Teologia della Liberazione o marxismo per i cristiani?

Diversi media hanno commentato il 50° di un libro che ha avuto una enorme influenza nella Chiesa cattolica latinoamericana e non solo, Teologia della liberazione, del sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez. Proponiamo di seguito l’analisi del libro Teologia della Liberazione fatta dalla rivista Tradición y Acción di Lima nel 1973.

Diversi media hanno commentato il 50° anniversario (ad esempio, La Lettura del Corriere della Sera del 7/11/21) di un libro che ha avuto una enorme influenza nella Chiesa cattolica latinoamericana e non solo: “Teologia della liberazione”, del sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez. Sotto questa dicitura crebbe tutto un grande movimento catto-politico, ancora attivo, finalizzato a implementare nella società le teorie esposte nel libro.

Pochi ricorderanno, invece, che la prima recensione articolata per denunciare il contenuto di quel saggio come favorevole all’avanzamento dell’ideologia marxista fra i fedeli cattolici, fu quella della rivista peruviana Tradición y Acción, ispirata al pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira. I movimenti sudamericani ispirati dal pensatore e uomo di azione brasiliano avevano, dietro un suo specifico suggerimento, intrapreso nell’ormai lontano 1969 una grande campagna internazionale di raccolta firme chiedendo a Papa Paolo VI che prendesse misure contro la crescente infiltrazione di idee comuniste nelle fila del clero. Quella raccolta raggiunse i 2 milioni di firmatari. Le firme furono consegnate alla Santa Sede.

Solo nel 1984, ad opera della Congregazione della Dottrina della Fede diretta dall’allora cardinale Ratzinger, Il Vaticano condannò gli aspetti estremi della Teologia della Liberazione con l’Istruzione Libertatis Nuntius che bollava detta ideologia e la sua prassi (“il socialismo reale”) come “vergogna del nostro tempo”. Purtroppo, molti buoi erano ormai scappati dalla stalla… Proponiamo di seguito l’analisi del libro Teologia della Liberazione fatta dalla rivista Tradición y Acción di Lima nel 1973.


Teologia della Liberazione o marxismo per i cristiani?

Ecco come si presenta al lettore ignaro il libro di Gustavo Gutiérrez Teologia della liberazione: sulla copertina il titolo dell’opera è in lettere bianche e quello dell’autore in nero, il tutto su uno sfondo rosso acceso, che colpisce profondamente la sensibilità dell’osservatore. Questa presentazione è completata dalla quarta di copertina. Qui, attraverso l’uso esclusivo di un forte contrasto bianco-nero senza mezzitoni, viene abbozzata la figura di una folla. Si ha l’impressione di una riunione di massa.

Vista presumibilmente dall’angolo verso la quale è girata, questa folla ha proporzioni gigantesche. Dato che il disegno non è contenuto in una cornice, ma raggiunge i limiti naturali della quarta di copertina, si ha l’impressione di non poter abbracciare tutta la marea di persone che, oltre la carta, si estende indefinitamente aldilà delle possibilità visive dell’uomo attraverso le regioni senza confini dell’immaginazione. Le figure, più abbozzate che disegnate, accentuano la sensazione dell’infinito numerico.

L’insieme è una vera aggressione visiva al lettore. I volti sono duri e cupi. I pugni stretti in alto. Si profilano enormi braccia alzate in segno di protesta. Alcune labbra serrate hanno qualcosa di disperato. Bocche aperte come per lanciare grida di odio. Sopra le teste, una macchia bianca, come una bandiera dai contorni vaghi, sembra concentrare in sé l’energia della ribellione che aleggia su tutta l’atmosfera. È come la risultante simbolica del cattivo anticonformismo impresso su quei volti, segnati da una tristezza morbosa e non rassegnata.

Sembrerebbe una manifestazione di comunisti che protestano contro qualcosa e sono pronti a indulgere, per odio, nella distruzione e nel saccheggio. E tutta questa ostentazione visiva è un “flash” appropriato delle idee che il libro contiene. Nessun riferimento alla condizione sacerdotale dell’autore.

Una fedeltà originale

Il libro è caratterizzato — va subito detto — da un’impressionante mancanza di originalità. Per quanto non ci si abitui alla noiosa e indigesta “letteratura” catto-progressista, si nota fin dall’inizio la stessa ispirazione sediziosa, gli stessi temi, la stessa struttura di pensiero, gli stessi modelli e persino le stesse ambiguità che segnano le innumerevoli arringhe dei Méndez Arceos[1] del nostro continente.

