La Chiesa che parla, parla, parla…

DogmaTV presenta la traduzione di un articolo di don Bryan Houghton, intitolato The talking Church, apparso nel numero del giugno 1975 della rivista Christian order.

Presentiamo la traduzione di un articolo di Don Bryan Houghton (1911-1992)[1], intitolato The talking Church, apparso nel numero del giugno 1975 della rivista Christian order[2]. Questo articolo mostra l’intreccio tra il proliferare di convegni, gruppi, organismi ecclesiali, l’odio contro la forma extra-ordinaria della S. Messa e il silenzio dei buoni davanti all’avanzata neo-modernista. Il sacerdote inglese, convertito dall’anglicanesimo, è anche profeta di questi tempi, in cui vanno a braccetto la cosiddetta sinodalità, lo sfacelo dottrinale, e il tentativo di sopprimere il Summorum Pontificum. Come far sembrare proveniente dalla base ciò che invece è stato predeterminato dagli oligarchi modernisti? Basta creare artificialmente una Volontà generale, un tempo chiamata Spirito del Concilio, oggi La nuova Chiesa di Papa Francesco. Poi si inventa il Metodo Firenze, ideato da Mons. Nosiglia e lanciato al convegno nazionale della Chiesa italiana nel 2015, dove gruppi di tredici persone, opportunamente imbonite da un cosiddetto facilitatore, fanno sentire ai vertici la loro voce pseudo-profetica e predeterminata. Come uscirne? L’autore ci dice che “la volontà collettiva potrebbe essere punzecchiata come un palloncino se qualche vescovo in più si rendesse conto che la collegialità, la democrazia, la discussione, la consultazione e il resto non influiscono su ciò che è giusto e sbagliato, nobile e ignobile, giusto e ingiusto; che non sono le strutture che consentono all’uomo di praticare le virtù morali, ma la grazia personale del coraggio morale”.

The talking Church

di P. Bryan Houghton

Nella rivoluzione di cui soffre ancora la Chiesa, mi sembra che ci sia una questione di un certo interesse che ha ricevuto scarsa attenzione. Come mai sono stati introdotti cambiamenti che interessano ogni aspetto della vita cattolica senza sollevare un mormorio udibile dalla vasta schiera di clero, vescovi e sacerdoti allo stesso modo? Il fenomeno è molto più strano che in qualsiasi rivoluzione politica o, oltretutto, durante la Riforma [protestante], perché il personale è rimasto in gran parte identico.

Lo stesso vescovo proscrive oggi ciò che ha prescritto ieri. Il sacerdote la cui gamma di sermoni era limitata alla confessione e al mantenimento dell’integrità della comunità, ora svolge i servizi penitenziali con l’assoluzione generale e chiude un occhio sull’Humanae Vitae.

La cosa più sorprendente di tutte, la Santa Messa, per la quale ognuno di loro sarebbe morto sul rogo, è stata gettata a mare nell’unica forma nota a loro e al loro gregge senza arrossire né sussultare.

Inoltre, non solo ogni cambiamento è stato accolto senza alcuna opposizione ma, fino a poco tempo fa, con un discreto applauso.

Quello è il problema. C’è da credere che tutti i vescovi e la stragrande maggioranza dei preti siano tanto privi di principi quanto incoerenti le loro azioni? Una tale supposizione è ovviamente assurda. Qual è stato allora il meccanismo che ha permesso loro di fare un così totale voltafaccia e mantenere il rispetto di sé? Con quale processo si sono rimangiati le loro stesse parole senza mostrare alcun segno visibile di indigestione?

Volontà collettiva e volontà individuale

Fu Rousseau, grande habitué di Logge massoniche eSociétés de Pensée, che nel suo Contratto Sociale per primo mise in rilievo il fatto che in ogni gruppo di discussione, associazione intellettuale, circolo filosofico, politico o religioso, la Volonté Générale o “volontà collettiva” non era la stessa Volonté de Tous o “somma delle volontà individuali”; anzi i due potrebbero essere nettamente contrari. Come ha sottolineato Augustin Cochin nella sua opera magistrale, Les Sociétés de Pensée et la Révolution Française[3], la ragione di ciò non è difficile da determinare: un gruppo di discussione sarà inevitabilmente coinvolto in idee generali, così che la sua “volontà collettiva” ha come il suo oggetto una proposizione astratta; mentre la “volontà individuale” gioca sempre su realtà di fatto. Accade così che lo stesso uomo possa votare a favore di “parti uguali per tutti”, ma rifiutare una crostata a un mendicante. Non è incoerente. Egli è favorevole all’idea astratta di parti uguali, ma è contrario alla carità concreta. È disposto a cambiare le strutture ma non a praticare le virtù. Per inciso, questo è così vero che si può presumere che le persone che parlano costantemente di “cambiamento delle strutture” siano membri di gruppi di discussione. La “volontà collettiva”, trattandosi di idee generali, tende automaticamente a decidere cosa dovrebbero fare gli altri; la “volontà individuale” ciò che si dovrebbe fare da soli.

