Ecco la storia nascosta di “Traditionis custodes”

A volte le cose non sono come sembrano. E a volte ci sono due “realtà”: una che viene fornita ufficialmente da chi è al potere, e una che poi scopriamo essere la verità.

di Diane Montagna

A volte le cose non sono come sembrano. E a volte ci sono due “realtà”: una che viene fornita ufficialmente da chi è al potere, e una che poi scopriamo essere la verità.

Quando, il 16 luglio 2021, papa Francesco promulgò la Traditionis custodes, restringendo la possibilità di celebrare la Messa tradizionale in latino, disse che, stando ai risultati di una recente consultazione dei vescovi condotta dal Vaticano, le norme stabilite dai suoi predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono state sfruttate da alcuni che frequentano la Messa vetus ordo per seminare il dissenso nei confronti del Concilio Vaticano II.

Nella lettera apostolica papa Francesco scrive a proposito del sondaggio tra i vescovi: “Nel solco dell’iniziativa del mio Venerato Predecessore Benedetto XVI di invitare i vescovi a una verifica dell’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, a tre anni dalla sua pubblicazione, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha svolto una capillare consultazione dei vescovi nel 2020, i cui risultati sono stati ponderatamente considerati alla luce dell’esperienza maturata in questi anni.”

E continua: “Ora, considerati gli auspici formulati dall’episcopato e ascoltato il parere della Congregazione per la Dottrina della Fede, desidero, con questa Lettera Apostolica, proseguire ancor più nella costante ricerca della comunione ecclesiale. Perciò, ho ritenuto opportuno stabilire quanto segue”.

Papa Francesco procede quindi a delineare le nuove restrizioni alla Messa tradizionale in latino.

Insieme al decreto, papa Francesco ha emesso una lettera di accompagnamento, indirizzata ai vescovi di tutto il mondo. Nell’introduzione dice che, come aveva fatto Benedetto XVI con il Summorum Pontificum nel 2007, anche lui ha voluto spiegare i “motivi che mi hanno spinto alla decisione” di restringere la possibilità di celebrare la Messa vetus ordo.

Primi tra questi, afferma, sono i risultati del sondaggio inviato ai vescovi di tutto il mondo dalla Cdf. Papa Francesco spiega: “A distanza di tredici anni ho incaricato la Congregazione per la Dottrina della Fede di inviarVi un questionario sull’applicazione del Motu proprio Summorum Pontificum. Le risposte pervenute hanno rivelato una situazione che mi addolora e mi preoccupa, confermandomi nella necessità di intervenire. Purtroppo l’intento pastorale dei miei Predecessori, i quali avevano inteso ‘fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente’, è stato spesso gravemente disatteso. Una possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni”.

Sulla base di questi risultati, papa Francesco conclude: “È per difendere l’unità del Corpo di Cristo che mi vedo costretto a revocare la facoltà concessa dai miei Predecessori. L’uso distorto che ne è stato fatto è contrario ai motivi che li hanno indotti a concedere la libertà di celebrare la Messa con il Missale Romanum del 1962”.

Più avanti, nella lettera di accompagnamento si fa un ulteriore riferimento ai risultati del questionario. Papa Francesco infatti dice: “Rispondendo alle vostre richieste, prendo la ferma decisione di abrogare tutte le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini precedenti al presente Motu Proprio, e di ritenere i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, come l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano”.

Secondo papa Francesco, dunque, la consultazione dei vescovi ha giocato un ruolo fondamentale nella sua decisione di restringere severamente la celebrazione della Messa vetus ordo. Come dice lui stesso, i risultati lo hanno così “preoccupato e addolorato”, da “confermarlo nella necessità di intervenire”. Ed è così che ha ordinato che il decreto avesse effetto immediato.

A seguito della promulgazione della Traditionis custodes sono quindi circolate numerose speculazioni sui risultati dell’indagine, ma il Vaticano non li ha mai pubblicati.

Parla un superiore della Cdf

Quattro giorni dopo quella data, il 20 luglio 2021, sul National Catholic Reporter e America Magazine è apparsa un’intervista del Catholic News Service in cui un alto esponente della Cdf, l’arcivescovo Augustine DiNoia, segretario aggiunto della Congregazione, ha espresso il suo sostegno alla narrativa ufficiale di papa Francesco. Secondo DiNoia, la lettera di accompagnamento “colpisce nel segno senza paura: il movimento tradizionalista a favore della Messa vetus ordo ha dirottato ai propri fini le iniziative di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI”.