La fedeltà di Gutiérrez agli standard che adotta è notevole, giunge ad essere persino originale!

Per capire la mentalità dell’autore, vale la pena dire una parola su quale gamma di progressismo egli rappresenti. Gustavo Gutiérrez non può essere incluso tra i moderati. Cioè, non è tra coloro che cercano di bilanciarsi su una via di mezzo, sopra il pendio scivoloso verso il comunismo, per poter invocare in loro difesa una pretesa fedeltà alla dottrina tradizionale della Chiesa.

Egli entra in scena come un “enragé” del progressismo, già assai vicino all’abisso comunista. Le tinte del cattolicesimo con cui ancora si presenta sono ormai come una pellicola così trasparente che vela malamente le sue idee marxiste. L’effetto pratico del manto di cattolicesimo con cui si copre Gutiérrez serve solo a portare avanti il processo di autodemolizione della Chiesa, che Paolo VI ha così veracemente denunciato (S. S. Paolo VI, Allocuzione al Seminario Lombardo, 7 dicembre 1968, in L’Osservatore Romano, 8 dicembre 1968).

Si veda per esempio la radicale posizione dottrinale e pratica che il sacerdote adotta, sia nell’ordine temporale che nella sfera religiosa: “. . . solo una rottura con l’attuale ordine ingiusto e un franco impegno per una nuova società renderanno credibile ai popoli dell’America Latina il messaggio d’amore di cui la comunità cristiana è portatrice. Questa esigenza deve condurla a una profonda revisione del modo di predicare la Parola, di vivere e celebrare la sua fede” (p. 172 – enfasi aggiunta). Il grado di progressismo adottato dall’autore di “Teologia della Liberazione” è costante nel suo libro. Il suo scollamento dalla dottrina cattolica, anche se esplicito, batte sempre la stessa nota dall’inizio alla fine.

Nella sua smania di radicalismo Gutiérrez respinge sistematicamente le forme meno estreme di cambiamento come il “riformismo”: “Questa non è una ‘lotta per gli altri’, lotta dal retrogusto paternalistico e di obiettivi riformisti, ma per percepirsi come un uomo inappagato che vive in una società alienata e per, di conseguenza, identificarsi radicalmente e combattivamente con coloro – uomini e classe sociale – che soffrono prima di tutto il peso dell’oppressione” (pp. 180-181 – enfasi aggiunta).

La stessa politica di sviluppo dei cosiddetti paesi sottosviluppati è respinta da Gutiérrez. Il sottosviluppo dell’America Latina è per lui una conseguenza necessaria dello sviluppo degli Stati Uniti, ed è illusorio volere che il nostro continente progredisca all’interno del sistema capitalista. Secondo lui, sarà solo attraverso uno sconvolgimento sociale e una lotta di classe a livello di continenti (Sud America contro Nord America) che si potrà trovare la soluzione (vedi pp. 105-106 e 115).

Sempre secondo Gutiérrez, i progetti di assistenza sociale devono essere criticati anche perché sono “superficiali” e creano “illusioni e ritardi”. La soluzione può essere trovata solo in una trasformazione totale delle strutture della società capitalista (vedi pp. 146-147).

Sarebbe impossibile, in un solo articolo, fare uno studio completo di “Teologia della Liberazione” con le sue quasi 400 pagine in caratteri minuti.

Tuttavia, non c’è dubbio che valga la pena analizzare almeno alcuni dei suoi punti più salienti. Non solo per cercare di rimediare al danno che la propaganda del libro può aver causato negli ambienti cattolici peruviani, soprattutto in considerazione dello status sacerdotale di Gutiérrez – ma anche perché, essendo “Teologia della liberazione” un esempio molto caratteristico della dottrina catto-progressista, il lettore potrà trarre da questa analisi un antidoto efficace contro il progressismo, anche quando esso si presenti sotto vari gradi di diluizione, mescolato con la dottrina tradizionale della Chiesa e con il sostegno di ecclesiastici.

