Cinque piaghe legate alla crisi di Bose

Nella vicenda di Bose c’è forse un sommerso che non permette analisi globali, ma bisogna riflettere su almeno cinque punti. L’assenza di un processo formale e trasparente, l’insegnamento della storia, la scelta del delegato pontificio, il ritenere ancora Bose una “perla” a dispetto delle disobbedienze, le contraddizioni (non riconosciute) di Enzo Bianchi.

di P. Riccardo Barile OP (12-03-2021)

E va bene, anche il Romanus Pontifex feliciter regnans interviene su Bose. Tutto molto paterno e molto bello e molto da “fare notizia” o meglio, fare il tormentone dei cristiani impegnati, quelli che, si intende, ragionano solo in termini di “dopo il Concilio”. Fuori di questo tipo di cristiani, la vicenda di Bose dice poco o nulla e le sofferenze “ecclesiali” sulle quali sono interpellato riguardano il non poter fare la comunione sulla lingua e di essere costretti a prendere l’ostia con le mani oppure, per i più avveduti, la paura che in futuro uomini o donne possano sposarsi con il compagno/a dello stesso sesso non solo con l’approvazione dello stato ma con la benedizione della Chiesa.

Ciò precisato, ovvio che Bose, anche per me, ha rappresentato molto a cominciare dal mitico libretto Pregare la Parola di Enzo Bianchi — sul titolo avrei qualche riserva perché, per quanto mi riguarda, non allargo mai il complemento oggetto del verbo pregare oltre a Dio/Cristo, alla BVM, agli Angeli e ai Santi — e da altri libri e momenti che hanno messo in circolazione idee e prassi stimolanti, anche se non sempre condivisibili in tutto. Poi c’è la sofferenza delle persone di fonte alla quale non si può non restare insensibili. Sono cosciente che quanto si sa e si scrive è solo la minima parte e che c’è forse un sommerso che non permette analisi globali, ma, ponendomi come povero cristiano di fronte a quella minima parte che appare, qualcosa non mi torna e precisamente cinque punti, che potrebbero essere le cinque piaghe non di Bose come tale, ma della vicenda odierna.

