Il cattoprogressista è un cattolassista

La Legge di Dio come optional. Ovvero separare ciò che deve rimanere unito.

di Pierfrancesco Nardini (03-10-2021)

Parlando con un amico mi sono trovato a parlare di “cattolici lassisti”.

Il discorso verteva sulla possibilità o meno di poter tradire la moglie, se questa non si concedeva. L’argomento non è dei migliori, ma rende bene l’idea: l’interlocutore non solo sosteneva che era moralmente possibile, ma addirittura che non fosse nemmeno peccato. “E te lo dico da cattolico!”, ha poi intercalato, quasi a voler convincere giocando la carta della fede.

In primis, in nessuna parte della dottrina cattolica, anche post-conciliare, si trova giustificazione alla possibilità di tradimento. Entrambi i coniugi hanno il dovere di stare in intimità, ovviamente con frequenze e modalità di buon senso, e commettono anche peccato nel non farlo. Si parla proprio di dovere. Non aderendo al quale, tra l’altro, si potrebbero rendere “complici” di altri peccati consequenziali dell’altro coniuge, tra cui appunto il tradimento.

Gesù spiega che anche solo il desiderare un’altra donna (ma vale anche per il desiderare un altro uomo) sia peccato. È nei Comandamenti ed è stato sempre ribadito dalla Chiesa fino all’ultimo attuale Catechismo.

Nonostante questo ci sono persone, che si professano cattoliche, che insistono sulla possibilità di poter ignorare una parte della Legge divina sulla morale. In pratica si autoconvincono che quella tal cosa è permessa dalla Chiesa. Eppure basterebbe così poco per rendersene conto.

Allora ecco che spunta fuori il “cattolico lassista”.

Il lassismo è un “sistema di opinioni o tendenza individuale caratterizzati da mancanza di rigore nel conformare la propria condotta alla legge morale, alle norme della disciplina, ecc., o da eccessiva indulgenza nel richiederne l’applicazione” (Treccani vocabolario online). È lo stesso vocabolario citato ad evidenziare che nello specifico della morale religiosa è una “disposizione dell’anima (detta anche coscienza lassa) che porta a negare l’obbligatorietà di una legge morale quando vi sia un motivo anche debolmente probabile per credere che tale legge non esista”.

Si tratta, insomma, di separare la fede dalla vita. Dio viene sì riconosciuto, ma non è il centro, non è più la bussola vera del proprio esistere.

Un problema, questo, che è connaturato nell’uomo ferito. La perdita del dono d’integrità, dopo il peccato originale, ha fatto sì che tendessimo più verso il male che verso il bene; quindi più verso ciò che ci è più comodo, piuttosto che verso ciò che ci è più difficile.

Ma è anche un problema che — oggi — trova terreno fertile nella dimensione laicista, che non si manifesta solo nella politica (sarebbe riduttivo pensarlo), ma anche in quello esistenziale. E così, alla fine, è sempre la propria coscienza ad essere più o meno elevata ad un ultimo criterio di giudizio.

Quando invece tutta la vita cristiana è ben sintetizzata dalle parole di San Paolo ai Galati (2,20): “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Cioè al proprio criterio di giudizio, bisogna sostituire quello di Cristo.

Solo in questo modo Cristo è riconosciuto come Signore… altrimenti è solo un orpello!

(Fonte: Il Cammino dei Tre Sentieri)

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