Il DDL Zan e la “quinta colonna” armata all’interno della Chiesa

Il gesuita Giacomo Costa chiede a gran voce di porre fine ai “braccio di ferro” tra posizioni contrapposte, e di mettersi in “ascolto della realtà”, per promuovere il bene comune, soprattutto quando sono “in gioco questioni che riguardano l’inclusione”. E già qui diventa chiaro dove il discorso andrà a parare: sì al DDL Zan e alla sua ideologia.

di Sabino Paciolla (29-05-2021)

A proposito della legge Zan, le acque all’interno della Chiesa sembrano agitate, anzi, perigliose. E questo non è rassicurante. Uno sarebbe portato a pensare di trovare nella Chiesa un argine naturale e scontato contro l’ideologia che sostanzia il DDL Zan, e invece si ritrova con molte incertezze, varie prese di posizione diplomatiche, alcuni dietrofront inaspettati, scioccanti espressioni decisamente a favore della legge Zan. Il tutto nel nome del dialogo, questo moloch che sembra fine a se stesso, strumentale alla ricerca di una “verità”, qualunque sia.

Del dietrofront del Card. Bassetti, presidente dei vescovi italiani, abbiamo già parlato nei giorni scorsi (vedi quiqui e qui). 

Se la cosa si fermasse qui, registreremmo, sia pure con preoccupazione, soltanto un dibattito all’interno del collegio dei vescovi, un dibattito che si fa fatica a capire, vista la chiarezza della posta in gioco. Il problema è che a questa incertezza dei pastori si è aggiunta una sorta di “quinta colonna” presente nella Chiesa italiana, “un’armata” che combatte all’interno dei suoi confini per far “digerire” la legge Zan. “Un’armata” che fa riferimento ai gesuiti che ruotano intorno alla rivista Aggiornamenti Sociali

Il direttore di quella rivista, Giacomo Costa SJ (nella foto a lato col confratello papa Francesco), in un editoriale che ha fatto discutere, chiede a gran voce di porre fine ai “braccio di ferro” tra posizioni contrapposte, e di mettersi in “ascolto della realtà”, per promuovere il bene comune, soprattutto quando sono “in gioco questioni che riguardano l’inclusione”. E già qui diventa chiaro dove il discorso andrà a parare.

Basta con l’ideologia, dice padre Costa, la realtà ci parla di discriminazioni e violenze. Questi atti di discriminazione e violenza “prendono di mira l’identità”. In poche parole, “(…) siamo una società razzista, maschilista e omofoba”. 

Nella visione di padre Costa, dinanzi a una nazione come l’Italia, grondante di questa quotidiana violenza, è giusto riconoscere, evidenziare e codificare in una legge questa “maggiore gravità”, come fa, appunto, Alessandro Zan. 

Padre Costa fa pure notare la complessità della questione sessuale. A tal proposito scrive: “Un punto particolarmente delicato, su cui scienze biologiche, psicologia e filosofia sono ben lontane dall’aver raggiunto un consenso, riguarda proprio il crinale che unisce il dato biologico, la sua interpretazione culturale e l’assunzione di biologia e cultura all’interno del percorso di costruzione dell’identità personale”. 

Come si risolve questa “complessità”? Semplice, dice Costa, facendo ricorso ad un principio cardine: “la realtà è superiore all’idea” (Evangelii Gaudium, n.231). Un punto su cui Papa Francesco ha insistito molto, sottolinea. Le espressioni della realtà sessuale, sembra dirci il padre gesuita, sono ben superiori all’ottusa pretesa di definirle con una semplice “idea”. Ma a quale “idea” si riferisce? A quella di maschio e femmina? Ad ogni modo aggiunge: “In questo caso, la realtà è la situazione delle persone vittime di violenza e discriminazione”.