Ambiguità sinistra

Radicale sia nei termini dei suoi obiettivi prossimi di distruzione della società attuale, sia nei termini dei metodi che sostiene, “Teologia della Liberazione” rimane tuttavia fondamentalmente ambigua per quanto riguarda i fini ultimi che cerca di raggiungere. Il lettore è invitato a impegnarsi in una lotta di vita e di morte, il cui fine ultimo gli viene presentato in modo sufficientemente velato e vago per non spaventarlo. Gli viene dato un carro armato e gli viene mostrato il nemico che deve distruggere, ma la causa che deve servire non è chiaramente definita.

Perché questa ambiguità? Si teme che i soldati disertino se i desideri dei loro ufficiali vengono rivelati apertamente? Se sì, quali sinistri desideri potrebbero essere? Gutiérrez cerca di spiegarsi in questo senso, ma le sue spiegazioni, esse stesse ambigue e sfuggenti, lasciano spazio alla domanda: dove vuole arrivare?

Già nell’introduzione, l’autore cerca di evitare l’effetto che questa fondamentale ambiguità può avere sulla mente del lettore: “La novità e la mobilità delle domande poste dall’impegno liberatorio rendono difficile l’uso di un linguaggio adeguato e di nozioni sufficientemente precise” (p. 11 – enfasi aggiunta). In altre parole, il lettore non deve cercare qui obiettivi definiti e nozioni chiare, perché non le troverà….

Chi vorrà prendere quel treno il cui percorso è così avvolto nella nebbia da non sapere dove andrà a finire?

Si tratta del vecchio marxismo

Intanto, quei veli che coprono gli obiettivi dell’opera in questione, se non sono trasparenti, sono almeno traslucidi e lasciano intravedere la grande affinità delle idee dell’autore con il marxismo. Le pagine di “Teologia della liberazione” trasudano così tanto marxismo che Gutiérrez ha sentito il bisogno di mettere in guardia i suoi seguaci o simpatizzanti contro coloro che avrebbero denunciato questo fatto. Ecco le sue parole: “Per alcuni, partecipare a questo processo di liberazione significa non lasciarsi intimidire dall’accusa di ‘comunisti'” (p. 148).

Crediamo che padre Gutiérrez sia coerente nel fare questa raccomandazione, perché se la dottrina e la mentalità sono accettate, perché indietreggiare davanti alla parola?

Il lettore stia tranquillo che non moltiplicheremo qui – come sarebbe molto facile fare – il numero di citazioni dell’opera in esame per dimostrare il suo stretto legame ideologico con il marxismo. Tuttavia, è giusto citare almeno alcune caratteristiche. Permetteteci di farlo.

“Ci sono molti che pensano, quindi, con Sartre, che ‘il marxismo, come quadro formale di tutto il pensiero filosofico odierno, non può essere superato’. Sia come sia, infatti, la teologia contemporanea è in inevitabile e fruttuoso dialogo con il marxismo” (pp. 25-26). L’espressione “sia come sia” rende chiaro che Gutiérrez ammette la possibilità che l’affermazione di Sartre sia vera e, quindi, che la stessa filosofia cattolica abbia oggi il suo quadro formale nel marxismo. Ora, essendo il marxismo intrinsecamente ateo, ci ritroveremmo con un pensiero cattolico che ruota intorno all’ateismo come suo asse naturale. Ammettere questa possibilità è già, di per sé, porsi agli antipodi della dottrina della Chiesa. Per non dire dell’assurdità di chiamare “inevitabile e fruttuoso” un dialogo tra la teologia (per definizione lo studio di Dio) e il marxismo (per definizione ateo).

Tuttavia, Gutiérrez non si lascia turbare da queste contraddizioni. Il suo libro, del resto, ne è pieno: come non pensare che, in fondo, il concetto di Dio, di Cielo, di salvezza, sia per lui diverso da quello che ci insegna la Chiesa? Da questo punto in poi, tutto il suo pensiero diventa più chiaro e cessa di essere contraddittorio. Ce ne occuperemo rapidamente qui di seguito.

Riferendosi a una nuova scienza storica elaborata sulla base di Marx e che permette un nuovo tipo di “iniziazione storica”, il libro afferma che questa iniziativa deve essere orientata verso una società in cui “una volta abolita l’appropriazione privata del plusvalore, una volta stabilito il socialismo, l’uomo può cominciare a vivere liberamente e umanamente” (p. 49). L’abolizione della proprietà privata – il grande “leitmotiv” dei comunisti – appare qui nella sua formulazione più plateale, dove anche espressioni tecnicamente marxiste come plusvalore non vengono evitate.

