La coscienza luterana del nuovo Istituto GPII

La frase pubblicata sulla pagina Facebook dell’Istituto Giovanni Paolo II, “Difendere il diritto all’aborto non vuol dire difendere l’aborto”, si contrappone al magistero del santo polacco ed esprime una nuova idea della coscienza in rapporto alla legge morale. Essa sposa una concezione luterana e kantiana, abdicando alla visione cattolica della libertà.

di Stefano Fontana (24-01-2021)

Riccardo Cascioli ha denunciato come l’Istituto Giovanni Paolo II per le scienze su matrimonio e famiglia abbia sostenuto su Facebook una tesi morale circa aborto e diritto all’aborto che si contrappone al magistero del santo papa da cui l’Istituto prende il nome e che da lui è stato voluto. La frase incriminata era la seguente: “Difendere il diritto all’aborto non vuol dire difendere l’aborto”. Con un’appendice pure significativa: “Se dovessimo assegnare patenti di cattolicità in base alle posizioni politiche ben pochi cattolici potrebbero definirsi cattolici”.

Queste frasi sono indice dei forti cambiamenti in atto nella teologia morale cattolica, cambiamenti che hanno spinto alla violenta trasformazione della natura del “Giovanni Paolo II” e che, man mano che i precedenti professori per vari motivi verranno sostituiti, verranno espresse sempre più non solo furtivamente in un incontrollato post sui social ma nelle attività ordinarie e di ricerca dell’Istituto. Seppure nel breve spazio di un articolo, può allora essere utile elencare i grandi cambiamenti nella morale cattolica che stanno dietro a quella frase e che confermano la validità della richiesta di Cascioli di cambiare il nome all’Istituto.

Prima di tutto la frase “Difendere il diritto all’aborto non vuol dire difendere l’aborto” esprime una nuova idea della coscienza in rapporto alla legge morale. La coscienza qui viene intesa come l’atto di una volontà incondizionata, di origine luterana e kantiana e non cattolica. La morale richiederebbe di non abdicare alla condizione di libertà che spetta ad ogni uomo. In ballo c’è quindi anche la visione cattolica della libertà, pure essa in cambiamento. Ora si pensa che il come si vuole valga più dei contenuti del volere. Con la scusa di superare la concezione solo applicativa della coscienza rispetto alla norma morale, si assegna alla coscienza un primato che essa non può avere senza che ognuno di noi diventi in qualche modo “legge a se stesso”. La coscienza è considerata “originaria” e non più “derivata” e quindi produttrice o almeno co-produttrice della legge, la quale non è più da considerarsi fondata sull’ordine della realtà. Una legge che vietasse l’aborto eliminerebbe la coscienza come volontà libera e incondizionata e, quindi, sarebbe immorale.

Un altro aspetto della nuova morale cattolica è quello delle circostanze. Il come, il chi, il cosa, il quanto relativamente ad una azione costituiscono le circostanze nelle quali essa viene fatta. Queste sono accidentali perché non incidono – se non in alcuni casi che qui non posso riprendere – sulla natura dell’azione e quindi sul suo essere buona o cattiva. Uccidere un innocente non è meno grave di ucciderne due; uccidere con la pistola non è meno grave che farlo col veleno. Nella nuova morale, invece, le circostanze sono salite di importanza perché la coscienza (di cui si è appena parlato) è sempre “situata” e in evoluzione, essendo essa un elemento puramente storico. Capita così che la situazione data dalle circostanze condizioni sempre la coscienza e siccome la legge morale è co-prodotta dalla coscienza succede che condizioni anche la legge morale, la quale esiste solo nella coscienza e per la coscienza. Per questo motivo, nella nuova morale cattolica, le circostanze sono sempre in qualche modo anche delle eccezioni, nel senso che riformulano la norma qui e ora. La situazione non si limita più ad essere aggravante o attenuante ma entra nella legge co-formulandola storicamente. È così spiegabile il post da cui siamo partiti.

Infine la nuova morale non ammette più che ci siano degli atti sempre cattivi e pensa che tutte le leggi siano solo imperfette e che quindi possano e debbano essere perfezionate, diciamo così, sul campo, dentro le situazioni: ecco perché si ritiene che si possa essere contro l’aborto ma non contro il diritto di abortire. Ma le leggi imperfette possono essere solo quelle che prescrivono il bene, non quelle che prescrivono un male intrinseco. Qui entra in ballo la nuova versione del “discernimento” morale.

Nella tradizione cattolica il discernimento riguardava solo i precetti positivi, quelli che dicono di fare il bene. E siccome il bene lo si può fare in molti modi, la coscienza creativamente decideva come agire.

Ora invece si pensa che il discernimento sia possibile anche nei confronti delle azioni sempre ingiuste, quelle intrinsecamente sbagliate in quanto non ordinabili a Dio in nessun modo (ma anche questa concezione di Dio come fine ultimo del nostro agire è oggi negata dalla teologia morale cattolica ufficiale). Amoris laetitia applica il discernimento anche all’adulterio che è sempre stato considerato un male intrinseco non emendabile in alcun modo. Ma l’inemendabilità delle azioni intrinsecamente cattive riguarda il loro contenuto materiale che esprime la forma dell’azione in ordine al suo fine, mentre la nuova morale sostiene, come kantianamente viene detto dai teologi oggi, che la dignità dell’uomo non deriva da cosa fa ma da come lo fa, cioè con che coscienza lo fa. Ma allora una legge che vietasse l’aborto – come appunto sostiene il suddetto post – sarebbe contro la dignità umana.

Se il post pubblicato dall’Istituto Giovanni Paolo II fosse solo uno svarione frutto di distrazione, un equivoco, un’imprecisione, una fuga in avanti individuale, non ci sarebbero grossi problemi: basterebbero due righe di smentita. Ciò che preoccupa molto, al punto da chiedere di cambiare il nome dell’Istituto, è che dietro quel post si vede una nuova teologia morale cattolica molto diversa, anzi opposta a quella tradizionale a cui si era attenuto Giovanni Paolo II.

(Fonte: LaNuovaBQ)


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