Il processo sul malaffare vaticano ha un convitato di pietra: il cardinale Pell

Mentre in Vaticano il processo al cardinale Giovanni Angelo Becciu e ad altri imputati si avvia alla sua quinta udienza senza mai cominciare per davvero, negli Stati Uniti è uscito il terzo e ultimo volume del “Prison Journal”, il diario di prigionia del cardinale George Pell, che in alcune sue pagine traccia di Becciu un profilo non certo esaltante.

di Sandro Magister (23-11-2021)

Mentre in Vaticano il processo al cardinale Giovanni Angelo Becciu e ad altri imputati si avvia alla sua quinta udienza senza mai cominciare per davvero, negli Stati Uniti è uscito il terzo e ultimo volume del “Prison Journal”, il diario di prigionia del cardinale George Pell, che in alcune sue pagine traccia di Becciu un profilo non certo esaltante.

C’eravamo tanto amati…

In sostanza, Pell addita in colui che è stato sostituto segretario di Stato dal 2011 al 2018 il più tenace oppositore all’azione di pulizia e di riordino dei conti vaticani affidata nel 2014 da papa Francesco allo stesso Pell, come prefetto della neonata Segreteria per l’economia.

Più sotto sono riportate le pagine del diario in cui Pell fa riferimento a questa resistenza, che aveva nella Segreteria di Stato il suo bastione.

Pell non entra nel merito del processo che è ora in corso in Vaticano, che riguarda principalmente il mal congegnato acquisto di un palazzo a Londra da parte della Segreteria di Stato. Si limita a notare di aver intuito fin dall’inizio che quell’operazione era sbagliata e non andava fatta, e di averlo detto, purtroppo senza trovare ascolto, anzi, venendo lui stesso rapidamente privato dei suoi poteri.

È comprensibile, quindi, che nel suo diario Pell si rallegri del fatto che quel malaffare sia poi finito sotto processo, anche grazie al personale “insistere” di papa Francesco.

Ma di questo processo, giunto il 17 novembre alla sua quarta udienza, Pell non poteva certo conoscere, quando in prigione scriveva il suo diario, lo sconnesso impianto giudiziario, né la plateale violazione dei diritti della difesa, né tanto meno i possibili sviluppi, che rischiano di coinvolgere e travolgere la stessa persona di papa Francesco.

Perché proprio questo ha fatto balenare l’udienza del 17 novembre.

Quando il presidente del tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, ha dato inizio al dibattimento, le incognite erano già altissime, come ricostruito punto per punto in questo post di Catholic News Agency pubblicato quella stessa mattina:

> Vatican finance trial: What’s happened so far and where is it heading?

Ma poi è accaduto che Luigi Panella, avvocato difensore di un imputato, ha estratto dalla diluviale deposizione del principale accusatore del cardinale Becciu e degli altri imputati, il prelato Alberto Perlasca, la seguente frase del promotore di giustizia Alessandro Diddi che lo stava interrogando: “Monsignore, questo che dice non c’entra niente! Noi prima di fare questo che stiamo facendo siamo andati dal Santo Padre e gli abbiamo chiesto che cosa è accaduto, e di tutti posso dubitare fuorché del Santo Padre”. Di questa chiamata a testimone di papa Francesco, però – ha obiettato l’avvocato Panella –, “noi non abbiamo nessun verbale”, e questo impedirebbe di proseguire il processo.

Dopo una sospensione dell’udienza, Diddi ha negato che il papa sia stato “sentito a verbale” dai promotori di giustizia, perché già bastava a loro quello che egli aveva detto nella conferenza stampa in aereo del 26 novembre 2019 “nel volo dalla Thailandia al Giappone” (in realtà da Tokyo a Roma).

Ma è risaputo che Francesco non solo era stato tenuto al corrente di ogni passo dell’operazione londinese, di fatto approvandola, ma è intervenuto di persona almeno in uno dei momenti nevralgici della vicenda, quello della trattativa della Segreteria di Stato per rilevare le quote del palazzo di Londra ancora in possesso del broker Gianluigi Torzi, infine pagate 15 milioni di euro. Ed era proprio della parte avuta dal papa in questa trattativa che stava parlando Perlasca, interrogato da Diddi per il quale invece ciò “non stava né in cielo né in terra”, nel punto della sua deposizione richiamato dall’avvocato Panella.

Era la fine del 2018, e Francesco si fece anche fotografare assieme a Torzi, amabilmente ricevuto a Santa Marta nel giorno di Santo Stefano. Rispondendo in seguito  all’Associated Press, il tribunale vaticano confermò che il papa era entrato nella stanza in cui si conducevano le trattative invitando tutti a trovare una soluzione. Giuseppe Milanese, uno dei presenti, dichiarò a “Report”, sulla tv di Stato italiana, che Francesco aveva anche esortato a dare a Torzi “il giusto salario”. L’intervento del papa è stato inoltre confermato da Edgar Peña Paura, successore di Becciu come sostituto segretario di Stato, in un suo memorandum d’una ventina di pagine sull’intera vicenda, con vari documenti allegati.