Gutiérrez accoglie con gioia l’ingresso nella sovversione di un numero crescente di sacerdoti. Dopo aver citato specificamente il prete guerrigliero Camilo Torres, dice: “La novità (della posizione del clero in America Latina) è (…) soprattutto che le scelte che stanno facendo, in un modo o nell’altro, sono sovversive dell’ordine sociale regnante” (p. 134). Queste parole ci ricordano preti come quelli collusi con i terroristi Tupamaros in Uruguay, come i “Sacerdotes para el Tercer Mundo” (“Preti per il Terzo Mondo”), complici scoperti dei terroristi che assassinarono l’ex presidente argentino, il generale Aramburu, o come i padri domenicani in Brasile che lavorarono per la sovversione e il terrorismo in obbedienza diretta al Partito Comunista di quel paese.

Con il “candore” di chi sta affermando qualcosa di ovvio e conosciuto, Gutiérrez dice che la lotta di classe è un fatto, e che è necessario stare dalla parte degli oppressi, cioè dei poveri. La propaganda marxista è penetrata così profondamente nella testa di questo ecclesiastico da fargli chiudere gli occhi sulla realtà? Perché il completo fallimento economico con cui il deposto regime marxista di Allende ha oppresso il popolo cileno non ha suscitato la compassione di Gutiérrez? E nella Cuba di Fidel Castro, chi sono gli oppressi? I capisquadra armati che costringono la popolazione infelice a tagliare la canna il giorno di Natale? Perché lo stesso silenzio da parte di Gutiérrez e dei “progressisti” della sua razza?

L’arringa continua sulla stessa linea, dicendo che è necessario andare verso una società senza classi e senza proprietà, etichettando chiunque osi negare la validità della lotta di classe come un sostenitore dei settori dominanti. Ma non solo, è anche necessario dichiarare guerra all’eventuale oppressore: “Optare per l’oppresso è optare contro l’oppressore” (p. 371).

Che ci siano ingiustizie in Perù come ovunque nel mondo, nessuno lo nega. Ma presentarli con una lente d’ingrandimento per predicare la lotta di classe è una tecnica tipicamente marxista. Tanto più che Gutiérrez non dice una sola parola sulla peggiore ingiustizia, commessa da quei chierici che negano al popolo la manna della salvezza, cioè la vera dottrina rivelata, tradizionalmente insegnata dalla Chiesa.

L’opera ci mostra che, secondo la teologia (progressista), amare tutte le persone non significa evitare “scontri”, ma che amare gli oppressori significa spogliarli del loro potere.

Come il lettore potrà percepire, la dottrina di Gutiérrez non è altro che la dottrina di Marx, vecchia più di cento anni, e con tutti i suoi ingredienti tarlati: attacco al capitalismo, esaltazione della lotta di classe, distruzione completa della proprietà individuale, ecc.

Caratteristica è anche la naturalezza – potremmo quasi dire familiarità – con cui Gustavo Gutiérrez si appoggia agli autori marxisti. Ecco alcuni esempi:

  • “Questa linea sarà ripresa e rinnovata, a modo suo, da K. Marx” (p. 48).
  • “In questo senso, il tentativo di Marcuse, segnato da Hegel e Marx, di tradurre le categorie psicoanalitiche in critica sociale è importante” (p. 51).
  • “Questo è stato studiato, inizialmente, da autori come Hobson, e, in un’altra prospettiva, da Rosa Luxenburg, Lenin e Bukharin che hanno formulato la teoria dell’imperialismo e del colonialismo” (p. 110).

Giustificazione della violenza

Gustavo Gutiérrez è un focoso apologeta della violenza come mezzo per demolire gli attuali modelli sociali. Qualsiasi guerrigliero o terrorista latinoamericano che abbia bisogno di una “giustificazione teologica” dei loro crimini, troverà molto materiale nel libro in esame. “(…) Il dominio della politica è necessariamente conflittuale. Più precisamente, (. . .) la costruzione di una società giusta passa attraverso il confronto – in cui la violenza è presente in modi diversi…” (p. 68).

Inoltre, afferma che la “cosa più importante” per conoscere la realtà latinoamericana consiste nel non limitarsi a una “una descrizione piagnona”, e “nel non illudersi della possibilità di avanzare dolcemente e per tappe prestabilite verso una società sviluppata” (p. 101 – enfasi aggiunta). Dunque, non c’è nulla di dolce nel cammino indicato da questo prete!

