Giudice e imputato. I due corpi del papa, nel processo del secolo

È finalmente iniziato in Vaticano quello che i media internazionali chiamano “il processo del secolo”, celebrato contro il cardinale Giovanni Angelo Becciu e altri imputati.

di Sandro Magister (22-03-2022)

Dopo nove udienze bloccate da ostacoli procedurali, è finalmente iniziato il 17 marzo in Vaticano quello che i media internazionali chiamano “il processo del secolo”, celebrato contro il cardinale Giovanni Angelo Becciu e altri imputati principalmente per la disastrosa operazione d’acquisto di un palazzo di Sloane Avenue a Londra, da parte della segreteria nei Stato.

Nella precedente udienza del 1 marzo i giudici del tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone, in un’ordinanza di 40 pagine, avevano respinto come infondate tutte le obiezioni alla validità del processo fin lì sollevate dagli avvocati della difesa.

Ciò non toglie che la reputazione del sistema giudiziario vigente in Vaticano, di cui questo processo è prova rivelatrice, continua a essere pessima. I maggiori organi di stampa internazionali, dalla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” al “Corriere della Sera” a “The Economist”, si sono trovati concordi nel giudicarlo carente degli elementi costitutivi di un moderno stato di diritto.

In effetti, in Vaticano e in particolare durante questo pontificato – che tanto si era annunciato al mondo come modernizzatore – non c’è alcuna “rule of law” che valga per tutti, perché al di sopra di ogni regola codificata c’è la suprema potestà del papa, che in qualsiasi momento ordina e fa ciò che vuole senza che nessuno lo possa giudicare, come recita il canone 1404 del codice di diritto canonico: “Prima sedes a nemine iudicatur”.

Proprio questa suprema potestà, infatti, contrassegna il processo ora in corso, nel quale papa Francesco ha fatto e disfatto tutto a suo arbitrio.

Una prova clamorosa di questo arbitrio è stata, il 24 settembre 2020, la pubblica degradazione di Becciu – privato persino dei “diritti” del cardinalato – compiuta da papa Francesco senza fornire alcuna giustificazione, senza consentire all’accusato di difendersi e parecchi mesi prima che si celebrasse il processo a suo carico.

Ma una prova non meno pesante è data dai quattro “rescripta” firmati da Francesco nella fase iniziale delle indagini, tutti e quattro emessi in deroga alle leggi vigenti e ai diritti di difesa.

Fino ad oggi questi quattro “rescripta” erano noti nei loro punti essenziali, ma non erano mai stati pubblicati per intero, tanto meno da parte della Santa Sede. Cosa che invece fa Settimo Cielo, in quest’altra pagina dove si possono leggere integralmente in fotocopia:

> I quattro “rescripta” papali del processo contro Becciu e altri

Il primo “rescriptum”, in data 2 luglio 2019, è certamente il più interessante, perché getta luce – a suo modo – sulla genesi del processo.

Stando a quanto vi scrive papa Francesco, a sollevare i primi dubbi sulla “legittimità” e “liceità” di un’operazione in corso ad opera della segreteria di Stato – quella riguardante il palazzo di Londra – sarebbe stato il direttore dell’Istituto per le Opere di Religione, la banca vaticana, al quale la segreteria di Stato aveva chiesto, senza ottenerlo, un “finanziamento di consistente entità”.

Il direttore dello IOR Gian Franco Mammì era vicino a Jorge Mario Bergoglio fin da quando questi era arcivescovo di Buenos Aires, e questa sua “informativa riservata” sul sospetto malaffare avrebbe convinto il papa a far compiere da parte dello stesso IOR degli “accertamenti con il massimo di rigore e la massima riservatezza”.

Da qui le tre disposizioni di questo primo “rescriptum” pontificio:

– l’autorizzazione allo IOR di svolgere i suoi accertamenti “in deroga agli obblighi di segnalazione ad altre autorità dello Stato”;

– l’ordine allo IOR di dare “dettagliata notizia di quanto a sua conoscenza all’ufficio del promotore di giustizia”;

– la disposizione “che per le attività di indagine necessarie, l’ufficio del promotore proceda nelle forme del rito sommario sino alla conclusione delle indagini stesse. Con facoltà di adottare direttamente, ove necessario in deroga alle vigenti disposizioni, qualunque tipo di provvedimento anche di natura cautelare”.

Il secondo “rescriptum” è in data 5 luglio 2019, appena tre giorni dopo il primo, e autorizza sia lo IOR sia l’ufficio del promotore di giustizia ad adottare strumenti tecnologici di intercettazione contro i “soggetti le cui attività di comunicazione siano ritenuti utili per lo svolgimento delle indagini”. E ciò “con il più assoluto riserbo” e con “le modalità più adeguate per l’acquisizione, utilizzazione e conservazione delle prove raccolte”.

Il terzo “rescriptum” è del 9 ottobre 2019, otto giorni dopo un’irruzione dei gendarmi vaticani negli uffici della segreteria di Stato e dell’Autorità di Informazione Finanziaria, e autorizza il promotore di giustizia a utilizzare “tutti i documenti e materiali – cartacei ed elettronici – sequestrati” nel corso della perquisizione “senza che sia opponibile al riguardo alcun vincolo di segretezza da autorità interessate”.

