Non ridateci la Democrazia cristiana!

È necessario per i cattolici rivendicare un proprio ruolo ed una propria visibilità nell’attuale momento storico, in politica e nella società. Il che non significa però lanciarsi nell’avventura di un nuovo partito politico. Giovanni Paolo II ricordò come «una democrazia senza valori si converta facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo. Per questo uno dei compiti più urgenti del politico cristiano è quello di far risuonare il Vangelo della vita su tutte le strade del mondo». Se ciò non avvenisse – come capitò coi democristiani conniventi nel varo delle leggi sul divorzio e sull’aborto – il cristiano diverrebbe complice dell’aggressione all’avvenimento cristiano.

di Riccardo Pedrizzi

Come sempre accade quando qualcuno avanzi la proposta di un nuovo partito cattolico o dei cattolici, si è riaperto il dibattito sulla vecchia questione dell’impegno del cristiano in politica e del ruolo pubblico del cristianesimo. In poche parole il problema del rapporto tra fede e politica.

Questione che peraltro si pone ogniqualvolta siano in gioco leggi, provvedimenti, decisioni e politiche, che vadano ad incidere sulla vita di ciascuno di noi, dei nostri figli e della nostra società. Ed anche alle volte in maniera “pesante” nelle fasi cruciali della nostra storia nazionale, come quelle, ad esempio, dell’introduzione del divorzio e della pratica dell’aborto nel nostro ordinamento. Ai nostri giorni si è riproposta in occasione della discussione in Parlamento della legge Zan sull’omofobia, dei finanziamenti alla scuola paritaria, degli aiuti economici alla famiglia.

Dal divorzio all’aborto

Anche per il divorzio, prima sul piano parlamentare (1970), poi all’appuntamento referendario (1974), una parte del mondo cattolico si disimpegnò ed addirittura si schierò con il fronte avverso: parte dell’Azione cattolica, degli scout, delle ACLI con Ranieri La Valle, Giuseppe Alberigo, Giancarlo Zizola, Paolo Prodi, Pietro Scoppola e vari altri, sostenuti da sacerdoti come don Paolo Franzoni, padre David Maria Turoldo, padre Ernesto Balducci, Carlo Carretto di Spello. Alcuni sacerdoti si rifiutarono persino di far fare incontri, come accadde anche a me, che spesso trovai le porte delle parrocchie sbarrate.

Giovanni Leone (capo dello stato) e Giulio Andreotti (capo del governo) firmarono la legge sull’aborto dopo essere appena usciti dalla Santa Messa.

Poi arrivò la stagione dell’aborto (1978-1981). Anche allora la Democrazia Cristiana scelse di non fare la battaglia antiabortista con tutti i mezzi a disposizione, ma di limitarla alla sede parlamentare, rispettando i tempi delle procedure e garantendo il voto finale prima della data fissata per il referendum, che temevano. Anche allora i democristiani vollero tenere questo tema fuori dagli accordi di maggioranza. Anche allora il governo, formato da ministri democristiani, proclamò la sua neutralità, dichiarando estranea alla politica una scelta che in fondo avrebbe riguardato la vita e la morte di centinaia di migliaia di essere umani. Anche allora i ministri democristiani ed il presidente della Repubblica, Giovanni Leone, che si dichiarava apertamente cattolico, firmarono la legge 194, ma si giustificarono con la teoria dell’atto dovuto e con il principio del rispetto della democrazia. E soprattutto con l’esigenza di assicurare la stabilità politica e la supremazia del partito democristiano.

Tutto quel che è successo dopo, ha dimostrato quanto fossero o meno giuste e coerenti con una fede matura e vissuta quelle posizioni e quelle scelte: la DC non esiste nemmeno più, gli eredi del PCI sono al governo, la presenza politica dei cattolici nella società italiana è praticamente ridotta a zero.

Serve chiarezza

Alla luce delle esperienze dolorose fatte, è necessario perciò per i cattolici rivendicare un proprio ruolo ed una propria visibilità nell’attuale momento storico, in politica e nella società. Il che non significa però lanciarsi nell’avventura di un nuovo partito politico. Oltre tutto senza aver fatto prima una volta per tutte chiarezza su alcune questioni.