Ci sono, naturalmente, alcuni requisiti affinché la Volontà Collettiva possa germogliare e raggiungere la perfezione. È una pianta da serra, che necessita di un flusso costante di aria calda. I membri del gruppo devono essere considerati tutti uguali; entrando nella riunione ogni autorità deve essere scartata, sia essa di status, intelligenza o esperienza. Gli specialisti in un dato campo dovrebbero essere esclusi o messi a tacere quando quel campo è in discussione; non solo introdurrebbero pregiudizi, ma potrebbero inglobare la discussione nei tecnicismi della realtà. L’agenda dovrebbe emergere dal gruppo stesso; non è lì per giudicare le idee degli altri ma per produrre le proprie. La discussione deve essere aperta e tutto può essere messo in discussione; come i membri sono tutti uguali, così lo sono tutte le opinioni. Le sole affermazioni autorevoli e dogmatiche devono essere respinte perché non sono aperte ma esclusive. Aiuterà il gruppo se alcuni dei suoi membri sono dotati di saggezza istantanea e poca conoscenza; un paio di modernisti lo faranno, per fornire lo sproloquio. In tali condizioni è abbastanza sorprendente quanto rapidamente poche persone perfettamente perbene possano “rinnovare la faccia della terra” – molto più efficacemente dello Spirito Santo!

Una volta che questo viene fatto notare è abbastanza ovvio e chiunque abbia un minimo di conoscenza dei gruppi di discussione può verificare il fatto dalla propria esperienza.

Vaticano II: un gruppo di discussione pastorale

Ora, forse la più grande tragedia nella storia della Chiesa si è verificata quando i Padri del Vaticano II hanno deciso di essere un Gruppo di Discussione Pastorale piuttosto che un Concilio dogmatico. In materia di dogma possedevano autorità divina e competenza umana. Come Gruppo di Discussione Pastorale non avevano più autorità e meno competenza della Società di Dibattito del villaggio. I documenti da loro prodotti sono monumenti alla “volontà collettiva”; sono lì per essere letti da chiunque abbia una scorta sufficiente di anti-soporifici.

Qualunque cosa si possa pensare del Vaticano II, ha avuto un risultato innegabile: ha trasformato l’intera Chiesa, la Sposa Immacolata, l’Arca della Salvezza, in una vasta e tentacolare massa di gruppi di discussione. Ci sono il Sinodo Romano, i Consigli Nazionali e Regionali dei Vescovi, gli stessi dei sacerdoti, commissioni per questo, commissioni per quello, senati diocesani, corsi di aggiornamento, giornate di studio; anche le riunioni del decanato, i ritiri, i ritiri e in alcuni casi la stessa Messa sono stati trasformati in gruppi di discussione.

I miseri laici non sono stati risparmiati ma sono stati trascinati in commissioni e consigli ad ogni livello.

Nessuno fa niente ovviamente, perché ciò richiederebbe un atto della volontà individuale, ma tutto viene discusso in modo astratto, irresponsabile, indeterminato. Tutto è messo in discussione, fino ai fondamenti della religione stessa. Nel mondo della realtà, ben poco può essere messo in discussione, tanto siamo circondati dalle circostanze, dalla Divina Provvidenza di Dio. Non così in un gruppo di discussione: finalmente l’uomo è libero nel mondo astratto della propria mente, delle proprie opinioni irresponsabili. È qui che la “volontà collettiva” germoglia, fiorisce e fruttifica.