L’importanza che ha la violenza nella teologia di Gutiérrez lo porta a preoccuparsi di evitare che qualcuno dei suoi seguaci sia trattenuto da scrupoli morali. Poiché, secondo lui, ci troviamo in una situazione di violenza istituzionalizzata, “la questione della contro-violenza lascia il piano dei criteri etici astratti e si sposta più decisamente su quello dell’efficacia politica” (p. 129). O, per dirla in termini meno cervellotici, i militanti della sinistra cattolica non dovrebbero preoccuparsi della moralità del terrorismo, della guerriglia e della rivoluzione sanguinaria, ma semplicemente verificare se questi metodi sono politicamente efficaci. L’efficacia sarebbe, data la situazione attuale, sinonimo di moralità. Questo è il machiavellismo più grossolano che si possa immaginare…

Ma allora, si chiederà il lettore, la violenza oggi è sempre giusta? Non è quello che pensa Gutiérrez. Per lui, così come per altri sacerdoti che cita senza nominarli, c’è una violenza ingiusta che non va confusa con la violenza giusta: è quella degli “oppressori che sostengono questo sistema nefasto” (p. 142).

Gruppi nascosti che tramano la sovversione

Gustavo Gutiérrez riconosce espressamente (pp. 127, 166, 262) che i sostenitori della sua tesi costituiscono una minoranza in America Latina. A pagina 115 sembra voler limitare ulteriormente l’estensione del movimento parlando di “gruppi più attenti”. Ma nelle pagine 129 e seguenti troviamo la vera natura di quel movimento: il lavoro per il cambiamento sociale è guidato da entità nascoste. L’autore, parlando dell’azione rivoluzionaria sviluppata dai gruppi cristiani, dice: “In termini concreti, tutto ciò significa spesso coinvolgimento in gruppi politici rivoluzionari. La situazione politica dell’America Latina e la sovversione dell’ordine attuale sostenuta da questi gruppi li pone necessariamente in una certa clandestinità” (enfasi aggiunta). Continua poi a spiegare perché la sovversione sociale non può essere portata avanti da gruppi che esistono alla luce del sole, come l’Azione Cattolica: “Tra l’altro perché la radicalizzazione politica tende a uniformare – e ad appassionare – le opzioni, e perché il tipo di attività che si svolge non permette di esprimersi con assoluta franchezza. Lo schema dell’Azione Cattolica dei Lavoratori è valido in una società più o meno stabile e dove il gioco politico si gioca alla luce del sole”.

Come si può vedere, siamo dichiaratamente in presenza di una cospirazione che, in nome del cristianesimo, vuole distruggere la Civiltà Cristiana e impiantare una società di tipo marxista. È impossibile non collegare le rivendicazioni della “Teologia della Liberazione” con i cosiddetti “gruppi profetici” e l’IDO-C, organizzazioni semiclandestine di carattere internazionale, attive tra i cattolici che cercano di sovvertire l’ordine sociale cristiano per imporre il comunismo (vedi “Tradizione e Azione”, n. 2-3)2.

Gutiérrez parla, ancora una volta in modo poco chiaro, dell’influenza che, secondo lui, queste correnti radicali avrebbero avuto sul Concilio. A titolo di documentazione per il lettore, trascriviamo questo oscuro passaggio: “L’impulso iniziale per questo (scopo, cioè la revisione radicale della Chiesa) può essere stato dato dal Concilio, soprattutto per la maggioranza dei cristiani, ma oggi il movimento ha una sua dinamica in un certo qual modo autonoma. Il fatto è che in esso convergono altre correnti, che in un dato momento l’evento conciliare sembrava assimilare e incanalare, ma che non perdettero le loro energie le quali oggi ricompaiono in pieno giorno” (p. 310).

Perché promuovere la sovversione dall’interno della Chiesa?

Come si può percepire da quanto sopra, si tratta di un piano ben congegnato per condurre le masse cattoliche ad una posizione che, se fosse chiaramente presentata, esse rifiuterebbero. Questa è anche la ragione per cui questi marxisti da sacrestia sottolineano categoricamente il fatto d’ ispirarsi al Vangelo. Quando si mostrano allo scoperto vengono respinti; allora è necessario camuffarsi. Un travestimento che a volte, come nel caso di “Teologia della Liberazione”, nasconde rozzamente il lupo che sta dietro, formando così una figura grottesca in cui la pelle è quella di una pecora, ma con il muso e gli artigli di un lupo, che ulula come un lupo, e il cui respiro è maligno e insopportabile per un vero cattolico.

