Segreto confessionale in Francia, il Vaticano batte un colpo

La Conferenza Episcopale Francese fa un dietrofront rispetto alle prime reazioni sulla violazione sul sigilli sacramentale, ma a dire una parola ferma è il Penitenziere Vaticano, cardinal Piacenza, che ad Acistampa ribadisce: «Il segreto non si tocca».

di Luisella Scrosati (19-10-2021)

In Francia, la pressione sul sigillo sacramentale si fa sempre più forte e la Chiesa francese appare tutt’altro che compatta e determinata.

Il 6 ottobre scorso, il Presidente della Conferenza Episcopale Francese, Mons. Éric de Moulins-Beaufort, aveva dichiarato a Franceinfo, che «il segreto della Confessione è per noi vincolante, e in ciò è più forte delle leggi della Repubblica». La risposta non poteva certo risultare gradita all’Eliseo; il Ministro degli Interni Gérald Darmanin ha infatti repentinamente invitato il Presidente della CEF ad un confronto. Ma probabilmente l’esternazione non deve aver avuto un’accoglienza nemmeno tra i vescovi francesi, dal momento che il 12 ottobre, la CEF ha pubblicato un comunicato ufficiale di “chiarimento” delle parole di Mons. Moulins-Beaufort, specificando che, nel medesimo giorno, l’Arcivescovo di Reims si era recato dal Ministro degli Interni per chiarire «la formulazione maldestra della sua risposta su France Info dello scorso mercoledì mattina [6 ottobre]».

Cosa ci sia di maldestro nell’affermare il vincolo del sigillo sacramentale e della sua superiorità a qualunque legge umana, non è dato sapere. Il comunicato della CEF, al contrario, ne prospetta in modo molto preoccupante una non chiara “revisione”: «Lo Stato ha come obiettivo di organizzare la vita sociale e di regolare l’ordine pubblico. Per noi cristiani, la fede fa appello alla coscienza di ciascuno, essa chiama a cercare senza sosta il bene, cosa che non può realizzarsi senza rispettare le leggi del proprio Stato. La dimensione delle violenze e delle aggressioni sessuali sui minori portata alla luce dal rapporto della CIASE impone alla Chiesa di rivedere la propria prassi alla luce di questa realtà. Si rende dunque necessario un lavoro per conciliare la natura della confessione e la necessità di proteggere i bambini».

La CEF evidentemente non fa molta differenza tra leggi giuste e leggi ingiuste, tra leggi che rispettano la libertà della Chiesa e leggi che intendono sopprimerla: l’auspicata revisione della prassi della Chiesa desta perciò non poca preoccupazione.

La posizione di Mons. Moulins-Beaufort appare così minoritaria all’interno della CEF. A supporto è però intervenuto il Penitenziere Maggiore, Cardinale Mauro Piacenza, che ha rilasciato un’interessante e puntuale intervista ad Acistampa. Dopo aver ribadito la posizione della Chiesa cattolica nei suoi maggiori testi magisteriali, il Cardinale ha ricordato che il sacramento della Penitenza, «essendo un atto di culto, non può e non deve essere confuso con una seduta psicologica o una forma di counselling.In quanto atto sacramentale, tale sacramento deve essere tutelato in nome della libertà di religione e ogni ingerenza deve essere ritenuta illegittima e lesiva dei diritti della coscienza».

Il Cardinal Piacenza chiarisce inoltre che non vi è alcuna analogia «fra il sigillo sacramentale e il segreto professionale cui sono tenuti, per esempio, medici, farmacisti, avvocati ecc.», perché «il segreto della confessione […] non è un obbligo imposto dall’esterno, ma una esigenza intrinseca del sacramento, e come tale non può essere sciolto neppure dallo stesso penitente (cf can 1550 §2, n.2 CIC; can. 1231 §2, n.2 CCEO)». E ritorna su questo aspetto fondamentale: «E’ essenziale insistere sulla incomparabilità del sigillo confessionale rispetto al segreto professionale, per evitare che le legislazioni secolari applichino al segreto confessionale inviolabile, le deroghe al segreto professionale per giusta causa».

Pur facendo presente che «esiste certamente il dovere di riparare ad una ingiustizia perpetrata e di impegnarsi sinceramente ad evitare che l’abuso si ripeta», il Penitenziere Maggiore mette un argine anche alla proposta che si sta diffondendo di obbligare il penitente, come conditio sine qua non per ricevere l’assoluzione sacramentale, ad autodenunciarsi: «questi doveri gravi legati al percorso di conversione non comportano la autodenuncia. Il confessore dovrà comunque invitare il penitente ad una riflessione più profonda e a valutare le conseguenze del suo agire, soprattutto quando un’altra persona sia stata sospettata o condannata ingiustamente».

L’intervento di Piacenza ribadisce quanto la Penitenzieria Apostolica aveva espresso con chiarezza nella Nota del 2019: «L’inviolabile segretezza della Confessione proviene direttamente dal diritto divino rivelato e affonda le radici nella natura stessa del sacramento, al punto da non ammettere eccezione alcuna nell’ambito ecclesiale, né, tantomeno, in quello civile». Nella Nota era presente una precisazione sull’essenza del sigillo sacramentale, ossia che non è la Chiesa a stabilirlo, «in forza della propria autorità»; la Chiesa invece «“dichiara” – ossia riconosce come un dato irriducibile, che deriva appunto dalla santità del sacramento istituito da Cristo – “che ogni sacerdote che ascolta le confessioni è obbligato, sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto riguardo ai peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato” (CCC 1467)».Nessuna autorità sulla terra, nemmeno il Papa, può dunque modificare la realtà sacramentale in questo aspetto essenziale.

Intanto il Primo Ministro francese Jean Castex, nella giornata di ieri, ha incontrato il Papa (vedi qui). Dalle dichiarazioni rilasciate si evince che anche Francesco abbia blindato il sigillo sacramentale («La Chiesa non tornerà sul dogma del segreto della confessione» ha dichiarato Castex, riferendo la posizione di Francesco), lasciando però le porte aperte ad una non ben precisata ricerca «delle vie e dei mezzi per conciliare quest’ultimo con il diritto penale e il diritto delle vittime. Ne è pienamente consapevole».

(Fonte: La Nuova BQ)

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