Due significati di “pastorale”

C’è un altro punto che va tenuto presente. La parola “pastorale” ha un significato molto diverso nel mondo dei gruppi di discussione e nel mondo della realtà. Gli antichi pastori credevano che il loro lavoro fosse una testimonianza dei dogmi della Chiesa in virtù della sua autorità divina. Ma in un gruppo di discussione non è ammessa né l’autorità né il dogma, quindi la parola “pastorale” acquista esattamente il significato opposto: significa “non dogmatico e non autorevole”. Quando il Vaticano II si dichiarò un Concilio “pastorale” e non dogmatico, ciò non implicava che i dogmi potessero essere dati per scontati e che desiderasse escogitare mezzi migliori per trasmetterli sia ai fedeli che agli infedeli. Ciò che significava era che i dogmi non dovevano assolutamente influenzare e pregiudicare le discussioni. “Pastorale”, infatti, è un eufemismo per “esistenziale”; è l’aggettivo da “ortoprassi”, poiché non si può dire “ortopratico”. La parola ha ingannato molti buoni vescovi e sacerdoti. Facciamo un semplice esempio: divorziati risposati.

Il vecchio pastore parlava di santità, eroismo, vivere da fratello e sorella o partecipare alla messa ma non fare la comunione e simili, tutto dipendeva dal dogma. Oggi, tuttavia, se ci viene detto di avere una “visione pastorale” dei divorziati risposati, sappiamo che ci si aspetta che ci asteniamo da ogni insegnamento dogmatico della Chiesa e li incoraggiamo a comunicarsi quotidianamente e a essere membri del Consiglio Parrocchiale.

Accondiscendenti verso l’innovazione; Intolleranti della Tradizione

Il fatto che la discussione debba essere aperta da un lato e non ostacolata dall’autorità dall’altro porta a un fenomeno curioso. La volontà collettiva risultante è permissiva di qualsiasi innovazione, non importa quanto oltraggiosa, ma è assolutamente intollerante di ogni tradizione, non importa quanto desiderabile. Questo perché la tradizione è la forma più fondamentale di autorità. Inevitabilmente assistiamo a questo fenomeno tutt’intorno a noi nella Chiesa di oggi, poiché è diventata una massa brulicante di gruppi di discussione. Ciò costituisce la rivoluzione.

Chiunque potrebbe citare mille esempi. Ne darò solo uno perché illustra molto bene la questione ed è tratto da documenti romani. All’inizio del 1974 le Sacre Congregazioni per il Clero e per la Disciplina dei Sacramenti emisero una dichiarazione congiunta il cui tenore era di mantenere la pratica tradizionale della Prima Confessione prima della Prima Comunione. Anche questo sembrava affermare l’autorità della tradizione ed è stato immediatamente messo in discussione dal Consiglio nazionale dei vescovi canadesi. Subito le Sacre Congregazioni hanno accondisceso e in un addendum al loro recente Direttorio Catechistico hanno scritto: “La nostra dichiarazione non intende imporre costrizioni, morali o di altro genere”. Ovviamente no; le Sacre Congregazioni videro la luce attraverso lo spiraglio. Nel frattempo, nell’ottobre 1974, la Sacra Congregazione per la Liturgia emanò un “avviso” che il Nuovo Ordo della Messa era obbligatorio “nonostante consuetudine immemorabile”. Il punto di interesse non è il valore legale (se c’è) di questo avviso, ma l’atteggiamento della Sacra Congregazione. Contro la permissività nel primo caso, nel secondo c’è ogni intenzione di imporre costrizioni, morali e non. Il motivo è chiaro: la Messa immemorabile nel Rito Antico è la tradizione più,, universale, più venerabile, più dogmaticamente esclusiva e di conseguenza più autorevole della Chiesa cattolica. Vai Deve se la nostra deve essere una religione a tempo indeterminato. “Lex odiosa non est restringenda”; sì, leggi vessatorie non dovrebbero essere fatte legare troppo rigorosamente, tranne quando si tratta della Messa Immemorabile. Gli scaffali dell’Indice sono stati svuotati di tutte le loro immondizie per far posto a quell’unico, stupendo volume, il vecchio Messale Romano.

Volontà collettiva contro volontà individuali

Anzi, proprio per la sua enormità, la persecuzione dell’Antico Rito offre mirabili esempi del conflitto tra volontà collettiva e volontà individuale. La stragrande maggioranza dei Vescovi potrebbe essere etichettata come “bravi scout”, uomini desiderosi di compiacere, desiderosi di compiere la loro buona azione. Non c’è un briciolo di crudeltà nel loro presentarsi. Non schiaccerebbero una mosca se potessero evitarlo. Questo è a livello individuale. Eppure, collettivamente, sono parte dell’atto di crudeltà più flagrante che la Chiesa abbia mai perpetrato, privando milioni di fedeli della Messa che amano. Le crudeltà delle guerre di religione o dell’Inquisizione spagnola impallidiscono accanto ad esse; colpivano molto meno persone, tagliavano molto meno in profondità ed erano infinitamente meno ingiuste.