Padre Costa ribadisce che la questione del rapporto sesso e genere è troppo complesso (leggi troppo fluido) perché la si possa codificare in poche parole, come pretende di fare il ddl Zan. “Il pensiero femminista” dice Costa, “esprime una articolata varietà di posizioni e interpretazioni, così come quello che si ispira all’antropologia biblica”. (Oibò! Quest’ultima mi è nuova, pensavo che l’antropologia biblica si riassumesse nel semplice “maschio e femmina Dio li creò”. Evidentemente anche nella Chiesa i tempi sono cambiati)

La soluzione che padre Costa dà a questa complessità di sesso, orientamento sessuale e identità di genere è questa: “Per promuovere il rispetto di persone che, tra l’altro, non si riconoscono tutte in una medesima formulazione, non occorre definirle a priori”, come tenta invece di fare, confondendo non poco, il DDL Zan nell’articolo 1. Ma in questo modo si rende ancora più vago l’oggetto del reato, con il rischio che sia il giudice a decidere, caso per caso, se una persona avrà commesso o meno una discriminazione e/o una violenza.

E’ patetico, poi, da parte di Costa, dopo tutto quello che ha scritto, sottolineare e richiedere che nella legge Zan venga rispettata la libertà di espressione, soprattutto quando dice che essa è sì un diritto, ma che va espresso “senza che risulti aggressivo, violento o escludente per coloro che la pensano diversamente”. In parole povere, ci sta dicendo: sei libero di dire quello che vuoi, ma stai attento a non essere “escludente”. Ah sì? E come faccio a saperlo? Che cosa significa “escludente”?

E qui arriva la chicca finale che chiarisce tutto il quadro.

Il lavoro che richiede il DDL Zan, scrive Costa, “è una sfida che richiede una vera e propria conversione, e che ovviamente riguarda tutte le componenti della società, compresa la comunità ecclesiale. Anche se può risultare faticoso, è doveroso riconoscere che, ad esempio in materia di sessualità, il lessico con cui tradizionalmente sono formulate alcune posizioni della Chiesa, specie quando viene estrapolato dal contesto filosofico e teologico in cui sono state elaborate, – pensiamo ad esempio a una espressione come “intrinsecamente disordinato” (definizione dell’atto omosessuale nel Catechismo, ndr)  – finisce per assumere tonalità che suonano dispregiative, in particolare per chi già subisce discriminazioni, rinforzando i dinamismi socio-culturali descritti nel paragrafo precedente. Un altro esito, paradossale dal punto di vista della Chiesa, è che quel lessico costituisce oggi un ostacolo che impedisce a molte persone, in particolare ai giovani, di accedere alla ricchezza e alla bellezza dell’antropologia cristiana, anche per quanto riguarda la sessualità.” (grassetto mio)

Insomma, il gesuita Costa ci sta dicendo che la Chiesa, con quelle formulazioni scritte nel Catechismo a proposito degli atti omosessuali, non è inclusiva, anzi, si esprime proprio da omofoba. Ma questo dimostra che con la legge Zan approvata sono proprio gli esponenti della Chiesa che finirebbero davanti ad un giudice. Se parlassero, ovviamente.

E se tutto questo non bastasse, Costa chiede addirittura l’indottrinamento Lgbt nelle scuole.

Egli scrive: “Si apre qui la possibilità di utilizzare il lavoro sul fronte educativo, che il ddl Zan prospetta, non nella chiave della colonizzazione ideologica, come taluni temono, ma in quella della decostruzione di stereotipi e pregiudizi a tutela della dignità e a servizio della libertà di tutti.” (grassetto mio)

Di grazia, che cosa si intenderebbe per “decostruzione di stereotipi”? La famiglia naturale sarebbe uno stereotipo da decostruire? 

Cari lettori, da quanto abbiamo letto, si capisce che dobbiamo cominciare a difenderci dal “fuoco amico”!

Vorrei però concludere con le parole di San Giovanni Paolo II:

Dobbiamo ammettere realisticamente e con profonda sofferenza, che i Cristiani oggigiorno si sentono smarriti, confusi, perplessi ed anche delusi; vengono diffuse tante idee che si oppongono alla verità come è stata rivelata e insegnata da sempre; vere e proprie eresie si sono diffuse nelle aree del dogma e della morale, creando dubbi, confusioni e ribellioni; la liturgia è stata alterata; immersi in un relativismo intellettuale e morale e quindi nel permissivismo, i Cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, da un illuminismo vagamente morale e da una cristianità sociologica priva di dogmi o di una moralità obbiettiva.

(da L’Osservatore Romano, 7 febbraio 1981)

(fonte: sabinopaciolla.com)

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