Vista la piega presa dall’udienza, il presidente del tribunale vaticano Pignatone ha quindi preso atto che il processo non poteva proseguire “se prima la difesa non avrà una conoscenza completa degli atti” e ha rinviato il tutto al 1 dicembre.

Si vedrà. Ma tornando ai diari del cardinale Pell, ecco che cosa egli vi ha scritto, prima che il processo cominciasse, in queste tre sue paginette seguite ciascuna da nostre brevi annotazioni.

*

1. “UNA DICHIARAZIONE PROVOCATORIA E RIVELATRICE”

(Mercoledì 11 dicembre 2019, pp. 33-35)

Mi è arrivata oggi da Roma una dichiarazione provocatoria e rivelatrice del cardinale [Giovanni Angelo] Becciu. […] Il cardinale Becciu è diverso dalla maggior parte dagli altri personaggi vaticani implicati in vicende finanziarie, che se ne stanno coperti e in silenzio fino a quando non cessano le raffiche di artiglieria, per poi riprendere la loro vita consueta. Questo cardinale rilascia spesso delle dichiarazioni. In questa occasione ha scritto a Sandro Magister de “L’Espresso” […] di non aver tenuto in considerazione “il parere contrario del cardinale Pell” sull’acquisto [del palazzo] di Londra semplicemente perché neppure mai lo consultò in merito, “dal momento che non rientrava nelle sue competenze controllare i conti della Segreteria di Stato”, un’autorità che il papa non gli aveva mai dato.

La locuzione italiana utilizzata è “controllare i conti della Segreteria di Stato”. Anche se non ho accesso a un dizionario italiano, lo statuto della nostra Segreteria [per l’economia] ci dava in forma esplicita l’autorità “to supervise”, controllare, tutti i conti in Vaticano, compresi quelli della Segreteria di Stato; e necessitavano della nostra approvazione anche gli acquisti di proprietà ecc. al di sopra dei 500 mila euro. Quest’ultima approvazione non ci fu richiesta, ma a provocare la nostra contrarietà fu l’errata gestione contabile dell’operazione, nella quale l’esborso era mascherato e controbilanciato dal valore (teorico) dell’acquisto, contro le norme di contabilità. Il nostro punto di vista non prevalse, ma tre cose sono chiare:

1. Nello statuto, la Segreteria di Stato non è mai stata esentata dalla supervisione della Segreteria per l’economia;

2. Le nostre attività sono state avversate regolarmente, ma non totalmente ed efficacemente, da alcuni, ma non tutti, nella segreteria di Stato. In essa vi erano elementi ostili a qualsiasi sguardo esterno sulle loro attività (e ora capiamo meglio perché era così);

3. Il sostituto segretario di Stato annullò la revisione contabile esterna e costrinse il revisore a dimettersi. Egli direttamente non nega la nostra opposizione e non dice nulla sulle enormi perdite dell’investimento (un 15 per cento per la svalutazione della Brexit e almeno un altro 15 per cento per il crollo della bolla immobiliare londinese, cioè almeno 60 milioni di euro di perdita sugli iniziali 200 milioni di euro di investimento), né riguardo alle connesse cattive pratiche, come onorari e commissioni eccessive.

*

(s.m.) Per l’esattezza, è questo il passaggio della dichiarazione del cardinale Becciu contestato da Pell:

“È infondata l’accusa di non aver io tenuto in considerazione il parere contrario del cardinale Pell sull’operazione dell’acquisto del palazzo di Londra, per la semplice ragione che l’allora prefetto della SPE [Segreteria per l’economia] non fu mai interpellato in merito, dal momento che non rientrava nelle sue competenze controllare i conti della Segreteria di Stato. Per fare ciò avrebbe dovuto avere l’autorizzazione del papa, cosa che mai gli fu concessa”.

Ma oltre che confutare tali affermazioni, il cardinale Pell addita in Becciu il più irriducibile oppositore a qualsiasi supervisione della Segreteria per l’economia – istituita nel 2014 da papa Francesco e presieduta dallo stesso Pell – dei conti della Segreteria di Stato. L’acquisto del palazzo di Londra fu una delle materie di scontro, ma non la sola.