È vero, i pochi sacerdoti che si aggrappano alla messa della loro ordinazione non vengono bruciati sul rogo. Sarebbe meglio che lo fossero fossero, come Giovanna d’Arco da parte del vescovo Cauchon, probabilmente lui stesso un “brav’uomo” come qualsiasi altro.

Oltre alla crudeltà c’è la questione dell’odio. La maggioranza dei vescovi presi individualmente è incapace di sostenere un odio; collettivamente perseguitano l’Antico Rito con un veleno amaro degno di una causa migliore. C’è appena un cipiglio per le innovazioni eucaristiche più sacrileghe. Il fatto che siano illeciti e i preti disobbedienti non importa affatto. Ma guai al prete che innova con l’Antico Rito! Chiaramente, non è la questione della liceità e dell’obbedienza che fa la differenza; è la Messa che conta. Come Cartagine, “Missa est delenda”. Non c’è un vescovo che abbia voluto che si creasse un tale stato di cose. Non è nato dalla somma delle loro volontà individuali. Quello che è successo è che nei loro diversi gruppi di discussione hanno generato una formula nemica della tradizione; la volontà collettiva ha parlato e loro stessi devono inchinarsi.

Sarebbe inutile moltiplicare gli esempi. Se si vuole fermare l’attuale autodistruzione della Chiesa, la prima cosa da fare è smettere di parlare. Nel silenzio che segue potremo di nuovo udire la voce ancora sommessa di Dio nella Messa e, nel mondo, la Chiesa che annuncia le Verità Eterne.

Ma c’è qualche indicazione che il clero voglia smettere di parlare? C’è qualcuno in una posizione di autorità nella Chiesa con il coraggio di opporre la sua volontà individuale contro quella collettiva? Qui, a quanto pare, c’è un vero motivo di speranza, almeno in Inghilterra.

Il clero e i gruppi di discussione

Per quanto riguarda la prima domanda, se il clero voglia smettere di parlare, ci sono buone prove per dimostrare che la loro apatia o antipatia per i gruppi di discussione è in aumento. Prendo due esempi dal recente Ad clerum. Ad clerum è una lettera circolare inviata da un vescovo ai suoi sacerdoti. È infatti il ​​mezzo che usa per il governo ordinario della sua diocesi. La sua prova, quindi, è incontestabile.

Il mio primo esempio è tratto da un Ad clerum del 6 febbraio 1975: “Conferenza nazionale dei sacerdoti-elezione. Poiché è stata ricevuta una sola nomina per ogni gruppo, non è necessaria alcuna elezione. I nuovi rappresentanti sono i padri X e Y. Sebbene giuridicamente inoppugnabile, questo mostra una spaventosa apatia nei confronti della Conferenza Nazionale, che non può mai svolgere adeguatamente la sua funzione se i sacerdoti non sono non solo interessati, ma anche preparati a servire”. Questo è altamente significativo. In primo luogo, la Conferenza Nazionale dei Sacerdoti è stata certamente la più auto-referenziale e auto-laudativa, il gruppo di discussione più aperto, chiacchierone, che ha posto più problemi, collettivista e generalmente più idiota del paese. I verbali delle sue riunioni devono essere letti o creduti. Ora, dopo meno di cinque anni dell’esistenza, non può più nemmeno truccare un’elezione. In secondo luogo, alcuni vescovi (a loro onore si dice una minoranza) guardano seriamente alla conferenza, immaginando che rappresenti davvero il clero e che i futuri vescovi siano scelti tra le sue fila. Quell’idea, almeno, è stata bene e opportunamente ricreduta.