Ecco le parole dello stesso Gutiérrez sulla costituzione di questi nuclei sovversivi: “In un buon numero di paesi, si è osservata la creazione di gruppi sacerdotali – con caratteristiche non previste dal Diritto Canonico! – per incanalare e rinforzare questa nascente inquietudine. Predominante in questi gruppi è la volontà di impegnarsi nel processo di liberazione e il desiderio di cambiamenti radicali sia nelle attuali strutture interne della Chiesa latinoamericana sia nelle forme della sua presenza e azione in un subcontinente in situazione rivoluzionaria” (p. 133 – enfasi aggiunta). In una nota, i “Sacerdoti per il Terzo Mondo” (Argentina), il “Movimiento Sacerdotal ONIS” e altri sono citati come esempi.

Tuttavia, più rivelatrici dei piani di questa nuova chiesa, messa al servizio del comunismo, sono le parole di Jorge Vernazza scritte a nome dei “Sacerdoti per il Terzo Mondo” e che “Teologia della Liberazione” riproduce. Si tratta di una lettera indirizzata al capo del movimento “profetico” francese “Echanges et Dialogues”, che dà le ragioni per cui in America Latina i sovversivi rimangono all’interno della Chiesa, anche come sacerdoti. I termini, come vedremo, sono chiari, rivelando che ci troviamo davanti a una mera tattica per trascinare la popolazione del nostro continente, ancora molto attaccata alla Chiesa, nel loro campo. Ecco il testo: “Il nostro obiettivo essenziale non è quello di porre fine alla nostra situazione di chierici, ma di impegnarci come sacerdoti nel processo rivoluzionario latinoamericano (…). L’America Latina esige soprattutto una salvezza che si verificherà nella liberazione da uno stato multisecolare di ingiustizia e oppressione. Ed è la Chiesa che deve annunciare e promuovere questa liberazione, la Chiesa che agli occhi del popolo è indissolubilmente legata all’immagine e alla funzione sacerdotale… Quindi, anche se le nostre azioni e dichiarazioni ci porteranno – come di fatto ci hanno già portato – ad attriti e a sospetti con la maggior parte della Chiesa ‘ufficiale’, è nostra precipua preoccupazione non apparire emarginati da essa per non diminuire l’efficacia della nostra azione, giacché è la Chiesa che crediamo abbia, nei confronti del popolo, una enorme efficacia di coscientizzazione” (enfasi aggiunta, p. 185).

Come si vede, una chiara confessione che essi rimangono nella Chiesa, e persino come sacerdoti, perché altrimenti perderebbero la loro reputazione influente tra la gente, e non potrebbero trascinarla sulla via del comunismo. La Chiesa è quindi per loro uno strumento di sovversione. Farisaismo e cinismo combinati. Veramente ripugnante.

La nuova chiesa, la nuova società, l’uomo nuovo.

Non sorprende che, una volta poste in questa prospettiva, le pagine del libro siano costellate di attacchi, diretti o velati, alla Chiesa cattolica come è sempre stata intesa da Papi, Santi e Dottori nel corso dei secoli. Lo zelo per l’ortodossia, per la morale, l’amore per le istituzioni, per i costumi tradizionali, nulla sfugge alla furia progressista di “Teologia della Liberazione”. “Smascherando” gli errori modernisti, il libro sostiene che la fede stessa deve avere una nuova concezione. Nel corso delle pagine, si moltiplicano frasi come questa, già presente nell’Introduzione: “C’è stato un tempo, infatti, in cui la Chiesa rispondeva ai problemi che le venivano posti facendo appello imperturbabilmente alle sue riserve dottrinali e vitali”.

Si tratta quindi di una nuova chiesa che vuole costruire sulle macerie della vera Chiesa Cattolica, Una, Santa e indistruttibile, approfittando così del suo prestigio e della sua influenza.

A cosa porta, nelle sue ultime conseguenze, questo nuovo misticismo e questa nuova teologia? Qui entriamo pienamente nel campo dell’imprecisione e dell’ambiguità a cui abbiamo già fatto riferimento. Non entreremo in una considerazione dettagliata di questo argomento, perché ci vorrebbe troppo tempo. Basti dire per ora che gli abbondanti passaggi della “Teologia della Liberazione” che trattano l’argomento tendono a negare l’ordine soprannaturale e a ridurre lo scopo dell’uomo alla costruzione della città terrena. Non ci sarebbe un paradiso celeste da conquistare e un inferno da evitare, non ci sarebbe soprattutto un Dio trascendente da adorare.