Nascono domande

Ma Traditionis custodes rispecchia davvero quella che è la situazione reale? Il sondaggio su cui papa Francesco ha detto di basare la sua decisione è stato un’equa consultazione dei vescovi del mondo? Questa consultazione potrebbe essere considerata equa se alcuni dei contenuti di Traditionis custodes fossero già stati suggeriti durante la riunione plenaria della Cdf, a fine gennaio 2020, che diede il via alla consultazione che doveva giustificare le decisioni già prese? Tutto il processo potrebbe essere definito corretto se si scoprisse che c’era una seconda relazione parallela creata all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, e che fu completata prima che tutte le risposte dei vescovi arrivassero alla Cdf? E si potrebbe definire equo se Traditionis custodes non rappresentasse con precisione il rapporto principale e dettagliato preparato per Papa Francesco dalla quarta sezione della Cdf, ovvero l’ex commissione Ecclesia Dei? Molte persone, infatti, sapevano che questo rapporto era in preparazione.

Esaminiamo ora ciò che è venuto alla luce a proposito di ciascuna di queste tre domande.

La sessione plenaria del 2020

La prima domanda, ripetiamo, è la seguente: avrebbe senso pensare che la Traditionis custodes sia stata solo il risultato della consultazione con i vescovi del mondo, quando ora sappiamo che a fine gennaio 2020 si svolse una sessione plenaria della Congregazione per la dottrina della fede, quando tre cardinali stavano già gettando le basi per il motu proprio del 16 luglio 2021?

Nel pomeriggio del 29 gennaio 2020 si tenne una sessione plenaria per discutere della quarta sezione della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex-Pontificia Commissione Ecclesia Dei, sessione alla quale il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Luis Ladaria, SJ, non fu presente per malattia.

Prima di proseguire devo dire che è opinione diffusa che il cardinal Ladaria fosse “riluttante” a pubblicare la Traditionis custodes. Si dice che sia un brav’uomo, estremamente discreto, ma che, al dunque, non andrà mai contro i desideri del Santo Padre.

In assenza del cardinale Ladaria, l’assemblea fu presieduta dal segretario della Cdf, l’arcivescovo Giacomo Morandi. Morandi — alcuni ricorderanno — fu nominato sottosegretario della Cdf nel 2015, prima che tre funzionari fossero rimossi sotto il cardinale Müller. Quando poi, nel 2017, il cardinale Müller fu “estromesso”, e il cardinale Ladaria fu nominato prefetto, Morandi venne promosso segretario.

Alla sessione plenaria del 29 gennaio 2020 erano presenti anche altri membri della Cdf, tra cui il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin; il cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi; il cardinale italiano Giuseppe Versaldi, prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica; il cardinale Beniamino Stella, allora prefetto della Congregazione per il clero, i cardinali americani Sean Patrick O’Malley e Donald Wuerl; l’arcivescovo italiano Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova evangelizzazione; l’arcivescovo Charles Scicluna di Malta, segretario aggiunto della Cdf; il cardinale francese Jean-Pierre Ricard, l’arcivescovo francese Roland Minnerath e altri. Il papa non avrebbe partecipato all’incontro.

Secondo fonti attendibili, il cardinale Parolin, il cardinale Ouellet e il cardinale Versaldi condussero la discussione pilotandola in una direzione precisa.

Per darvi un assaggio di quanto detto, un cardinale — considerato più un “accolito” che un capobanda — espresse un certo allarme per il fatto che circa 13 mila giovani si erano registrati al pellegrinaggio di Chartres. Disse che occorre indagare a fondo il perché questi giovani sono attratti dalla Messa tradizionale e spiegò agli altri presenti che molti di questi giovani hanno “problemi psicologici e sociologici”. Poiché il cardinale in questione ha una formazione in diritto canonico e psicologia, le sue osservazioni sui “problemi psicologici” avrebbero avuto un certo peso, specialmente su vescovi e cardinali che non hanno familiarità con la Messa tradizionale latina e i circoli che la celebrano e la sostengono.

Un altro cardinale disse che, in base alla sua scarsa esperienza in proposito, “questi gruppi non accettano il cambiamento” e “partecipano senza concelebrare”. Di qui, disse, la necessità di chiedere un “segno concreto di comunione, del riconoscimento della validità della Messa di Paolo VI”, e aggiunse che “non si può andare avanti così”. Condivise la preoccupazione che questi gruppi attirino i giovani e chiese di trovare modalità concrete per dimostrare che questi stanno nella Chiesa.

Un arcivescovo italiano disse di essere d’accordo sul fatto che la Cdf non dovrebbe riprendere le discussioni con la Fsspx, perché “non si poteva di dialogare tra i sordi”, e lamentò che papa Francesco aveva fatto concessioni alla Fsspx nell’Anno della Misericordia, senza però ottenere nulla in cambio.

L’ora e mezza di incontro si concluse con la seguente citazione: “La tradizione è la fede viva dei morti. Il tradizionalismo è la fede morta dei vivi”.

Nonostante la varietà delle osservazioni offerte in questa sessione plenaria (che, lo ripetiamo, durò un’ora e mezza), nelle proposte finali presentate al Santo Padre emerse una sola conclusione. Che cosa fu? Studiare attentamente l’eventuale trasferimento delle varie competenze della VI Sezione (sugli Istituti Ecclesia Dei e sulle altre materie trattate) ad altri dicasteri vaticani che si occupano di materie affini: la Congregazione per il culto divino, la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica (nota anche come Congregazione dei religiosi) e la Congregazione per il clero.