Il mio secondo esempio è forse meno eclatante ma non per questo meno significativo. È tratto dal successivo Ad clerum del 12 marzo 1975. “Ritiri e Conferenze. Non si possono accettare altri nomi per il ritiro di maggio in A. Ci sono ancora posti vacanti in B per ottobre. Ci sono posti vacanti in entrambe le conferenze di studio, così tanti che è chiaro che molti di coloro che dovrebbero partecipare a una conferenza di studio quest’anno non hanno ancora presentato i loro nomi. Tutti gli interessati sono pregati di risolvere questo problema senza indugio”. Veramente? Quindi il ritiro vecchio stile va bene, ma deve essere usata la frusta per riempire la Conferenza di Studio. Nella gerarchia dei soviet, dei gruppi di discussione, le conferenze di studio diocesane obbligatorie costituiscono un anello importante. Poiché il clero pastorale rischia di corrompersi a causa del suo contatto con la realtà, è attraverso queste conferenze che si attiene alla via ampia e permissiva della volontà collettiva astratta. Se devono essere costretti a partecipare, si può dubitare che la discussione sarà molto fruttuosa. La volontà collettiva potrebbe non germogliare perché è probabile che la fornitura di aria calda si esaurisca.

Il coraggio del Cardinale

Entrambi questi esempi sono più che canne al vento. Sono la prova concreta che il clero sta cominciando a scavare le dita dei piedi.

Riguardo alla seconda domanda, se c’è qualcuno in una posizione di autorità con il coraggio di opporre la sua volontà individuale contro quella collettiva, solo un esempio recente mi è noto, ma la sua importanza supera la sua singolarità.

Circa due anni fa il cardinale Heenan ottenne un indulto dal Santo Padre per la celebrazione in Inghilterra dell’Antico Rito della Messa[4]. Questo di per sé non era un’impresa da poco e richiese molto coraggio. È vero, nel momento in cui l’indulto aveva passato il filtro della Sacra Congregazione della Liturgia, era circondato da ogni condizione immaginabile. Mentre dal 1963 in poi ci veniva costantemente martellato che “si danno i permessi per essere usati”, in questo caso era chiaro che era stato dato il permesso per non usarlo. Tuttavia, è stato usato, con parsimonia in alcune diocesi, più generosamente in altre. Fu grazie a questo indulto che la Latin Mass Society poté tenere i suoi pellegrinaggi a Walsingham nel 1973 e nel ’74. Il permesso è stato nuovamente richiesto per il 1975. Sembrava esserci qualche esitazione a concederlo.

Ciò era abbastanza naturale perché, come si è già detto, con avviso del 28 ottobre 1974, la Sacra Congregazione pretendeva di rendere obbligatorio il Nuovo Rito «nonostante qualsiasi consuetudine, anche immemorabile». Poi è arrivata la sorpresa: il permesso è stato concesso.

Per quanto posso vedere, questo permesso è suscettibile di una sola spiegazione: il cardinale Heenan è determinato a mantenere il suo indulto, qualunque cosa accada. Presumibilmente la gerarchia è dietro di lui. È un sorprendente atto di coraggio personale, responsabile, morale. Con quanta facilità avrebbe potuto nascondersi dietro l’ampia tonaca dell’arcivescovo Bugnini! Basti pensare per un momento alla pressione, “morale e non”, che verrà esercitata su di lui, non solo in casa, ma da ogni altra gerarchia del mondo. Perché l’Inghilterra dovrebbe essere l’intruso? La perfida Albione ci riprova! Chi pensa di essere Heenan per rompere l’unità della facciata collettiva e collegiale? Ma soprattutto ci saranno pressioni da parte della Sacra Congregazione. Chi, negli ultimi dieci anni, ha osato tener testa al suo temibile Segretario, l’Arcivescovo Bugnini? Da qualunque parte la si guardi, ci si trova di fronte a un atto di vero coraggio morale, a un’azione gravida di reazioni impreviste. Sia reso onore a chi è dovuto. Senza dubbio la rivoluzione continuerà per un po’ sotto il suo slancio acquisito, ma inevitabilmente si fermerà se il clero si rifiuterà di alimentare la sua forza motrice, i gruppi di discussione. Inoltre, la volontà collettiva potrebbe essere punzecchiata come un palloncino se qualche vescovo in più si rendesse conto che la collegialità, la democrazia, la discussione, la consultazione e il resto non influiscono su ciò che è giusto e sbagliato, nobile e ignobile, giusto e ingiusto; che non sono le strutture che consentono all’uomo di praticare le virtù morali, ma la grazia personale del coraggio morale.


[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Bryan_Houghton

[2] http://christianorder.com/index.html. Non condividiamo e ultime prese di posizione della rivista.

[3] In Italiano: Les Sociétés de Pensée et la Révolution Française, Rimini: Il Cerchio, 2008.

[4] http://www.unavoce-ve.it/09-01-2.htm

(fonte: dogmatv.it)

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