Se Bergoglio salva Giuda…

E così abbiamo appreso da “L’Osservatore Romano” che Bergoglio s’è messo nello studio un quadro dove Gesù, nudo e appena risorto, “abbraccia Giuda dopo averlo tolto dall’albero su cui si è tolto la vita”. “Scandalo della misericordia” flauteggia l’adulatore.

di Maurizio Blondet (09-04-2021)

E così abbiamo appreso dall’Osservatore Romano che Bergoglio s’è messo nello studio un quadro dove Gesù, nudo e appena risorto (nella foto a lato), “abbraccia Giuda dopo averlo tolto dall’albero su cui si è tolto la vita”. “Scandalo della misericordia” flauteggia l’adulatore.

Non ci scandalizzeremo; vedremo invece la cosa come evidente sintomo del suo Disturbo Narcisista di Personalità, confessione — involontaria ma trasparente, come i sintomi psichici, al di là delle intenzioni di chi ne è affetto — della miseranda condizione spirituale del soggetto. Perché, se un cattolico — e un alto prelato — ha i suoi motivi per identificarsi con Giuda e cerca di convincersi (e ha bisogno di convincere tutti gli altri credenti) che Giuda è stato perdonato, salvato, lo stato della sua coscienza è terribile. Non Gli parla più.

Addirittura rivelatore il fatto, riportato dagli adulatori dell’Osservatore per compiacere l’irascibile e vendicativo Narciso, del testo “del 2018 in cui il Pontefice parla di Giuda e della misericordia di Dio citando il capitello della chiesa di Vézelay che, in foto, ha appeso dietro la scrivania nel suo studio personale”.

Ma ci vuole molta patologica “buona volontà” per vedere nel capitello della basilica Gesù Buon Pastore che porta Giuda impiccato sulle spalle (nella foto a lato). Diciamo che qui siamo al limite dell’allucinazione.

Ciò che si vede è un giovane uomo che porta via un cadavere, che probabilmente è l’impiccato che si vede nella scena precedente, rappresentato sarcasticamente con la lingua fuori ad indicare (forse) un suicida; il giovane uomo non ha nulla nella sua fisionomia che ricordi il Cristo; è sbarbato, ha i capelli corti; nella stessa cattedrale di Vezelay esistono rilievi dove è raffigurato Gesù, ed è inconfondibile.

Soprattuto Vezelay è una straordinaria chiesa romanica; ed è universalmente noto che i mastri scultori romanici hanno confinato nei capitelli — con sapiente teologia — il frenetico ed osceno diavolio; le deformazioni fisiche come immagini delle deformità morali che insidiano i peccatori e i viziosi; le tentazioni che rendono gli uomini metà bestie, metà sirene, sfingi, basilischi, trasparenti allusioni alle tentazioni sensuali; tanto più che i deformi sorgono dalla natura vegetale, rigogliosa, verdeggiante (un altro tema tipico sono le stagioni); quei contadini, che con il bestiame vivevano e sentivano il demone meridiano negli afrori nel solleone, sapevano che rischiavano di perdere il controllo sulla natura, e dunque il controllo su se stessi “la propria razionalità e i valori civili, cadendo in una condotta immorale dai contorni bestiali”. Si è potuto scrivere che le mostruosità brulicanti nei capitelli romanici erano anche “una forma di protezione per difendere il valore della castità, in grado di allontanare violenze e tentazioni”.

Perché i mastri muratori romanici confinassero i mostri brulicanti nei capitelli, dovrebbe essere ovvio: erano un monito ai fedeli, “attenti, sono qui nell’ombra sopra le vostre teste, fate che restino nell’ombra, e non vi cadano addosso – nello spazio sacro, chiaro e liturgico che vi protegge, se siete ingrazia.

Sono in fondo le creature di Hieronimus Bosch, con questa differenza fatale: nel gotico Bosch hanno già invaso il nostro mondo, lo hanno trasformato in sogno inquietante, in giardino di delizie che non è che la faccia dell’inferno – in terra. Bosch è il precursore di Dalì, dei surrealisti: era cominciata la discesa “nella sfera che sente Cristo come inferno” (Sedlmayr); dell’arte contemporanea e, naturalmente ben oltre l’arte.