Negli articoli 6 e 7 di Traditionis custodes papa Francesco enuncia queste norme:

Art. 6: Gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, eretti dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, sono di competenza della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.

Art. 7: La Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti e la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, per le materie di loro particolare competenza, esercitano l’autorità della Santa Sede riguardo all’osservanza di queste disposizioni.

Occorre tener presente che il questionario fu inviato cinque mesi dopo, a maggio 2020. Non si sa chi abbia scritto le domande.

Quindi sembra che la linea fosse stata già decisa durante la sessione plenaria di fine gennaio 2020.

Un secondo rapporto parallelo

Passiamo ora alla nostra seconda domanda: il processo potrebbe essere considerato giusto se venisse alla luce che c’era una seconda relazione parallela creata all’interno della sezione dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede e che fu completata prima che tutte le risposte dei vescovi fossero ricevute dalla Cdf?

Fonti attendibili hanno confermato che mentre il rapporto principale era in preparazione i superiori della Cdf commissionarono un secondo rapporto per essere sicuri che il rapporto principale riflettesse il feedback dei vescovi. La Congregazione doveva presumibilmente essere sicura che il rapporto principale non arrivasse solo alle solite conclusioni, ad esempio che la Messa tradizionale è un elemento positivo nella vita della Chiesa, eccetera. Il secondo rapporto fu quindi presentato come una sorta di secondo parere, una verifica del rapporto principale. I superiori della Cdf incaricarono quindi un funzionario della sezione dottrinale di scrivere la propria relazione.

È importante tenere presente che le risposte sarebbero arrivate per posta o per posta elettronica, oppure tramite le nunziature o le conferenze episcopali.

Rivediamo la cronologia di come si sono svolte le cose: la sessione plenaria di cui sopra si tiene nel gennaio 2020. Il questionario viene inviato nel maggio successivo. I vescovi hanno avuto tempo fino a ottobre 2020 per rispondere, ma, come per tutte le cose romane, le risposte hanno continuato ad arrivare fino a gennaio 2021 e tutte sono state ricevute, riviste e considerate per il rapporto principale.

Per quanto riguarda la seconda, parallela relazione, non si sa se al funzionario incaricato di redigerla sia stato detto di giungere a certe conclusioni. Quel che è certo è che il secondo rapporto parallelo, che per quanto ne so è stato commissionato intorno al novembre 2020, fu consegnato prima di Natale. Tuttavia, a quel punto, la Cdf stava ancora ricevendo ed elaborando le risposte al sondaggio, e lo fece fino a gennaio 2021. Quindi il secondo rapporto era sicuramente incompleto, e probabilmente anche superficiale, data la rapidità con cui fu completato, il volume di materiale da analizzare e il fatto che il materiale fosse ricevuto in quattro o cinque lingue.

Quindi sono stati preparati due rapporti. Come base della Traditionis custodes è stato scelto quello più adatto a una certa agenda? Oppure i responsabili, rendendosi conto che il materiale che arrivava alla Cdf non rifletteva o giustificava ciò che coloro che spingevano per le restrizioni volevano dimostrare, commissionarono il secondo rapporto e lo completarono in meno di un mese in modo che una sorta di testo parallelo potesse essere offerto al Santo Padre?

Non si sa se papa Francesco abbia letto il secondo rapporto, o se lo abbia ricevuto prima o dopo il rapporto principale. Tutto è stato tenuto nascosto.

Ma ciò che sta venendo alla luce, e che esamineremo in seguito, è che Traditionis custodes non riflette le premesse o le conclusioni del rapporto principale dettagliato. Quindi la domanda è: riflette le premesse e le conclusioni di un altro rapporto? Potrebbe essere il secondo rapporto? O potrebbe forse non riflettere le conclusioni di nessun rapporto, ma essere stato realizzato diversamente?

Il rapporto principale

Passiamo ora alla nostra terza domanda: l’intero processo si potrebbe definire giusto se Traditionis custodes non rappresentasse accuratamente il rapporto principale e dettagliato preparato per Papa Francesco dalla Congregazione per la dottrina della fede?

In precedenza ho fatto riferimento a un’intervista al segretario aggiunto della Cdf, l’arcivescovo Augustine Di Noia, che fu pubblicata il 20 luglio 2021, appena quattro giorni dopo la promulgazione di Traditionis custodes.

Insistendo sul fatto che parlava “da teologo” e non da funzionario della Cdf, l’arcivescovo Di Noia sembrò prendere le distanze dal questionario, dicendo di non avere i risultati. Inoltre, minimizzò l’importanza della consultazione, affermando che la “ragione per l’abrogazione di tutte le precedenti disposizioni in questo settore non si basa sui risultati del questionario, ma è solo provocata da essi”. Una formulazione piuttosto strana, data la spiegazione di papa Francesco circa le sue motivazioni.

