Madre o matrigna? Questo è il problema. (Ancora sul famoso motu proprio)

Come può essere che una madre non dia, al figlio affamato che glielo chiede, un cibo di cui ella dispone?

di Leonardo Lugaresi (02/08/2021)

Come può essere che una madre non dia, al figlio affamato che glielo chiede, un cibo di cui ella dispone?

Poniamo che un figlio vada dalla madre e le dica: «Mamma, ti prego, dammi quel cibo che preparavi una volta. Per caso l’ho assggiato e ho visto che non solo mi piace molto ma anche mi nutre e mi dà forza, mi fa stare bene come non mi succede con quello che mangio di solito». Se la madre è molto convinta di avere sempre ragione, potrebbe certamente obiettargli: «Guarda che il cibo nuovo è molto migliore del vecchio; l’ho studiato con dietisti e gastronomi ed è ben più bilanciato, nutriente e gustoso di quell’altro. Studiati le tabelle e i manuali e vedrai che è così». Se invece è una madre (giustamente) severa, probabilmente gli risponderebbe: «Tanto per cominciare, dimostrami che non disprezzi il cibo abituale e non manchi di rispetto a me che te lo preparo con tanta cura; quindi oggi mangia quel che passa il convento senza fare tante storie. Poi ne parliamo».

Ma se il figlio replicasse alla prima obiezione: «Mamma, i ricettari e le tabelle li ho letti, ma sta di fatto che il cibo nuovo a me resta pesante, non lo digerisco, mi riempie ma al tempo stesso non mi sazia, non mi dà forze, e dopo tanti anni che lo mangio ne sono sicuro»; e alla seconda: «Hai ragione, mamma, non intendo affatto mancare di rispetto a te e alla tua cucina, solo ti chiedo, quando puoi, di darmi anche quell’altro cibo», quale madre, a questo punto, persisterebbe nel rifiuto? Quale madre direbbe, non per scherzosa e amorevole minaccia come tutte le nostre hanno fatto qualche volta, bensì con letterale ferocia: “o mangiar questa minestra o saltar dalla finestra”?

Quale madre farebbe questo? Per quanto io ci pensi, mi vengono in mente solo due risposte possibili (chi ne conosce altre, non riducibili a queste, me le segnali): la prima è che agirebbe così una cattiva madre (nelle diverse varianti di questa definizione: una madre snaturata o una madre totalmente inadeguata). La seconda è che lo farebbe una madre che fosse positivamente certa che l’alimento che il figlio reclama è in realtà un veleno, un cibo gravemente nocivo alla sua salute.

Si dice che tutti i paragoni zoppicano, ed in linea di massima penso sia vero; però questo mi pare che cammini abbastanza bene. Poniamo infatti che domani un gruppo di buoni fedeli vadano dal vescovo di una diocesi dove in questi decenni non si è mai celebrata la messa vecchia (la chiamo così per brevità e per ostentare la mia incompetenza liturgica: qui si fanno discorsi terra terra), e gli dicano: «Eccellenza, a noi è capitato di partecipare qualche volta, o comunque di entrare in contatto con la messa di una volta e abbiamo scoperto che ci fa un gran bene. È il cibo spirituale che attendevamo, ci conforta nella fede, nella speranza e nella carità, ci aiuta nel nostro cammino di conversione, più di quanto non faccia la messa nuova. Perciò le chiediamo di darci la possibilità di celebrarla anche qui. Siamo e vogliamo essere in perfetta comunione con lei e con il papa, accettiamo pienamente il concilio Vaticano II e il nuovo rito della messa. Solamente attestiamo che la pratica dell’altro rito è più confacente ai nostri bisogni spirituali e chiediamo che se ne tenga conto». Poniamo che il buon vescovo di quella diocesi, fatto il doveroso discernimento, sia convinto delle rette intenzioni di quei fedeli e desideroso di concedere loro ciò che chiedono.

La domanda è: dopo il motu proprio di papa Francesco del 16 luglio scorso potrà ancora farlo? Questo mi pare il punto assolutamente decisivo, da cui dipende se di quel provvedimento si può dare, nonostante tutti i punti problematici e discutibili che esso presenta, un’interpretazione “benevola”, oppure se si è costretti a farne una lettura che aprirebbe una voragine sotto i nostri piedi. Mi spiego: stando all’articolo 3 paragrafo 6 del motu proprio, «il vescovo avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi» di fedeli che celebrano secondo il vecchio rito. Stando alla lettera del testo, parrebbe chiaro che ciò vale solo «nelle diocesi in cui finora vi è la presenza di uno o più gruppi che celebrano secondo il Messale antecedente alla riforma del 1970». Se così non fosse, e se di tale disposizione venisse (abusivamente, io credo) data un’interpretazione estensiva, si cadrebbe oltretutto in una smaccata e plateale contraddizione del principio affermato nell’articolo 2, che stabilisce che spetta al vescovo «regolare le celebrazioni liturgiche nella propria diocesi. Pertanto, è sua esclusiva competenza autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi, seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica». È evidente il rovesciamento della posizione assunta da papa Benedetto XVI (che si inquadra del resto in una radicale discontinuità tra i due pontificati ormai palese a tutti) e si può discutere la bontà di tale operazione, ma non la legittimità. Francesco fa il contrario di quello che ha cercato di fare Benedetto? Possiamo pensare che sia una cattiva decisione, ma non c’è dubbio che può prenderla.

