal fanatismo, in uno stato di vigile attenzione critica. […] Il rischio che noi accettiamo nell’oscurità parziale della nostra scelta ci pone in uno stato di privazione, d’insicurezza e di ardimento che è il clima delle grandi azioni”.

(Fonte: Settimo Cielo)

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