L’articolo viene presentato come il riassunto di una telefonata o di una corrispondenza via e-mail: quindi forse l’arcivescovo Di Noia non aveva il rapporto sulla sua scrivania quando teneva il telefono o rispondeva via e-mail. Ma è impossibile e inconcepibile che, in quanto superiore della Cdf, che non abbia avuto almeno accesso al rapporto redatto dalla Congregazione per la dottrina della fede. Non occorre essere un Einstein per capirlo.

Potrebbe una persona dire “come teologo, non ho i risultati” quando, in quanto superiore della Cdf, hai ricevuto una copia anticipata e sei stato presente quando la bozza di relazione è stata esaminata? Il sommario esecutivo è stato visto in forma di bozza da alcuni componenti della Cdf.

Per inciso, l’articolo afferma anche che papa Francesco “probabilmente si è consultato o almeno ha fornito copie anticipate del documento al papa emerito Benedetto”. Mi è stato detto che l’articolo che ho pubblicato su The Remnant il 1 giugno 2021, sei settimane prima che fosse promulgata la Traditionis custodes, e che descriveva ciò che c’era nella prima e nella terza bozza, è stato dato a papa Benedetto XVI. Una fonte attendibile mi ha detto in seguito che il papa emerito era “scioccato”. È quindi difficile credere che sia stato consultato in modo significativo.

Papa Francesco ha ricevuto il rapporto principale? Fonti raccontano che durante un’udienza con il cardinale prefetto della Cdf, Ladaria, papa Francesco gli ha letteralmente strappato di mano la copia del rapporto, dicendo che lo voleva subito perché ne era curioso. Non è noto se papa Francesco abbia effettivamente letto il rapporto principale.

Contenuti della relazione principale alla luce della consultazione

Sappiamo che la relazione principale era molto completa e suddivisa in diverse sezioni. Una parte era molto analitica, offrendo analisi diocesi per diocesi, paese per paese, regione per regione, continente per continente, con grafici di vario tipo. Un’altra parte era una sintesi in cui venivano presentate tutte le argomentazioni, insieme a raccomandazioni e tendenze. Sappiamo che una parte del rapporto conteneva citazioni tratte dalle risposte arrivate dalle singole diocesi. Questa raccolta di citazioni sarebbe stata inclusa per dare al Santo Padre un campione a tutto tondo di ciò che i vescovi hanno detto.

Ho riferito a giugno che solo un terzo dei vescovi del mondo aveva risposto al sondaggio.  Si potrebbe sostenere che questa non è una cattiva percentuale, dato che non ci si aspetterebbe necessariamente una risposta da molti paesi, ad esempio là dove si celebrano le liturgie bizantine o altre liturgie orientali.

In quelle regioni dove la Messa tradizionale è più diffusa (cioè Francia, Stati Uniti e Inghilterra) la situazione è molto favorevole. La Cdf ha ricevuto da questi paesi risposte nel 65-75% dei casi, e oltre il 50% è stato favorevole. Ciò si sarebbe riflesso nella relazione principale.

Nel riassunto si affermerebbe che dalla Messa tradizionale stanno nascendo molti frutti.

Cosa avrebbe tratto una persona ragionevole dal rapporto principale? Che una buona maggioranza di vescovi, pur usando parole diverse e in modi diversi, mandava sostanzialmente un messaggio: “Il Summorum Pontificum va bene. Non toccatelo”. Certamente, non sarà stato l’80% a esprimersi così, ma oltre il 35% dei vescovi avrebbe detto: “Non toccare niente, lasciare tutto così com’è”. Oltre a questo, un’altra percentuale di vescovi avrebbe detto: “Fondamentalmente non toccare niente, ma ci sarebbero un paio di cose che suggerirei, come vescovo che ha un po’ più di controllo”. Anche alcuni dei vescovi che hanno dato le risposte più positive al questionario hanno fatto questo tipo di commenti o dato questi suggerimenti.

Tutto sommato, quindi, più del 60% o due terzi dei vescovi sarebbero stati d’accordo nel mantenere la rotta, sia pure, forse, con qualche piccola modifica. Il messaggio era sostanzialmente di lasciare in pace il Summorum Pontificum, e di proseguire con un’applicazione prudente e attenta.

Il rapporto principale ha parlato di aree in cui c’è spazio per miglioramenti, come una maggiore formazione nei seminari. Alcuni vescovi hanno parlato della necessità di una maggiore formazione alla Forma straordinaria, e della necessità di una buona liturgia in generale. Alcuni vescovi avrebbero parlato della necessità di più latino. Invece, nella Traditionis custodes vediamo che si dice tutto il contrario.