L’obiettivo sarebbe quello di costruire una nuova società, guidata dal mito dell’uguaglianza totale, basata su una nuova moralità e una nuova carità. Il nuovo Dio di questa società sarebbe l’umanità, adorata attraverso un nuovo culto in una nuova chiesa? Per questo, ciò che è più necessario è un cambiamento nella natura umana.

Per quanto ci siamo sforzati, non riusciamo a vedere quale novità questo porti alla vecchia teoria marxista di una nuova società e di un nuovo uomo da costruire. Tranne, naturalmente, l’aggiunta di di una patina di cristianesimo.

Fortunatamente senza la pretesa, come abbiamo già detto, di approfondire la questione, riproduciamo per la considerazione del lettore due testi. Il primo è tratto dal libro che abbiamo davanti. Il secondo da un articolo scritto dall’autore marxista Gajo Petrovic e pubblicato in una rivista ufficialmente marxista. Il carattere in grassetto è nostro, le conclusioni saranno del lettore.

1.- “Cercare la liberazione del subcontinente va oltre il superamento della dipendenza economica, sociale e politica. È, più profondamente, vedere l’evoluzione dell’umanità come un processo di emancipazione dell’uomo lungo la storia, orientato verso una società qualitativamente diversa, in cui l’uomo è libero da ogni servitù, in cui è artefice del proprio destino. È cercare la costruzione di un uomo nuovo” (p. 121).

2.- La rivoluzione è solo la costruzione di una società qualitativamente diversa (…). Un cambiamento radicale della società può avvenire solo attraverso la trasformazione delle strutture sociali? Considero sbagliato pensare che la trasformazione delle strutture sociali possa essere separata dalla trasformazione dell’uomo o che la trasformazione dell’ordine sociale possa precedere la trasformazione dell’uomo, che invece dovrebbe avvenire automaticamente. La trasformazione della società e la creazione di un uomo nuovo sono possibili solo come aspetti strettamente legati di uno stesso processo” (Humanisme et Révolution in “L’Homme et la Societé”, n. 21, luglio-agosto-settembre 1971, pp. 201/2).

Il vero significato dell’ecumenismo

Il libro analizzato ci fornisce dati anche per verificare il significato più profondo dell’ecumenismo tra i progressisti. Non è nemmeno una sintesi di varie religioni per arrivare alla verità – una posizione già di per sé condannabile – ma un’unione intorno a obiettivi sovversivi.

“Si fa sempre più frequente l’incontro di cristiani di diverse confessioni nella stessa opzione politica. Questo sta portando alla formazione di gruppi ecumenici (…) in cui i cristiani condividono la loro fede e i loro sforzi per creare una società più giusta” (p. 130).

Un libro obsoleto

Un’ultima osservazione è d’obbligo. La fedeltà di Gutiérrez alle norme rivoluzionarie classiche lo rende, in queste circostanze, un po’ antiquato.

Il suo libro sarebbe stato perfettamente sulla cresta dell’onda se fosse stato scritto una ventina di anni fa. Oggi, tuttavia, l’evidente fallimento economico e ideologico del comunismo in tutto il mondo ha costretto i suoi leader internazionali a cambiare le loro tattiche per sopravvivere.

Con l’agricoltura sovietica regredita a uno stato di produzione inferiore a quello dei tempi degli zar, quando la Russia era chiamata “il granaio del mondo”, la dirigenza moscovita si è trovata nella posizione di importare favolose quantità di grano e altre materie prime dall’Occidente. Nel settore industriale, il Cremlino non può più nascondere al mondo la sua smania di importare tecnici, “know-how” e persino interi centri industriali.