Innanzi tutto constatando come coloro che oggi si fanno promotori di questo nuovo partito cattolico e/o dei cattolici siano proprio gli eredi di quelle correnti culturali e di quegli ambienti del cattolicesimo progressista o cattocomunista, nostalgici della “Balena bianca”, come veniva comunemente indicata la Democrazia Cristiana. Questi cosiddetti cattolici adulti (come il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che ha fatto rimuovere i manifesti contro l’uso dell’Ru486), che vivono evidentemente al di fuori della realtà attuale e che proclamano di far riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa, dovrebbero puntare piuttosto a ridare al più presto sostanza e contenuti ad un progetto culturale, che, partendo dalla fede, proponga una sua concezione dell’uomo, della storia e della società.

Giovanni Paolo II, nel suo Discorso ad un gruppo di parlamentari austriaci del 22 marzo 1997, scrisse: «Purtroppo oggi si tende a sostenere che il relativismo scettico e l’agnosticismo costituiscono la filosofia e l’atteggiamento di fondo propri delle forme politiche democratiche. Tutti coloro che invece ricercano onestamente la conoscenza della verità e ad essi si attengono sono considerati dal punto di vista democratico non degni di fiducia perché non vogliono accettare il fatto che la verità sia quella determinata dalla maggioranza». Ciò significa innanzi tutto che non ogni scelta politica è coerente e lecita per un credente. E poiché la politica tocca e coinvolge l’uomo come principio e come esito, il cristiano, che si proponga di fare politica, deve necessariamente disporre di una filosofia dell’uomo, che non può, né soggettivamente né oggettivamente, distaccarsi dall’insegnamento del Vangelo. Deve sapere che la fede è capace di suscitare e rafforzare il frutto della ragione, che è la filosofia e la politica.

Impegno sociale e Verità

Da ciò discende che un impegno sociale efficace e fecondo non sarà possibile senza la ricerca e l’affermazione della verità sull’uomo e dell’uomo. Ma se questa verità non venisse ricercata ed affermata totalmente, se un’antropologia, cioè la dottrina sull’uomo, non esprimesse tutti i valori e non investisse tutti gli ambiti e gli aspetti della vita dell’uomo, si avrebbe come esito inevitabile «la mortificazione dell’uomo stesso e non sarebbe possibile attuare la società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio».

È necessario perciò che il cristiano superi il complesso di inferiorità creatogli dall’Illuminismo, in base al quale la fede sarebbe conflittuale e concorrenziale alla ragione. È proprio alla luce della fede che il cristiano conosce l’uomo nella sua pienezza e costruisce un’antropologia non neutra o dimezzata o ad una dimensione. A questa visione dell’uomo il cristiano deve conformare la sua azione politica. Senza rassegnazione e senza compromessi, che possano significare cedimenti o mimetizzazioni. Ancora Giovanni Paolo II ha ricordato, nel discorso citato, come «una democrazia senza valori si [converta] facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia (Centesimus annus, n. 46). Per questo uno dei compiti più urgenti del politico cristiano è quello di far risuonare il Vangelo della vita “su tutte le strade del mondo” (Christifideles laici)».

Se ciò non avvenisse – come capitò per i politici democristiani che furono conniventi nel varo delle leggi sul divorzio e sull’aborto – il cristiano si renderebbe clandestino, si mostrerebbe indifferente e tornerebbe nelle catacombe, diventando complice dell’aggressione all’avvenimento cristiano.

(fonte: radicicristiane)

Un pensiero riguardo “Non ridateci la Democrazia cristiana!

  1. Condivido pienamente l’analisi del pregresso, ma con rispetto dissento decisamente nella conclusione. Il mezzo del partito politico è indispensabile, vitale, per far evolvere positivamente la società, e la realtà lo dimostra alla grande. Non ci sono alternative

    Opero dunque nel Popolo della Famiglia perché ritengo valida l’idea di riprendere le fila del discorso popolare secondo Sturzo, dopo cent’anni, e dopo la storia della DC, che alla fine giustamente è sparita perché non aveva l’anima popolare, ma in sostanza aveva abbracciato quella liberale, smarrendo così del tutto le proprie radici vitali.

    Penso che quella del PdF sia propriamente la proposta politica che mancava, e che questo sia confermato, senza la possibilità di equivoco giustamente adombrata da Pedrizzi, visti i precedenti, dal programma del PdF medesimo:

    https://www.cuneo24.it/2019/09/panero-popolo-della-famiglia-dieci-punti-per-far-crescere-il-partito-43335/

    Quindi, quanto al pregresso, si vede che, per limiti umani, le cose dovevano andare nel modo che sappiamo. Quanto al presente e al futuro, cerchiamo di operare al meglio, pur certo con i nostri limiti, e vediamo gli sviluppi.

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