A mia conoscenza, ciò che è realmente accaduto è che tutto ciò che era accessorio nella relazione principale è stato proiettato come un problema importante ed è stato ampliato, ingrandito e reso sproporzionato.

Prendiamo il problema dell’unità. Questa mancanza di unità, da quanto hanno affermato i vescovi, proveniva da entrambe le direzioni, non solo dai gruppi tradizionali.

Alcuni vescovi, pur non celebrando la Messa tradizionale, si sono detti contenti che i fedeli abbiano un posto dove andare. Dicono che a parte i pazzi che si possono trovare nei circoli tradizionali—e altrettanto, se non di più, altrove—di solito questi gruppi sono formati da giovani coppie sposate con molti figli. Pregano, aiutano economicamente la parrocchia e la diocesi, si impegnano molto attivamente nella vita parrocchiale e diocesana. Sono ben formati e apprezzano la buona musica. Commenti molto positivi.

Sempre riguardo alla formazione in seminario, alcuni vescovi hanno affermato di desiderare una maggiore presenza della Forma straordinaria della Messa nel loro seminario e tra i sacerdoti più giovani, ma non possono fare più di quanto stanno facendo attualmente, perché i sacerdoti più anziani, soprattutto quelli che hanno vissuto il passaggio dal pre al post Vaticano II, creerebbero scompiglio nella diocesi. Questi sacerdoti più anziani vedrebbero qualcosa in cui sono stati molto coinvolti e che è stato presentato loro come una specie di vittoria spazzato via dai sacerdoti più giovani e da un vescovo solidale, che è più favorevole alla tradizione che all’oggetto della loro vittoria. Questo tipo di risposta, sebbene in una piccola percentuale, non è stato limitato a un’unica posizione geografica.

È interessante notare che in Asia alcuni vescovi hanno affermato di avere un problema con la lingua latina, perché proviene da un’altra regione, il che è del tutto comprensibile. Hanno effettivamente detto alla Cdf: “Saremmo molto felici se qualcuno da Roma venisse a insegnare ai nostri sacerdoti, in modo che possano offrire la Forma Straordinaria. Nel nostro seminario non ce l’abbiamo perché i sacerdoti non conoscono il latino e non sanno proporlo. Saremmo felici di averlo perché aumenta la preghiera e la devozione”. Ma tutto questo è svanito e non ha ricevuto alcuna menzione nella Traditionis custodes.

Ovviamente alcuni vescovi hanno espresso commenti negativi, ma fonti attendibili dicono che né le risposte, né il rapporto principale sono stati prevalentemente negativi.

La situazione davvero tragica, mi dicono, è in Italia. In molte diocesi, a parte luoghi come Roma, Milano, Napoli e Genova, e forse pochi altri, il Summorum Pontificum è stato attuato a malapena o per niente. Eppure molti vescovi, pur non avendo una conoscenza pratica dell’attuazione del Summorum Pontificum, hanno risposto in termini ideologici, dicendo (e parafrasando): “Questo non può essere. Non riflette il Vaticano II”.

C’è persino motivo di credere che alcuni vescovi italiani siano stati imbeccati nelle loro risposte. L’Italia ha quasi duecento vescovi che rappresentano ambienti molto diversi. Provengono da diverse aree geografiche, seminari, università ed esperienze di formazione sacerdotale. Eppure molti di loro nella risposta hanno usato la stessa frase, “Tornare al regime precedente a Summorum Pontificum”. Questo è un po’ strano, soprattutto quando anche i vescovi che non hanno una presenza reale della Forma Straordinaria nella loro diocesi incorporano l’idea nella loro risposta.

Un ulteriore punto: nell’articolo citato in precedenza, l’arcivescovo Di Noia afferma che “la cosa è completamente fuori controllo ed è diventata un movimento, specialmente negli Stati Uniti, in Francia e in Inghilterra” (In realtà, questi sono paesi in cui la Messa tradizionale non è “fuori controllo”, ma semplicemente diffusa.) Ma poiché Traditionis custodes fornisce i mezzi per prendere il controllo di questa situazione “fuori controllo”, secondo Di Noia, si potrebbe pensare che i vescovi americani, francesi e inglesi l’avrebbero subito applicata con la più forte interpretazione possibile. Presumibilmente, avrebbero approfittato del fatto che era immediatamente applicabile, ma questo non è successo, quindi dov’è il “fuori controllo”?

Ciò si è riflesso nelle risposte dei vescovi dopo la promulgazione di Traditionis custodes. La prima reazione è stata spesso quella di decretare che tutto continuerà così com’è, finché non ci sarà tempo per studiare, discutere, eccetera. Laddove i vescovi già si opponevano alla Forma Straordinaria, decisero di essere più realisti del re e di bandirla. Ma la maggior parte dei vescovi ha affermato che garantirà la cura pastorale di coloro che partecipano alla Messa tradizionale. Ciò è in linea con il modo in cui i vescovi si sono espressi nelle loro risposte al sondaggio. Infatti, quando sono usciti questi decreti, hanno rispecchiato il tono che il vescovo aveva usato quando ha risposto.