(Va notato che a motivo del sequestro di documenti in custodia presso l’AIF eseguito in spregio dei rigidi vincoli internazionali di segretezza, la Santa Sede ha patito la temporanea espulsione dall’Egmont Group, la rete delle “intelligence” di 164 Stati di cui il Vaticano fa parte).

Infine, il quarto “rescriptum”, in data 13 febbraio 2020, stabilisce che continuano a valere per le indagini non solo “tutte le prerogative assegnate all’ufficio del promotore di giustizia” sia dal primo che dal secondo dei “rescripta”, ma anche “altre che si riterranno necessarie per l’accertamento dei fatti”.

Da tutto ciò si ricava un immagine del processo in corso in Vaticano di cui papa Francesco è sia regista che sceneggiatore, con i promotori di giustizia a fare da suo braccio operativo.

Ma c’è di più. Mentre dal primo dei quattro “rescripta” papali – come anche dalle dichiarazioni a ruota libera del papa nella conferenza stampa del 26 novembre 2019 sul volo di ritorno dal Giappone – si dedurrebbe che tutto avrebbe avuto inizio nell’estate del 2019, con i primi sospetti e le indagini poi sfociate nel processo, le cose non stanno affatto così.

C’è infatti un altro autorevole documento che fornisce una ricostruzione del tutto diversa, ed è la Nota informativa di 20 pagine del sostituto segretario di Stato Edgar Peña Parra depositata presso il tribunale vaticano con l’autorizzazione del papa a che sia resa pubblica, di cui ha dato ampiamente notizia Settimo Cielo lo scorso 3 gennaio.

Stando a quanto c’è scritto in questa Nota, la percezione, in Vaticano, che l’operazione di Londra fosse tutt’altro che limpida risale almeno all’autunno del 2018, e così gli sforzi per contenerne le perdite. Con Francesco a fare questa volta da primo attore.

È il papa in persona, infatti, che prima e dopo il Natale di quell’anno si prodiga per concordare con il finanziere Gianluigi Torzi il riacquisto a carissimo prezzo – 10 milioni di euro – dell’ultimo decisivo pacchetto di azioni della proprietà londinese. E questo nonostante la convinzione di Peña Parra – scritta nero su bianco nella sua Nota – che non di un pacifico accordo si trattasse, ma dell’epilogo di un’estorsione, di una “truffa” ai danni della segreteria di Stato.

Interrogato nella fase istruttoria del processo contro Becciu e altri imputati, anche mons. Alberto Perlasca, all’epoca direttore dell’ufficio amministrativo della segreteria di Stato, ha confermato questo coinvolgimento del pontefice, venendo però aspramente zittito dai promotore di giustizia Alessandro Diddi: “Monsignore, questo che dice non c’entra niente! Noi prima di fare questo che stiamo facendo siamo andati dal Santo Padre e gli abbiamo chiesto che cosa è accaduto, e di tutti posso dubitare fuorché del Santo Padre”.

Reso pubblico da un avvocato difensore nell’udienza del 17 novembre scorso, questo passaggio dell’interrogatorio di Perlasca ha indotto Diddi a smentire se stesso, negando di aver interrogato il papa.

Sta di fatto che l’esito è surreale. Con Francesco che fa sia da regista del processo, con i suoi “rescripta” che ne hanno pilotato lo svolgimento in spregio dei diritti della difesa, sia da coprotagonista della contorta trama che il processo è chiamato a giudicare, stando alla Nota di Peña Parra convalidata dallo stesso papa. Giudice e imputato al tempo stesso.

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L’estate del 2019 è stata particolarmente prolifica di strappi alla legislazione vigente in Vaticano, compiuti da papa Francesco per pilotare i processi. Se ne può citare almeno uno in più, rispetto ai quattro “rescripta” di cui si è detto sopra

Un comunicato vaticano del 17 settembre di quell’anno ha dato notizia di un “apposito provvedimento del Santo Padre del 29 luglio scorso che ha rimosso la causa di improcedibilità” che impediva “il rinvio a giudizio rispettivamente di don Gabriele Martinelli, con l’accusa di abusi sessuali che sarebbero avvenuti nel Preseminario San Pio X in anni precedenti il 2012, e di don Enrico Radice, rettore del Preseminario all’epoca dei fatti, con l’accusa di favoreggiamento”.

In effetti, si legge nel comunicato, “la legge all’epoca in vigore impediva il processo in assenza di querela della persona offesa da presentarsi entro un anno dai fatti contestati”, che risalivano però a diversi anni prima che il 18 aprile 2018 la querela fosse presentata.

Ma Francesco ha rimosso l’ostacolo e il processo si è celebrato. Per poi finire il 14 ottobre 2021 con il proscioglimento degli imputati.

Il Preseminario in cui si sono svolti i fatti era all’interno delle mura vaticane ed è stato chiuso nel settembre del 2021.

(Fonte: Settimo Cielo)

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