Tutto ciò dovrebbe essere noto anche agli adulatori dell’Osservatore Romano, coltissimi. Se dunque leggono il capitello di Vezelay e il quadro (da esso ispirato) che s’è fatto appendere nell’ufficio, è perché all’irascibile padrone Narciso e vendicativo non si può ricordare la verità.

È quel che ha scritto Aldo Maria Valli con esattezza abbacinante “Il Dio di cui ci parla Bergoglio è orientato non a perdonare, ma a discolpare”. Vale la pena di rileggerne i passi: “In Amoris laetitia si legge che la ‘Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili’. Ma non è così. La Chiesa deve convertire i peccatori”.

“Sempre in Amoris laetitia si legge che ‘la Chiesa non manca di valorizzare gli elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio’. Mi spiace, ma sono parole ambigue. Nelle situazioni che non corrispondono al suo insegnamento ci saranno pure ‘elementi costruttivi’ (ma, poi, in che senso?), tuttavia la Chiesa non ha il compito di valorizzare tali elementi, bensì di convertire all’amore divino al quale si aderisce osservando i comandamenti”.

“In Amoris laetitia leggiamo anche che la coscienza delle persone ‘può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo’. Di nuovo l’ambiguità. Primo: non c’è una ‘proposta generale’ del Vangelo, alla quale si può aderire più o meno. C’è il Vangelo con i suoi contenuti ben precisi, ci sono i comandamenti con la loro cogenza. Secondo: Dio mai e poi mai può chiedere di vivere nel peccato. Terzo: nessuno può rivendicare di possedere ‘una certa sicurezza morale’ circa ciò che Dio ‘sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti’. Queste espressioni fumose hanno un solo significato: legittimare il relativismo morale e prendersi gioco dei comandamenti divini”.

Val la pena di rileggere Amoris laetitia come sintomo: il Narciso patologico è di sé che parla, ed è se stesso che giustifica. Cristo ha detto di Giuda “meglio se non fosse mai nato”, tremenda, definitiva, addolorata condanna; il Narciso favoleggia che invece Gesù salverà anche Giuda o, per dirla tutta, che lo salverebbe se anche Lui fosse buono come è Bergoglio.

Nei fatti, sta deformando la Chiesa di Cristo e la sua dottrina per adattarla al suo (chiamiamolo) disturbo. In fondo, se ci si pensa, è lo stesso procedimento che attuano – con successo – i militanti LGBT: deformare la società intera perché sia adatti ai loro vizi. Nella società ciò porta diritto al totalitarismo stravolto e deviato, per il quale i gay militanti entrano nelle scuole per “educare” i figli degli altri, violando il diritto dei genitori all’educazione dei figli loro. Nella Chiesa porta agli esiti, francamente anticristici, di nascondere ai credenti la via del pentimento-salvatore, e indurci all’impenitenza finale. Già nelle messe bergogliane si ascoltano variazioni spaventosamente ereticali per placare il Narciso: “Pace in terra agli uomini di buona volontà” (dettato evangelico) è stato modificato in “Pace in terra agli uomini che Dio ama”. Già la formula necessaria (ed esorcistica) del confiteor, “Confesso a Dio onnipotente a tutti i santi, e a voi fratelli che ho molto peccato in parole, opere ed omissioni” è stata raggelata alla svelta nella formula “kyrie eleison”, perché i modernisti estremi sanno ben tornare alla “antica tradizione greca” quando gli fa comodo per non far capire ai fedeli di cosa si tratta. Nei sacerdoti, anche buoni, è tutto un parlare di “fragilità” scusabili quando dovrebbero dire “peccati”, come dice Valli, è tutto uno scagionare e uno scusare attribuito a Cristo stesso.

Temo altamente che nella prossima enciclica si proclami l’assunzione al Cielo di Giuda, perché Bergoglio ha saputo che Cristo lo ha scusato.

(fonte: maurizioblondet.it)


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