In particolare, Pell attribuisce a Becciu la cacciata del revisore generale dei conti Libero Milone, avvenuta il 19 giugno 2017, i cui retroscena furono rivelati dallo stesso Milone in un’intervista del successivo 24 settembre al “Wall Street Journal”, a “Reuters”, al “Corriere della Sera” e a SkyTg24. Ne seguirono, lo stesso giorno, un polemico comunicato della Santa Sede e un ancor più velenoso commento di Becciu, secondo cui Milone “stava spiando le vite private dei suoi superiori e dello staff, incluso me”.

Il tutto fu riferito dettagliatamente da Settimo Cielo nel seguente post, compreso l’appoggio che papa Francesco diede a Becciu nel cacciare Milone e nel fare muro contro Pell, già di fatto privato dei suoi poteri prima ancora di far ritorno in Australia per il processo di cui era imputato:

> Il braccio armato del papa, nel racconto dell’ex revisore dei conti vaticani

In un’altra pagina del suo diario di prigionia, scritta il 22 febbraio 2020, Pell addita anche in Alberto Perlasca “un fanatico oppositore di qualsiasi tipo di revisione contabile esterna delle finanze della Segreteria di Stato”. Ricorda che negli anni del malaffare di Londra era lui che “guidava le operazioni finanziarie nella Segreteria di Stato vaticana“. Annota che il suo ufficio è stato perquisito. E commenta: “La storia diventerà ancora più interessante se mons. Perlasca si metterà a parlare”.

Infatti. Perlasca è diventato poco dopo il principale accusatore di Becciu e degli altri imputati nel processo sul malaffare di Londra. Le sue deposizioni hanno occupato centoquindici ore di videoregistrazioni.

*

2. LA VISITA IN CARCERE DEL PRESIDENTE DELLO IOR

(Lunedì 16 dicembre 2019, pp. 47-48)

Il clou della giornata è stata la visita di Jean-Baptiste de Franssu, presidente dello IOR, la cosiddetta banca vaticana, che è venuto a trovarmi da Bruxelles. […] La sua visita è un meraviglioso gesto di sostegno, che apprezzo profondamente. […] Jean-Baptiste ed io abbiamo lavorato assieme per la riforma nelle nostre differenti aree. Sebbene sia stato spesso diffamato, maltrattato e minacciato fisicamente in almeno un’occasione, lui è stato più efficace nell’eliminare la corruzione nella banca di quanto lo sia stato io in tutto il Vaticano, anche se entrambi non siamo stati in grado di scoprire tutta la verità su alcuni grandi scandali del passato, i cui fatti reali probabilmente continueranno a rimanere sepolti.

È stato il rifiuto dello IOR di collaborare a fornire altri 150 milioni di euro [alla Segreteria di Stato] per il disastroso acquisto nel Chelsea a Londra che ha recentemente portato il caso alla ribalta. Mi ha fatto piacere apprendere che è stato lo stesso Santo Padre non solo ad autorizzare le “irruzioni” nella Segreteria di Stato e negli uffici dell’AIF [Autorità di Informazione Finanziaria] ma ad insistere affinché si intervenisse. Jean-Baptiste concorda anche sul fatto che ci sono prove “prima facie” di illeciti all’AIF e che se René Brüelhart, il presidente dell’AIF, si è dimesso, è stato perché non aveva alternative. Lo IOR è stato sottoposto a notevoli pressioni per collaborare, e uno dei suoi funzionari è stato minacciato e intimidito, anche se non è stato invitato a dare un’occhiata nel cassetto e trovare lì una rivoltella, come avveniva ai bei vecchi tempi. […]

Jean-Baptiste ha consultato papa Francesco riguardo al suo viaggio per farmi visita ed è stato fortemente appoggiato. Spero che a sua volta continui a ricevere il sostegno ufficiale che i suoi sforzi meritano e di cui il Vaticano ha bisogno, mentre lentamente si tira fuori dai suoi guai finanziari, come da una voragine.

Sono stato contento di sentire che un certo numero di cardinali, non tutti della mia linea di pensiero, ora ammettono che ciò che andavo proponendo anni fa sta accadendo e che i miei, o nostri, sforzi di riforma hanno gettato le basi per le recenti scoperte.

Ancora più gradita è stata la notizia che è uscito un decreto che prevede che gli investimenti dell’APSA [Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica] siano consolidati e attuati in maniera coordinata, come […] ci era stato impedito di fare. A ciò si opporrà ferocemente la vecchia guardia dell’APSA, ed è da vedere se ci saranno la capacità e una quantità sufficiente di buona volontà per riuscirci.

Poiché Jean-Baptiste è in contatto con il cardinale [Philippe] Barbarin, arcivescovo di Lione, gli ho chiesto come sta andando il suo caso giudiziario e di trasmettergli i miei migliori auguri. A quanto pare il verdetto di “non colpevolezza” sarà annunciato nel nuovo anno, anche se la saga ha messo a dura prova la salute di Barbarin. Prego Dio che il verdetto di “non colpevolezza” sulla sua gestione di un caso particolare di pedofilia sia confermato. Jean-Baptiste ha promesso di telefonare a Lione al suo ritorno.