Il punto chiave, come ormai avrete probabilmente capito, è che le premesse e le conclusioni di Traditionis custodes non sono le stesse presentate nella dettagliata relazione principale prodotta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Traditionis custodes non è coerente con quanto raccomandato o rivelato dal rapporto principale. Come ha detto una fonte, “ciò che veramente vogliono è cancellare la Vecchia Messa, perché la odiano”.

Come ho accennato prima, sappiamo che una parte del rapporto conteneva citazioni tratte dalle risposte pervenute dalle singole diocesi. Queste avevano lo scopo di fornire al Santo Padre un campione rappresentativo di risposte, e sono state suddivise in varie categorie. Tra queste: “valutazioni negative circa l’atteggiamento di certi fedeli”; “sull’isolamento delle comunità”; una brevissima sezione “sulla irrilevanza della Forma straordinaria (Fs) per il popolo”; “Sulla necessità e/o convenienza pastorale della Fs”; “sulle forze vive che le Fs attira”; una consistente sezione di citazioni sul “valore della Fs per la pace e l’unità della Chiesa”; “sul valore liturgico, teologico e catechetico della Fs”; “sul valore storico della Fs”; “sull’influenza della Fs sulla Forma ordinaria (Fo)”; “sull’influsso della Fs sui seminari e/o le case di formazione”; e una lunga sezione finale di “proposte e/o prospettive per il futuro”. Si può vedere dalle citazioni incluse che i risultati non erano ricoperti di zucchero. Consideriamone solo alcune delle varie categorie.

Valutazioni negative circa l’atteggiamento di certi fedeli

In senso negativo, [la Fs] può favorire un sentimento di superiorità tra i fedeli, ma da quando questo rito è più ampiamente diffuso, tale sentimento è venuto meno (un vescovo dell’Inghilterra, risposta alla domanda 3).

Non vedo aspetti negativi nell’uso della Fs in quanto tale. Quando ci sono aspetti negativi, essi sono dovuti agli atteggiamenti negativi di coloro che hanno opinioni forti in una direzione o nell’altra, rispetto a questa forma celebrativa. Quando è l’ideologia, e non il bene pastorale della Chiesa, a guidare il discernimento circa l’uso della Fs, allora arriva il conflitto e la divisione. Ripeto: si tratta di qualcosa di estrinseco all’uso stesso della Messa (un vescovo degli Usa in risposta alla domanda 3).

Può esistere una tendenza tra alcuni fedeli di vedere questa [la Fs] come l’unica “vera” Messa, ma penso che questo venga dal fatto che queste persone sono state considerate come “strane”, o messe ai margini. Se si cerca di “regolarizzare” la cosa il più possibile, allora queste persone si sentono curate e guidate pastoralmente, e possono essere molto fedeli e leali (un vescovo dell’Inghilterra, risposta alla domanda 3).

Gli aspetti [della Fs] di per sé sono solo positivi: è un gran dono per tutti poter conoscere e assistere alla celebrazione nella Forma straordinaria. Gli aspetti negativi sono presenti solo nella misura in cui queste celebrazioni sono celebrate e/o frequentate da persone squilibrate o ideologizzate (un vescovo italiano, riposta alla domanda 3).

La divisione e la discordia non vengono dall’uso della Fs, bensì dalla percezione che la gente ha di coloro che vi assistono. Si attribuiscono alle persone motivazioni e tendenze che non sono affatto vere (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 3).

Sull’irrilevanza della Forma straordinaria per il popolo

Qualche volta la forma è stata applicata non per il bene delle anime, ma per assecondare i gusti personali del presbitero (un vescovo italiano, riposta alla domanda 4).

Sulla necessità e/o convenienza pastorale della Forma straordinaria

L’offerta attuale di Messe e di celebrazioni in Fs soddisfa le necessità pastorali dei fedeli. I conflitti iniziali circa lo stabilimento di Messe nella Fs si sono pacificamente risolti in questi ultimi anni (relazione comune della Conferenza episcopale tedesca, risposta alla domanda 1).

La Fs dà a quei fedeli un contesto per crescere in santità attraverso una celebrazione eucaristica che rende più profonda la loro comunione con Cristo e con gli altri, in una maniera che corrisponda alla loro sensibilità. Una affermazione analoga può essere fatta circa altre persone che crescono spiritualmente ed ecclesialmente attraverso forme più contemporanee di celebrazione (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 3).

L’attrazione esercitata dalla Fs è tanto una reazione a una meno che soddisfacente celebrazione della Forma ordinaria quanto un desiderio specifico per una liturgia in latino (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 9).

