La Persecuzione della Chiesa in Nicaragua nasce dalla teologia della liberazione

Giovanni Paolo II aveva ragione.

di Americo Mascarucci (14/08/2021)

Continuano le persecuzioni contro la Chiesa nel Nicaragua, dove il regime di Daniel Ortega sta soffocando ogni giorno di più il dissenso. Appena un mese fa è arrivato l’accorato appello del Cardinale Leopoldo Brenes, Arcivescovo di Managua che in occasione della solennità del Sangue di Cristo ha detto: “Vogliono togliere le forze alla Chiesa. Oggi sentiamo, in tanti momenti, persone che ci attaccano, che attaccano il Papa Francesco, che in un modo o nell’altro vogliono diminuire la forza dalla Chiesa, ci insultano, siamo perseguitati, calunniati, ma tutto ciò cade nel vuoto, in quanto è forte la nostra speranza e fiducia nel Signore”.

Un anno fa, esattamente il 31 luglio 2020, si verificò l’attentato nella cattedrale di Managua che inaugurò una serie di azioni violente in diverse chiese del Paese. Negli ultimi tempi il regime di Ortega ha dato avvio ad una dura opera di repressione del dissenso con l’arresto di numerosi oppositori politici, e nel governo c’è chi spinge per estendere gli arresti e le repressioni anche nei confronti dei vescovi ormai identificati come nemici del potere. I rapporti tra la Chiesa cattolica e il presidente Ortega si sono infatti bruscamente interrotti nel luglio 2018, quando il presidente nicaraguense ha accusato i Vescovi di aver organizzato un presunto “golpe” nei suoi confronti..

Non si tratta qui di manifestare o meno solidarietà nei confronti della Chiesa nicaraguense nel mirino, questa è sicuramente scontata, ma di evidenziare come quanto sta avvenendo in quel Paese e in altri dell’America Latina sia una diretta conseguenza del disastroso “68 della Chiesa” che ebbe fra i suoi più eminenti capolavori lo sciagurato congresso del Consiglio Episcopale latinoamericano di Medellin, svoltosi proprio nel 1968 in cui, come risposta al “vento innovatore” del Concilio Vaticano II, si inaugurò quella che sarebbe poi passata alla storia come “Teologia della Liberazione”.

In quel congresso fu stabilito il principio secondo cui il ruolo centrale della Chiesa nella società umana contemporanea doveva essere quello di porre in evidenza i valori di emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano, in particolare l’opzione fondamentale per i poveri. Messa così poteva anche sembrare una rivendicazione del tutto legittima, ma in realtà fu per la Chiesa l’inizio di un grande equivoco, dal momento che si affermò che l’opzione preferenziale per i poveri andava affermata attraverso una lettura “cristiana” dei contesti socio politici ed economici e lottando per la loro piena affermazione.

Perfettamente in linea con il concetto del Dio storico di Karl Rahner presente nel mondo e nella storia e quindi da testimoniare nei contesti contemporanei, si passò dalla lotta spirituale a quella politica, per finire come in Nicaragua a quella armata. Non solo, la Teologia della Liberazione finì per diventare una sorta di “lettura cristiana” del marxismo fino a sostenere, legittimare e giustificare, i movimenti rivoluzionari che nascevano nei vari Paesi dell’America Latina per sostenere apparentemente un desiderio di libertà e di giustizia sociale, ma nei fatti per favorire la penetrazione del comunismo sovietico in quello che veniva definito il “giardino degli Usa”.

Il Nicaragua è stato il Paese che, insieme alla Colombia, ha visto in azione la manipolazione più vergognosa del Vangelo, con sacerdoti e monaci schierati nelle fila del movimento sandinista di Daniel Ortega e direttamente in campo nella rivoluzione e nella lotta armata. L’unico che ebbe la forza di opporsi a tutto questo fu San Giovanni Paolo II, che già pochi mesi dopo la sua elezione prese apertamente posizione contro la Teologia della Liberazione denunciando il grande inganno che nascondeva. Ovvero quello di mascherare sotto una veste cristiana ed evangelica, una chiara forma di appoggio al marxismo. Fu proprio in Nicaragua che Giovanni Paolo II condannò, senza se e senza ma, la Teologia della Liberazione e la pericolosa deriva rivoluzionaria e marxista che aveva assunto nel Paese; lo fece sfidando i sandinisti che sulla piazza di Managua cercarono in tutti i modi di impedirgli di parlare. Ma Wojtyla non si lasciò intimidire, e più alte si facevano le urla di contestazione dei sandinisti più forte si levava la sua condanna.