*

(s.m.) In quest’altra pagina del suo diario il cardinale Pell riconosce nel presidente dello IOR Jean-Baptiste de Franssu – accorso a fargli visita in carcere col previo consenso del papa – uno dei pochi ad aver fatto squadra con lui nell’opera di riforma delle finanze vaticane. In particolare, gli riconosce il merito di aver negato i 150 milioni di euro chiesti dalla Segreteria di Stato per concludere l’acquisto del palazzo di Londra.

Pell plaude anche alla risolutezza – per la verità poco rispettosa dei più elementari diritti – con cui papa Francesco ha ordinato le perquisizioni negli uffici della Segreteria di Stato e dell’AIF che hanno fatto da preludio al processo sul malaffare di Londra.

Affiora inoltre, in questa pagina del diario di Pell, un suo giudizio non lusinghiero sull’AIF e sul suo presidente di allora, lo svizzero René Brüelhart, anch’esso poi finito tra gli imputati del processo, come pure un pessimo giudizio sulla “vecchia guardia” dell’APSA, altro bastione di resistenza alla sua azione riformatrice, felicemente, però – fa notare –, in via di smantellamento.

Quanto al cardinale Barbarin, la preghiera di Pell affinché gli venisse riconosciuta la “non colpevolezza” è stata esaudita il 30 gennaio 2020, dalla sentenza di assoluzione.

*

3. “IL RISULTATO DI UNA IPOCRITA INCOMPETENZA”

(Quarta domenica di Avvento, 22 dicembre 2019, p. 62)

L’unica novità [di oggi] sono state le notizie sul caso giudiziario di Malta, in cui lo IOR lamenta di essere stato frodato in un investimento di 30 milioni di euro da parte di due gruppi, Future Investment Manager e Optimum Management, che era destinato all’acquisto dell’84 per cento del Palazzo della Borsa a Budapest. Optimum ha contrattaccato, sebbene sia già stato identificato nel 2015 dalle autorità italiane come un investitore fraudolento, in un’occasione utilizzando l’Athena Global Fund di [Raffaele] Mincione.

Prima che [nel 2017] io tornassi in patria, le autorità dello IOR avevano negoziato una composizione di questa controversia, che era pronta per la firma e l’esecuzione, quando ciò fu impedito dalle autorità vaticane. Questa decisione è stata certamente sbagliata ed è stata forse il risultato di una ipocrita incompetenza; ma è difficile sottrarsi al sospetto che le forze delle tenebre fossero all’opera per i loro nefasti propositi. […]

È incredibile che, trent’anni dopo lo scandalo del Banco Ambrosiano, nel quale [Roberto] Calvi fu trovato morto sotto il Blackfriars Bridge di Londra e il Vaticano dovette sborsare centinaia di milioni di dollari, personaggi canaglia che controllano alcune sezioni del Vaticano abbiano continuato a trattare con malfamati agenti finanziari, che li hanno spogliati di oltre 100 milioni di euro (almeno) negli ultimi dieci anni. La corruzione deve essere fermata anche in Segreteria di Stato, così come è avvenuto allo IOR e all’APSA.

*

(s.m.) Il caso di Malta è qui ricordato da Pell come un’altra prova della “ipocrita incompetenza” della Segreteria di Stato in campo finanziario, aggravata dal suo pervicace rifiuto di fare al proprio interno quella pulizia che invece è stata per lo meno avviata in altri uffici vaticani.

Sta di fatto che il colpo di grazia per la Segreteria di Stato è poi arrivato il 28 dicembre 2020 per ordine di papa Francesco, col trasferimento forzato all’APSA dell’intera sua cassaforte, cioè di buona parte di quel miliardo e 400 milioni di euro che il cardinale Pell – nei pochi mesi in cui, all’inizio del pontificato, potè agire con il pieno mandato del papa a far pulizia – aveva scovato al di fuori dei bilanci vaticani ufficiali.

*

Il diario del cardinale Pell termina nella settimana santa del 2020, quando la sua innocenza fu riconosciuta con sentenza unanime dalla corte suprema australiana e gli fu restituita la libertà dopo 404 giorni passati in prigione a Melbourne.

Questo è il post che Settimo Cielo pubblicò il 7 dicembre 2020, all’uscita del primo volume del diario, prima in inglese e poi anche in italiano per i tipi di Cantagalli:

> Anteprima. I diari di prigione del cardinale Pell

(Fonte: Settimo Cielo)


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