Sulle forze vive che la Forma straordinaria attira

Questo movimento attira molte famiglie giovani che si trovano bene con questa liturgia e nelle attività che vengono proposte intorno. Penso che tale diversità sia buona nella Chiesa, e che il venir meno del numero di praticanti non debba generare a tutti costi una uniformizzazione delle proposte. Questa forma liturgica è nutriente per molti. Vi è un senso del sacro che piace e che orienta verso Dio (un vescovo francese, risposta alla domanda 3).

Abbiamo osservato che queste famiglie partecipano a molti degli eventi diocesani giovanili e vocazionali in una proporzione di gran lunga maggiore di qualsiasi altro gruppo (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 9).

Le Messe nella Fs nella nostra diocesi attirano non poche famiglie devote. Mentre alcuni dei genitori fanno home-schooling, altri mettono i figli nelle scuole cattoliche locali. Queste famiglie abbracciano molti dei principi promossi dal Vaticano II, inclusa la necessità di coltivare la Chiesa domestica e la chiamata universale alla santità (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 3).

Un numero significativo di giovani ferventi si sente nutrito – in modo non esclusivo – dalla Fs. La presenza pacifica della Fs permette ad alcuni giovani (peraltro tipici della loro generazione) che sentono una chiamata al sacerdozio di avere fiducia nella diocesi (un vescovo francese, risposta alla domanda 8).

Sul valore della Forma straordinaria per la pace e l’unità della Chiesa

La Fs, sotto la guida prudente del vescovo, ha permesso a più cattolici di poter pregare secondo il loro desiderio, e ha fatto venir meno i conflitti di prima. La sua tranquilla presenza non va disturbata (un vescovo dell’Inghilterra, risposta alla domanda 9).

L’aspetto più positivo dell’uso della Fs è che ormai non esiste più alcun “clan” che rivendica la “vera Messa”. Il mistero eucaristico è stato liberato di una spaccatura ideologica molto dannosa. Questo è stato a grande vantaggio della percezione dell’unità della Chiesa realizzata intorno all’Eucaristia (un vescovo francese, riposta alla domanda 3).

Vedrei come vantaggio per tutta la Chiesa che la Santa Sede continuasse a sostenere i fedeli cattolici che sono legati alla Fs del Rito Romano. Anche in termini generali, favorire le autentiche differenze di pensiero e di espressione è un vantaggio per la Chiesa universale. Avere una sezione a esso dedicato nella Cdf è di aiuto, quando sono necessari sviluppi liturgici oppure chiarimentiD’accordo con le norme universali, la nostra arcidiocesi ha anche intrapreso di stabilire un dialogo con i capi locali e nazionali della Fsspx. Ritengo che questo passo positivo sia stato facilitato dall’esistenza del Summorum Pontificum e delle comunità che esso ha favorito (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 9).

Credo che molti di coloro che si erano sentiti separati dalla Chiesa e che erano andati verso le comunità extra-ecclesiali si sono sentiti nuovamente accolti nella struttura della Chiesa grazie al Summorum Pontificum (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 3).

Sul valore liturgico, teologico e catechetico della Forma straordinaria

Ho celebrato io stesso ordinazioni presbiterali nella Fs anche se essa non è la mia forma abituale, e ho potuto apprezzarne la ricchezza, la bellezza e la profondità liturgica (un vescovo francese, riposta alla domanda 3).

Non sarebbe difficile affermare che, se fossero sondati, si scoprirebbe che pressoché il 100% di coloro che partecipano alla Fs crede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, mentre sono state dimostrate cifre drasticamente inferiori per i cattolici che vanno prevalentemente alla Fo (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 3).

Sull’influsso della Forma straordinaria sulla Forma ordinaria

Anche se la Fs non è estesamente seguita, essa influisce sulla Fo in una direzione molto sana, che io riassumerei come “verso una più grande devozione [reverence] (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 9).

La Fo e la Fs rappresentano due comprensioni diverse dell’Eucaristia, dell’Ecclesiologia, del sacerdozio battesimale e del sacramento dell’Ordine (solo per menzionare le differenze teologiche più evidenti). Tentare di adottare elementi della Fs equivarrebbe soltanto a inviare segnali incoerenti ai fedeli (un vescovo giapponese, riposta alla domanda 5).

Due parroci che hanno imparato la Fs hanno successivamente introdotto la celebrazione ad orientem per alcune o tutte delle loro Messe, il che è stato accolto bene dai loro fedeli, che sono stati ben catechizzati in anticipo. Inoltre, per alcuni dei nostri sacerdoti, c’è stata una maggiore cura dell’ostia consacrata, sia attraverso la reintroduzione e l’uso abituale del piattino di comunione, sia attraverso una più grande cura da parte dello stesso sacerdote sull’altare (un vescovo dei Caraibi, risposta alla domanda 5).

Proposte e/o prospettive per il futuro

La prassi [del motu proprio Summorum Pontificum] seguita finora è stata sottoposta a prova e per motivi pastorali, non dovrebbe essere cambiata (relazione comune della Conferenza episcopale tedesca, risposta alla domanda 9).