Il punto veramente drammatico (che potrebbe divenire tragico) a me pare che sia un altro. Con l’aria che tira, ed il diffuso sospetto che la vera ratio del provvedimento del papa sia non il contrasto agli abusi nella fruizione di quelli dei suoi predecessori ma la progressiva estinzione del rito antico nella chiesa, a me pare che sia assolutamente necessario che venga, dalla stessa autorità che ha emanato il motu proprio, chiarito inequivocabilmente che anche ora ciascun vecovo del mondo è assolutamente libero di autorizzare la costituzione di nuovi gruppi di fedeli che celebrano con il vecchio rito, purché non ne esistano già nella sua diocesi. Se poi, in un caso come quello sopra ipotizzato cioè in una diocesi dove tali gruppi non ci sono già, un vescovo ne vietasse la costituzione ex novo, egli si comporterebbe come una madre che rifiuta il cibo ai figli che glielo chiedono, il che vorrebbe semplicemente dire o che è un cattivo vescovo, oppure che è un vescovo eretico, dunque non realmente un vescovo della chiesa cattolica. Perché deve essere chiaro che se uno sostiene che la messa antica è un male (non un cibo migliorabile, ma un veleno), costui è un eretico. In entrambi i casi sarebbe una situazione molto brutta, ma non la fine del mondo. Anche se non si trattasse di un vescovo solo, ma (come purtroppo è probabile) di cento, o di mille. Un grande male, ma ancora rimediabile.

Ma se si lascia campo libero al sospetto che questo sia ciò che vuole il papa per tutta la chiesa … lo vedete il baratro che si apre sotto ai nostri piedi?

Il papa può dire: “da oggi la messa si dice così, e non come si diceva prima” (lasciamo da parte ogni giudizio di merito), ma non può dire: “la messa di prima era sbagliata”. Se lo facesse, verrebbe giù tutto. Ma proprio tutto. Ora, come ho cercato di mostrare intuitivamente con il semplice esempio fatto sopra, il rifiuto di permetterne la celebrazione a chi con buona intenzione e fondati motivi la chiede si può ultimamente giustificare solo sulla base di un giudizio di quel genere. Altrimenti sarebbe una forma di irragionevole dispotismo, oltretutto in stridente contrasto con lo spirito di accoglienza che dovrebbe regnare nella cosiddetta «chiesa di Francesco»: chi sono io per giudicare un fratello che chiede di pregare in un modo che non corrisponde a quello “normale”?

Ripeto: la madre che dice al figlio: «ti lascio morire di fame piuttosto che darti un cibo che non mi va di darti», che madre è?

Ecco, io credo che il punto cruciale di tutta questa faccenda sia qui. Ho già dichiarato la mia incompetenza in materia liturgica, però un po’ di storia della chiesa l’ho studiata e credo di avere appreso che l’autorità ecclesiastica ha sempre dovuto fare i conti con una realtà storica che non corrispondeva ai suoi progetti e alle sue previsioni. Nella storia della chiesa succedono sempre delle cose, diverse magari da quelle che papi vescovi e preti preparano e prevedono, ma che hanno un senso nei piani di Dio e di cui essi devono prendere atto con saggezza e con prudenza, per trarne il massimo bene spirituale possibile. Nel 1970, forse con troppa fretta visto che il concilio era finito da appena cinque anni, venne varata una grande riforma liturgica da cui la gerarchia ecclesiastica di allora si aspettava grandi cose, e il vecchio messale venne di fatto abrogato, in un modo che, come lui stesso ha detto, lasciò sbigottito il futuro Benedetto XVI, il quale, una volta divenuto papa, cercò in tutti i modi di rimediare a posteriori a quello sconcio. Bene, quel che è successo è che la vecchia messa però non è morta, come doveva fare secondo i progetti. Questo è un fatto. Può non piacere, ma è un fatto. Di fronte ad un fatto incoercibile, non previsto e non voluto, sono possibili fondamentalmente solo due atteggiamenti: uno è quello cristiano di domandarsi che cosa Dio ci vuol dire con tale fatto “scandaloso”, l’altro è quello – che non voglio qualificare – di ostinarsi a cercare di distruggerlo. Per questo a me pare che sia di così vitale importanza che il papa dissipi ogni equivoco e chiarisca che, pur con tutti i limiti che ha ritenuto di porre, non vuole l’estinzione della vecchia messa, perché non pensa affatto che essa non corrisponda alla fede della chiesa.

(fonte: leonardolugaresi.wordpress.com)

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