Se il prossimo conclave vorrà un secondo Francesco, ecco il nome e il programma

Nella rosa di cardinali che Francesco vedrebbe bene come suoi successori c’è un nome nuovo, balzato rapidamente in testa alla classifica. È quello del cardinale gesuita Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo.

di Sandro Magister (10-02-2022)

Nella rosa di cardinali che Francesco vedrebbe bene come suoi successori c’è un nome nuovo, balzato rapidamente in testa alla classifica. È quello del cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo.

Gli unici suoi limiti sarebbero l’età relativamente bassa, 64 anni, e il suo essere gesuita. Ma non è detto che questi limiti siano insuperabili. Quanto all’età, Hollerich dista appena di un anno dall’altro candidato di punta caro a Jorge Mario Bergoglio, il cardinale filippino Luis Antonio Gokim Tagle, prefetto di Propaganda Fide, e di sei anni, non molti, dal più accreditato dei candidati alternativi, il cardinale ungherese Peter Erdö, arcivescovo di Esztergom-Budapest. E quanto alla sua appartenenza alla Compagnia di Gesù, ne ha dato fin qui prova degli aspetti migliori e meno partigiani, i più affascinanti, soprattutto per quei suoi ventisette anni di missione in Giappone, ai confini estremi della fede, dove la ricerca di Dio e di forme nuove di cristianesimo sono imperativi assoluti, linee maestre per il futuro della Chiesa in un mondo sempre più secolarizzato.

A questa sfida epocale Hollerich si è sempre mostrato molto sensibile e anche oggi ne parla con una serietà e una profondità che lo distanziano dal mediocre spessore della gran parte dei cardinali nominati da papa Francesco. Ha studiato a Francoforte e a Monaco di Baviera, conosce e parla più lingue compreso il giapponese, ha insegnato a lungo nella prestigiosa università “Sophia” di Tokyo – niente a che vedere con l’omonima focolarina università di Loppiano fondata nel 2008 da Chiara Lubich, come scrive con grossolano svarione la biografia ufficiale di Hollerich nel sito del Vaticano –, finché nel 2011 Benedetto XVI l’ha richiamato in Europa e fatto arcivescovo nel suo natio Granducato del Lussemburgo.

Da allora, è l’Europa in crisi di fede lo spazio prioritario della missione di Hollerich, specie da quando nel 2018 è stato eletto presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea, in sigla COMECE, una carica di alta visibilità istituzionale, a contatto con i rappresentanti dell’Unione e con il compito di esprimere il punto di vista della Chiesa sui loro atti, ultimo il giudizio critico formulato dal cardinale l’8 febbraio contro la proposta del presidente francese Emmanuel Macron di includere il diritto all’aborto nella carta dei diritti fondamentali dell’Unione.

Ma una centralità molto maggiore, non solo in Europa ma nel mondo, è derivata a Hollerich dalla decisione di Francesco di farlo cardinale, nel 2019, e soprattutto, l’8 luglio 2021, relatore generale del sinodo pluriennale che – a giudizio del papa regnante ma anche di questo suo possibile successore – dovrebbe rimodellare la Chiesa all’insegna, appunto, della “sinodalità”.

Per Hollerich questo sinodo dovrà essere più che mai “aperto”. Dovrà saper ascoltare e “riempirsi” delle proposte che salgono dall’intero popolo di Dio. Anche sui capitoli più scottanti.

Rispetto a Francesco, sempre indecifrabile anche quando apre lo spazio a nuove soluzioni, Hollerich si distingue per la maggiore chiarezza. In queste ultime settimane ha dato ampie interviste nelle quali è sembrato esplicitare, con intuibile approvazione dall’alto, direzioni di marcia che il papa non vuole enunciare con parole proprie, in coincidenza non certo casuale con l’ondata di rivendicazioni estreme che intanto provengono dal quasi scismatico Cammino sinodale in corso in Germania.

Ebbene, ecco come si è espresso Hollerich sull’uno e sull’altro dei punti in discussione, in tre sue recenti interviste a La Croix, a Herder Korrespondenz e a Katholische Nachrichten-Agentur.

PRETI SPOSATI

“Un tempo ero un grande sostenitore del celibato per tutti i preti, ma oggi mi auguro che ci siano i ‘viri probati’. È un desiderio profondo. E tuttavia è un cammino difficile per la Chiesa, perché può essere percepito come una rottura. Dopo il Sinodo sull’Amazzonia, può essere che una delle ragioni per cui il papa non permise i ‘viri probati’ fosse che essi erano stati richiesti troppo fortemente e che il Sinodo si fosse ridotto troppo a questa questione. Ma penso che dobbiamo andare in questa direzione, altrimenti presto non avremo più preti. Sul lungo termine posso anche immaginare la via dell’ortodossia, per cui solo i monaci siano obbligati al celibato”.