Da un punto di vista ideologico, il fallimento non è stato meno clamoroso. Da più di mezzo secolo il comunismo, avendo tutto a disposizione per convincere il mondo dei suoi principi – denaro, abbondante propaganda, partiti politici legali, ecc. – non solo non è riuscito a persuadere gli occidentali, ma nemmeno a far accettare la sua dottrina da coloro che domina. Da qui la sua assoluta necessità, per sostenersi, di fare dei paesi dietro la cortina di ferro delle vere e immense prigioni, le più grandi e odiose che la storia abbia mai conosciuto, come ha denunciato recentemente il fisico dissidente Sahkarov. E, se vogliamo tornare all’esempio cileno, ancora vivo tra noi, basta ricordare i continui scioperi di operai, camionisti, ecc. in opposizione al deposto regime marxista, in una clamorosa smentita della teoria secondo cui i poveri sono i beneficiari del marxismo e quindi le colonne portanti delle cosiddette “democrazie popolari”.

Di fronte alla rovina che minacciava l’imperialismo sovietico, soprattutto di fronte al crescente malcontento della popolazione che opprimeva, i dirigenti internazionali della propaganda rossa non avevano alternative. Hanno dovuto rivolgersi all’Occidente e chiedere aiuto. Per questo sono stati costretti a cambiare la loro tattica e a presentarsi sorridenti. Si arrivò al punto che letteralmente – come fu riportato dalla stampa mondiale – Brezhnev si fece radere parte delle sue sopracciglia, che, essendo così folte, gli davano un aspetto minaccioso… Il comunismo della “faccia feroce” fu sostituito da un comunismo apparentemente cordiale, amichevole, sorridente, bonario. Questa tattica è il “nuovo look” del comunismo. Questo è il mezzo con cui ora cerca di realizzare i suoi malvagi disegni e ingannare gli incauti.

Ora, se anche quanti si proclamano comunisti si vantano di pretendere di dialogare, come si spiega il fanatismo di coloro che presentano il loro marxismo sotto le vesti del cristianesimo? “Teologia della Liberazione” non è certo un libro di dialogo. L’autore passa ogni pagina a digrignare i denti e a mostrare gli artigli al lettore.

Sarà che, siccome il processo di comunicazione in America Latina è in ritardo, qui vogliono ancora usare la tattica della violenza? O sarà che Gutiérrez, nel suo entusiasmo, non si è reso conto che il gioco stava cambiando e quindi è diventato obsoleto?

Lasciamo la soluzione di questo interessante problema alla riflessione del lettore, perché ci porterebbe lontano dagli obiettivi che ci siamo posti. In ogni caso, resta il fatto che il libro di Gutiérrez non è aggiornato rispetto alle ultime manovre della rivoluzione marxista.

Conclusione

Bene, cari lettori, crediamo di aver raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati di far sfilare davanti ai vostri occhi un campione, il più vasto possibile per gli stretti confini di un articolo, della dottrina di Gustavo Gutiérrez nel libro “Teologia della Liberazione”. E con questo mezzo, ad alcuni, già informati di tali deviazioni, abbiamo voluto confermarli nella fede, e ad altri, che forse non hanno avuto il tempo di approfondire questo tipo di “letteratura”, aiutarli ad aprire gli occhi per vedere dove la corrente progressista vuole portarci. Anche quando i loro libri si presentano, ahimè, sotto le spoglie di un personaggio sacerdotale.

In questi tempi di confusione è più che mai necessario chiedere alla Madre di Dio di ottenerci la grazia di una fedeltà che resista alla prova del tempo. Fedeltà a cosa? La fedeltà alla dottrina tradizionale della Chiesa, che ci è stata insegnata fin da Gesù Cristo, che ci ha dato dogmi infallibili che niente e nessuno può alterare, e che sola è capace di prepararci ai giorni terribili che, secondo la profezia di Fatima, si stanno avvicinando.

“Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza. (…).

“Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, 4rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole” (II Tim 3,14-15 e 4, 3-4).

Note

  1. Sergio Méndez Arceo, allora vescovo di Cuernavaca in Messico, uno degli ispiratori di spicco della Teologia della Liberazione.
  2. L’IDO-C era nato nel 1965 dalla fusione del DO-C, agenzia informativa dell’episcopato olandese, con il CCCC, Centro di Coordinamento delle Comunicazioni Conciliari, diventando la più vasta rete mondiale di notizie e commenti destinai ai grandi media progressisti, sia cattolici che laici. Insieme alla rete semi-segreta costituita dai cosiddetti “gruppi profetici”, l’IDO-C fu denunciato nel 1969 dalle TFP come responsabile della diffusione capillare degli errori del neo-modernismo, allo scopo di instaurare una Chiesa “desacralizzata, demistificata, disalienata e ugualitaria”.)

(Fonte: atfp.it)


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