Perché la Gerarchia della Chiesa ormai fa politica diretta

Nel regime di Cristianità non era mai accaduto che il potere ecclesiastico si sovrapponesse a quello politico, se non per certe situazioni contingenti. I due poteri erano distinti e autonomi ma unificati dal rientrare ambedue nella società cristiana, che faceva da cornice e da alimento. Fa molto pensare che, una volta distrutto quel sistema nei secoli della modernità, si sia arrivati oggi ad una postmodernità forse più clericale di quella della vecchia societas christiana.

di Stefano Fontana (19-01-2021)

I vertici ecclesiastici sia della Chiesa universale che di quella italiana ormai fanno politica diretta, appoggiano governi e uomini politici, ne condannano altri, sostengono formule politiche a danno di altre o addirittura collaborano a creare nuovi corsi politici. Gli esempi sono molteplici. L’appoggio a Biden, l’odio politico per Trump oppure per Salvini, l’appoggio a suo tempo al governo Monti e ora al governo Conte, il sostegno incondizionato per il governo dell’Unione Europea, la produzione di nuovi soggetti politici come per esempio il partito Insieme di Stefano Zamagni, l’invito ai parlamentari cattolici a sostenere un possibile nuovo partito di Conte in cui forse confluirebbe anche “Insieme”. Papa e Vescovi fanno i politicanti, non c’è dubbio.

La conseguenza è triplice. La prima è che viene svalutato completamente il ruolo dei laici, la cui azione viene incorporata in modo indistinto in quella della Chiesa nel suo insieme che diventa essa soggetto politico diretto. Si tratta di un vero e proprio clericalismo che contrasta con quanto sostenuto dal Concilio in poi sul ruolo dei laici e con il concetto stesso di laicità, che pure la teologia di avanguardia usa abitualmente per le sue campagne. La seconda è che la Dottrina sociale della Chiesa viene messa da parte perché essa, pur essendo di tutta la Chiesa, è soprattutto destinata a guidare l’opera dei laici, dato che essi hanno le mani in pasta nelle questioni secolari. Ogni ministero ecclesiale ha a suo modo a che fare con la Dottrina sociale della Chiesa – il papa, il vescovo, il sacerdote, il religioso e la religiosa, il laico – però il suo utilizzo nell’azione politica spetta ai laici. La terza è che la Chiesa diventa immediatamente mondo, che la sua teologia è una teologia politica condotta da dentro il mondo e in sintonia con esso, senza più alcuna distanza.

Nel regime di Cristianità non era mai accaduto che il potere ecclesiastico si sovrapponesse a quello politico, se non per certe situazioni contingenti. I due poteri erano distinti e autonomi ma unificati dal rientrare ambedue nella società cristiana, che faceva da cornice e da alimento. Ci fu, come noto, una lunga disputa per chiarire se il potere politico dipendesse da quello spirituale. La soluzione corretta diceva di sì, che ne dipendeva, diversamente da quanto sosteneva per esempio Dante Alighieri, ma ne dipendeva non nel senso che il potere spirituale dicesse a quello temporale cosa fare nel suo campo del bene comune secolare o che addirittura lo facesse al suo posto sostituendolo, bensì nel senso che la cristianità, ossia il quadro entro cui si collocavano ambedue i poteri, si fondava sulla priorità della sopra-natura sulla natura. Tutto sommato questa era anche una forma sana di laicità, ossia di legittima autonomia del politico rispetto al religioso.

Fa molto pensare che, una volta distrutto quel sistema nei secoli della modernità, si sia arrivati oggi ad una postmodernità forse più clericale di quella della vecchia societas christiana. Oggi la Chiesa fa politica diretta, ben più che allora, e senza porsi tanti scrupoli né sentendo il dovere di giustificarsi. Però fa politica diretta pensando di svolgere in questo modo la sua missione ecclesiale e questo è possibile perché essa ha ormai elaborato la convinzione teologica di non essere qualcosa di diverso dal mondo: fa una politica clericale ma intendendola coma laica e secolare, perché non si ritiene più cosa “sacra” ma cosa “profana” essa stessa. La teologia cattolica ha contestato le vecchie “teologie politiche” ma ne ha create di nuove, la più famosa delle quali è quella del rahneriano Johann Baptist Metz, solo che queste sono prima politiche e poi teologiche o, se vogliamo, pensano che teologia e politica siano la stessa cosa. Questa nuova teologia politica contrasta apertamente con la Dottrina sociale della Chiesa perché rende la Chiesa immanente nel mondo, mentre la Dottrina sociale della Chiesa è una visione sul mondo e non del mondo.

(Fonte: LaNuovaBQ)


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