DONNE PRETE

“Mi sembra che il primo problema non sia se le donne debbano diventare preti o meno, ma anzitutto se le donne abbiano un vero peso nel sacerdozio che è di tutti i battezzati e cresimati del popolo di Dio e se in questo modo possano esercitare l’autorità a ciò associata. Questo significherebbe anche omelia nella messa? Direi di sì”.

DONNE DIACONO

“Non avrei nulla in contrario. Però le riforme devono avere un fondamento stabile. Se ora di colpo il papa permettesse ‘viri probati’ e diaconesse, ci sarebbe un grosso pericolo di scisma. Non c’è solo la situazione della Germania, dove forse si distaccherebbe solo una piccola parte. In Africa o in paesi come la Francia probabilmente molti vescovi non collaborerebbero”.

SINODO TEDESCO

“Talvolta ho l’impressione che i vescovi tedeschi non comprendano il papa. Il papa non è liberale, è radicale. È dalla radicalità del Vangelo che viene il cambiamento. Condivido l’atteggiamento di Tomás Halik. Non si può parlare solo di riforme di strutture, anche la spiritualità deve tornare a crescere. Se si tratta solo di riforme come risultato di uno scontro, tutto può tornare velocemente indietro. In tal caso tutto dipende solo dalla maggiore influenza di un gruppo o di un altro. Così non si esce dal circolo vizioso”.

SESSUALITÀ E ABUSI

“Dobbiamo cambiare il nostro modo di considerare la sessualità. Fino ad oggi ne abbiamo avuto una visione piuttosto repressa. Evidentemente non si tratta di dire alle persone che possono fare qualsiasi cosa o di abolire la morale, ma credo che dobbiamo dire che la sessualità è un dono di Dio. Noi lo sappiamo, ma lo diciamo? Non ne sono sicuro. Alcuni attribuiscono la moltiplicazione degli abusi alla rivoluzione sessuale. Penso esattamente l’opposto: a mio avviso, i fatti più orribili sono avvenuti prima degli anni Settanta”.

OMOSESSUALITÀ

“Le posizioni della Chiesa sulle relazioni omosessuali come peccaminose sono sbagliate. Credo che la fondazione sociologica e scientifica di questa dottrina non sia più corretta. È tempo per una fondamentale revisione dell’insegnamento della Chiesa e il modo con cui papa Francesco ha parlato dell’omosessualità può condurre a un cambiamento nella dottrina. Intanto nella nostra arcidiocesi, in Lussemburgo, nessuno è licenziato perché omosessuale, né perché è divorziato e risposato. Non posso gettarli fuori, diverrebbero disoccupati, e come una simile cosa può essere cristiana? Quanto ai preti omosessuali, ce ne sono molti, e sarebbe bene che ne possano parlare al loro vescovo senza che lui li condanni”.

INTERCOMUNIONE

“A Tokyo davo la comunione a ognuno di coloro che venivano a messa. Non ho mai negato la comunione a nessuno. Davo per scontato che un protestante, se viene a fare la comunione, sa che cosa intendono i cattolici con la comunione, almeno tanto quanto lo sanno gli altri cattolici che partecipano alla messa. Però non concelebrerei con un pastore evangelico. A Tokyo ho imparato a conoscere molto bene il protestantesimo e apprezzarlo. Ma una volta ero presente a una loro cena del Signore e sono rimasto inorridito quando il resto del vino è stato gettato via, così come anche gli avanzi del pane. Questo mi ha molto scosso, perché come cattolico io credo alla presenza reale”.