Ma non fu tutto. Giovanni Paolo II voleva la sospensione a divinis dei sacerdoti che in Nicaragua erano entrati come ministri nel governo sandinista. Il segretario di Stato Agostino Casaroli, che come tutti sanno era favorevole al dialogo con il mondo comunista e rifiutava la logica della contrapposizione tipica della guerra fredda, lavorò sotto traccia per impedire che si arrivasse ad una rottura. Fece sapere al sacerdote e poeta Ernesto Cardenal facente parte del governo, che il papa avrebbe gradito un gesto di obbedienza da parte sua, inchinandosi e baciandogli la mano in segno di deferenza al suo arrivo all’aeroporto di Managua, e che in conseguenza di questo gesto GPII avrebbe valutato senza pregiudizi la loro possibile permanenza nel governo. Effettivamente all’aeroporto Cardenal si inginocchiò per baciare la mano del papa, ma Wojtyla la ritrasse sdegnato, impedì che gli venisse baciata e davanti alle telecamere alzò il dito in segno di ammonizione contro il sacerdote intimandogli severamente di scegliere se fare il prete o il ministro. E dopo poco sarà sospeso a divinis.

Cardenal ha sempre sostenuto che Casaroli gli tese una trappola per umiliarlo pubblicamente e far risaltare ancora di più la condanna del pontefice polacco contro di lui e i confratelli schierati con Ortega; ma non è da escludere che lo stesso Casaroli possa essere stato preso in contropiede da GPII e che avesse voluto realmente tentare un dialogo per evitare la rottura.

Sta di fatto che oggi la Chiesa in Nicaragua sta pagando molto caro il suo “peccato originale”, ovvero quello di aver sostenuto il movimento sandinista che si è trasformato in un sanguinario regime dittatoriale, che ha usato e gettato la Chiesa per i propri interessi e che ha ampiamente tradito quegli ideali di libertà e di giustizia sociale che gli valse l’appoggio dei teologi della liberazione. La situazione del Nicaragua è la migliore dimostrazione di come Giovanni Paolo II avesse visto giusto e soprattutto fosse nel giusto nel contrastare, anche duramente, le contaminazioni fra cristianesimo e marxismo. Non c’era in quegli anni una guerra fra ricchi e poveri in America Latina, fra oligarchie dominanti e poveri perseguitati come si è voluto far credere, ma una lotta per l’egemonia fra gli Stati Uniti da una parte e l’Unione Sovietica dall’altra nel quadro della guerra fredda e dei blocchi contrapposti, con i sovietici che si servivano delle rivoluzioni (e indirettamente della Teologia della Liberazione) per entrare in casa del nemico e creare altre Cuba nel cuore del continente americano. Una guerra geopolitica senza alcuna finalità evangelica o di vera giustizia sociale.

I vari esponenti di spicco della Teologia della Liberazione che l’hanno propagandata, da Gustavo Gutiérrez, ad Hélder Câmara, da Leonardo Boff a Camilo Torres Restrepo per finire con Ernesto Cardenal e Miguel d’Escoto Brockmann sono stati complici di un grande inganno. Si salva forse soltanto Oscar Romero, l’unico in buona fede, che infatti si fa fatica ad inquadrare come organico alla Teologia della Liberazione nonostante i vari tentativi di assimilazione e certe sue ambiguità e contraddizioni.

Spiace soltanto che Bergoglio nella sua opera di demolizione della Chiesa stia restituendo dignità a figure cui nessuna riabilitazione andrebbe concessa, ma soltanto la condanna di un inganno e di una errata interpretazione del Vangelo piegata all’ideologia marxista, ad opera di abili manipolatori e diabolici impostori.

(Fonte: Stilum Curiae)

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