  1. L’assenza di un processo formale e di una certa trasparenza delle accuse. Per la carità, la Santità di Nostro Signore il Papa può di suo coonestare decisioni e provvedimenti, però… L’assenza di un processo mantiene nella mente il sospetto che ci sia dell’indicibile oltre all’usura dei rapporti personali e del governo. Comunque voglio credere che ci sia solo questo e in ogni caso sembra che Roma non sia minimamente intervenuta su deviazioni dottrinali.
  2. Mi pare che la storia decongestioni la tragedia su Bose e lo stupore dei benpensanti, siano essi filosofi, cardinali o direttori di centri culturali. Infatti quello che capita a Bose è già capitato. Quando? Molte volte, ma mi vengono alla mente delle analogie con le vicende della riforma carmelitana, quando alla fine della vita san Giovanni della Croce rischiò di essere buttato fuori proprio dai “riformati”, dei quali lui stesso incarnava l’ispirazione primitiva, e andò a trascorrere gli ultimi giorni in un convento con un superiore giovane che lo umiliò più volte ricredendosi solo negli ultimissimi giorni prima della morte del santo. Così come è capitato – e una infinità di volte – che molte madri fondatrici furono messe da parte e molte congregazioni di suore si divisero a pochi anni dalla loro fondazione. Lo stupore e l’ingenuità di qualcuno è di pensare che a Bose, essendo molto moderni, molto “dopo il Concilio”, queste cose non solo non sarebbero successe, ma “non sarebbero mai potute” succedere. E invece…
  3. Mi domando se la persona del delegato P. Amedeo Cencini fosse la migliore da scegliere. Non mi situo a livello di virtù o difetti personali, ma di competenze oggettive. Ha infatti sue teorie sull’oggettivazione del carisma e si interessa di psicologia ovviamente con ricadute all’interno della vita religiosa. Il che è perfettamente legittimo. Però non tutti possono giocare tutti i ruoli e una persona così va bene per scrivere un articolo, per concedere un’intervista, per partecipare a un convegno come relatore, per essere anche cooptato dalla Congregazione per la vita religiosa come esperto (come di fatto è), eccetera, ma non per gestire una situazione quale la crisi di Bose, in quanto senza accorgersene c’è il pericolo che sia guidato dalla sua ideologia e dalla sua psicologia. Pericolo che c’è in tutti, ma che forse sarebbe stato alquanto esorcizzato se fosse stato scelto un ex superiore generale con un po’ di “praticaccia” di governo e senza tante idee di psicologia e di che cosa è o non è un carisma.
  4. Se su questo affare la Santa Sede ci ha messo la faccia senza limitarsi alla Congregazione per i religiosi e altre forme di vita ma implicando la Segreteria di Stato e lo stesso Romano Pontefice, è perché, tutto considerato, continua a scommettere su Bose, una “perla” da non perdere. Questo però facendo finta di non sapere che a Bose usavano una loro traduzione della preghiera eucaristica che non era quella del Messale ufficiale, che si erano e si sono fatti un calendario liturgico, che hanno composto un Lezionario alternativo per la seconda lettura della Liturgia delle Ore che non è formalmente approvato ma di fatto è adottato qua e là – e per i tempi forti è come la benedizione di Esaù, in quanto i testi migliori erano già stati scelti dai volumi ufficiali della Liturgia delle Ore – e altre scelte del genere. In compenso, però, persone di Bose venivano chiamate – anche sotto Papa Ratzinger – a collaborare con organismi vaticani e della CEI che poi emanavano disposizioni alle quali “altri” erano tenuti ad obbedire, cioè ad obbedire a disposizioni elaborate con la collaborazione di chi aveva fatto le sue scelte senza sottoporsi alla fila dello sportello per farsele approvare. Sì, mi pare che le disposizioni recenti siano intervenute anche sulla questione liturgica (anche se non è dato di conoscere in quali termini), ma forse nelle presenti circostanze due parole di scusa, di conforto e perché no di stima a quei poveretti sottomessi e obbedienti a norme elaborate con la presenza di chi disobbediva non guasterebbero, ma mi rendo conto che è inelegante e assurdo pretenderle, anche perché si passa dalla parte antipatica del fratello maggiore che non comprende la misericordia o, secondo la teologia classica, si rischia di perdere i meriti dell’obbedienza silenziosa.
  5. Enzo Bianchi scrive giustamente considerazioni dolorose su di sé che non possono non ricevere simpatia e compassione nel senso esatto di “patire con”, però sulle pagine di un mensile pastorale manca di buon gusto. Infatti ogni mese scrive una rubrica di due pagine dove incessantemente parla di dialogo, di comunione, di ponti da costruire, di freschezza evangelica da riscoprire ecc., come se chi legge non sapesse che proprio su questi argomenti o valori si è prodotta la crisi attuale di Bose. Santo cielo, se almeno una volta fosse apparso un inserto rettangolare o quadrato con poche righe tipo: «Cari lettori, senz’altro sarete informati di quello che mi sta capitando e di quello che sta capitando a Bose e che riguarda proprio la difficoltà di attuare ciò che scrivo. Pregate per me e per la comunità di Bose perché noi per primi possiamo praticare quanto predichiamo». E invece nulla. Ora, a fronte di questo disinvolto silenzio un cretino normale come me si domanda: «Ma ci prendono tutti per scemi?».

In conclusione, forse la Santa Sede dovrebbe rivedere i criteri di come e di dove investire la propria immagine, se è vero che in questo caso ha investito al massimo la propria immagine facendo scendere in campo figure istituzionali di primo e di primissimo piano. Ma per grazia di Dio queste decisioni non dipendono da me e per grazia di Dio il mio ruolo è solo di restare spettatore ed orante. Qualcuno non ci crederà, ma se faccio una preghiera la divido in parti uguali per la Bussola e per Bose, come nel Gattopardo Tancredi alla fatale cena di Donnafugata divideva in parti uguali sorrisi e complimenti tra Angelica e Concetta.

(Fonte: LaNuovaBQ)


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