MESSA IN LATINO

“A me piace la messa in latino, trovo i testi molto belli, specialmente il primo canone. Quando celebro la messa nella cappella di casa mia, scelgo talvolta una preghiera latina. Ma in una parrocchia non lo farei. So che lì le persone non capiscono il latino e non ne ricaverebbero niente. Mi è stato chiesto di celebrare ad Anversa una messa in latino con il rito attuale. Questo lo farò, ma non celebrerei con il rito antico. Questo non significa che altri non possano magari farlo in senso buono. Ma io non posso. Nella nostra lingua e nella nostra immaginazione, il passato sta dietro a noi e il futuro davanti. Nell’antico Egitto le cose erano esattamente l’opposto. Il passato era visto come qualcosa che sta davanti a noi, perché lo conosciamo e lo vediamo, mentre il futuro stava dietro, poiché non lo si conosce. La Chiesa cattolica mi sembra che abbia ancora un tocco egizio. Ma non funziona più. Dio apre al futuro. Alcuni dicono che prima la messa era molto più bella. Ma a quale forma si riferiscono? Per lo più si immagina un certo passato che viene ‘stilizzato’ in una tradizione. È qui che la civiltà egizia alla fine ha fallito. Non aveva più la capacità di trasformarsi”.

ABORTO

“Conosco uomini e donne, anche di sinistra, che si dicono cristiani convinti, che si battono contro il cambiamento climatico, ma nel parlamento europeo votano per far sì che l’aborto sia un diritto fondamentale e che venga limitata la libertà di coscienza dei medici. Tendono a rinchiudere le loro preferenze religiose nell’ambito privato. Ma in tal caso, questa non è più una religione, ma una convinzione personale. La religione richiede uno spazio pubblico dove esprimersi. Un esempio: io sono assolutamente contrario all’aborto. E come cristiano, non posso avere una posizione diversa. Ma comprendo anche che c’è una preoccupazione per la dignità delle donne, e che ciò che abbiamo sostenuto nel passato per opporci alla legge sull’aborto oggi non è più udibile. A questo punto, quale altra misura possiamo prendere per difendere la vita? Quando un discorso non è più seguito, non bisogna accanirsi ma cercare altre vie”.

Su un altro punto, la benedizione liturgica delle coppie omosessuali, su cui il sinodo di Germania si è scatenato e lo stesso papa Francesco ha dato segni di cedimento, Hollerich taglia corto: “Con le benedizioni nuziali no, non sono d’accordo, perché noi riteniamo matrimonio solo l’unione tra un uomo e una donna”.

Così come c’è una indubbia distanza tra la visione che Hollerich ha della Chiesa e quella invece, iperdemocraticista, che è tornato a ribandire in una recente intervista il vescovo di Limburgo e presidente della conferenza episcopale tedesca Georg Bätzing: “Vogliamo che nella Chiesa il potere venga condiviso, che sia controllato, che non rimanga più nelle mani di uno solo, ma che sia condiviso da molti. Vogliamo che le donne possano essere accettate nei ministeri e negli uffici della Chiesa. Che nella Chiesa siano applicati l’uguaglianza dei diritti, l’uguaglianza della dignità di donne e uomini. Vogliamo che nella Chiesa trovi accettazione la differenza di genere ma anche la molteplicità di genere”.

Resta però aperta un’incognita. Quanto reggeranno le direttrici riformiste di Hollerich, fatte di molti sì ma anche di qualche no, quando le proposte dirompenti del sinodo tedesco si incroceranno, a Roma, con il sinodo della Chiesa intera sulla sinodalità?

Lo scorso 3 febbraio, in conferenza stampa, Bätzing ha riferito che dopo un incontro avvenuto in Lussemburgo tra lui, Hollerich e il cardinale maltese Mario Grech, segretario generale del sinodo dei vescovi, è stato ricevuto in udienza da papa Francesco, che avrebbe incoraggiato la creazione di un gruppo di lavoro su come conciliare il sinodo tedesco con quello della Chiesa universale.

Hollerich, come candidato riformista al papato, sembra promettere un percorso più lineare e coerente rispetto all’ondivago e contraddittorio pontificato attuale.

È un banale replicante di Bergoglio, però, quando si mette anche lui a ripetere questa litania carissima al papa regnante: “Anche il pastore non sempre conosce la strada e sa dove andare. A volte saranno le pecore a trovare la strada e il pastore a seguire con difficoltà, passo passo”.

Per non dire della spericolata messa in mora, tale e quale che in papa Francesco, dell’aristotelico principio di non contraddizione, che anche Hollerich non teme di rovesciare nel suo contrario, con in più un tocco di colore alla giapponese:

“Sono un vescovo che viene dal Giappone e penso che quelle esperienze mi abbiano offerto un altro orizzonte di pensiero e di giudizio. I giapponesi non pensano come nella logica europea degli opposti. Se noi diciamo che una cosa è nera, significa che non è bianca. I giapponesi invece dicono: ‘È bianca, ma forse anche nera’. In Giappone si possono combinare gli opposti senza cambiare punto di vista”.

(Fonte: Settimo Cielo)

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