Temo che senza la Fs, molte anime lascerebbero la Chiesa (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 3).

I movimenti ecclesiali [come coloro che sono legati alla Fs] hanno grande potenzialità per rinnovare la Chiesa (…). Al tempo stesso, i movimenti ecclesiali possono anche vagare fuori e da soli, creando quasi una Chiesa parallela e cadendo in un atteggiamento elitista che vede solo loro quali “veri cattolici”. Questo accade quando sono abbandonati e lasciati soli. In altre parole, possono rinnovare la Chiesa solo se la gerarchia si coinvolge con loro, permettendoli di svilupparsi secondo lo Spirito ma anche mantenendo la comunione con la Chiesa. Quando membri di questi movimenti si sentono contestati o ignorati dai loro pastori, allora si ritirano e diventano risentiti; quando invece sentono che i pastori stanno tra loro e che li guidano, allora diventano preziosi mezzi di evangelizzazione (un vescovo degli Usa, risposta alla domanda 9).

Penso che l’approccio migliore da usare circa l’uso della Fs sia la scuola di Gamaliele: “Se questa attività è di origine umana, verrà distrutta, ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!” (Atti 5:38-39).

Chiedere ai sacerdoti che celebrano nella Fs di imparare a celebrare nella Fo e di farlo nei grandi incontri intorno al vescovo, e anche per poter rendere servizio nelle parrocchie (un vescovo francese, risposta alla domanda 9).

Devo affermare, in coscienza, che un ripensamento delle scelte fatte è quanto mai necessario e urgente (un vescovo italiano, riposta alla domanda 9).

Ho l’impressione che qualsiasi intervento esplicito possa causare più danni che vantaggi: se si conferma la linea del motu proprio troveranno nuova intensità le reazioni di perplessità del clero; se si nega la linea del motu proprio troveranno nuova intensità le reazioni di dissenso e di risentimento dei cultori del rito antico (un vescovo italiano, risposta alla domanda 9).

Non ritengo che sia opportuno abrogarlo o limitarlo con nuove norme, per non creare contrasti e ulteriori conflitti, determinando la sensazione di un mancato rispetto delle minoranze e della loro sensibilità (un vescovo italiano, riposta alla domanda 9).

Conclusione

Che cosa ci aspetta? È difficile dirlo. Alcuni hanno suggerito che potrebbe arrivare un’istruzione attuativa di Traditionis custodes, magari entro Natale, ma non lo sappiamo.

Ci siamo abituati al fatto che la Santa Sede sostenga la pace liturgica della Chiesa, ma non possiamo più darla per scontata. In conclusione e a titolo di consiglio:

  1. Sacerdoti, gruppi stabili e singoli devono astenersi da qualsiasi corrispondenza con la Santa Sede. Coloro che partecipano alla Messa tradizionale dovrebbero anche evitare di dare l’impressione di essere “guerrieri” nella loro diocesi o parrocchia, sempre in protesta o infelici. L’obiettivo deve essere quello di non perdere la Messa tradizionale come normale forma di preghiera. E, come figli del Padre celeste, dobbiamo pregare per la gerarchia. Questo è il nostro dovere.
  2. I singoli sacerdoti diocesani dovrebbero continuare a offrire Messe private, poiché il Messale del 1962 non è stato abrogato.
  3. I vescovi ai quali il Santo Padre ha affidato il compito di custodire la tradizione dovrebbero veramente valutare se l’attuazione della Traditionis custodes apporterebbe veri benefici spirituali al loro gregge. I vescovi potrebbero rendersi conto che ciò che ha ispirato il Santo Padre è totalmente diverso dalla situazione nella propria diocesi e agire di conseguenza.

Ricorre il 450° anniversario della Battaglia di Lepanto (1571) e si commemora la vittoria della Lega Santa (alleanza di Stati cattolici incaricata di sconfiggere i turchi) sulla flotta dell’Impero Ottomano. Fu la più grande battaglia navale della storia occidentale dall’antichità classica. Papa san Pio V (1504-1572), che volle la Lega Santa, mise tanta enfasi sul potere del Rosario quanto sulla Lega Santa. È anche noto per il suo ruolo nel Concilio di Trento, per aver codificato il Rosario e per aver promulgato il Missale Romanum del 1570 con la bolla papale Quo Primum. Con questa bolla, il santo papa cercò di assicurarsi che nessuno potesse mai cambiare la Messa. Nella Battaglia di Lepanto l’unica cosa che si frapponeva tra l’Europa e la sua sicura distruzione erano gli uomini della cristianità disposti a rispondere alla chiamata della Chiesa, e la loro disponibilità a recitare il Rosario in difesa dell’Europa cattolica. Possano tali uomini sorgere oggi in difesa della tradizionale liturgia romana, e che la Madonna abbia la vittoria!

Fonte: theremnantnewspaper.com

Traduzione: aldomariavalli.it

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