Karl Barth e la politica sudicia e malvagia

Il teologo luterano Barth — ammiratissimo da Karl Rahner, Hans Urs von Balthsar e Hans Kung — pensa che la politica sia essenzialmente buia e perversa e che nessuna luce la possa penetrare. Il cattolico pensa che la natura sia decaduta ma non annichilita e che la salvezza consista nel rinnovarla, senza negarla, in una nuova creazione.

di Stefano Fontana (22-09-2020)

Nel blog precedente ho ripreso alcune idee di Dietrich Bonhoeffer per mostrare come la teologia protestante non possa ammettere la Dottrina sociale della Chiesa e come abbia influito su questo punto anche sulla teologia cattolica. Era infatti inevitabile che la teologia cattolica, nel tentativo di intercettare i principi della modernità, si dovesse uniformare, più o meno, ai presupposti protestanti. Nel blog di oggi possiamo fare lo stesso esempio ma applicato a Karl Barth, considerato di gran lunga il più grande teologo luterano della storia recente. Con accentuazioni diverse da Bonhoeffer, anche Barth separa tra loro la vita pubblica e la fede, l’impegno politico e il cristianesimo.

Commentando il capitolo 13 della Lettera ai Romani di San Paolo, Barth sostiene che il mondo cade sotto l’ira divina, l’autorità ha un “puro carattere di potere e di costrizione”, perché “il male ha l’autorità sulla terra”, “ogni autorità potrà essere solo malvagia” e lo Stato è “in sé e per sé malvagio”, una “orrenda deformazione della guida diretta della storia da parte della giustizia divina”. Queste affermazioni sono propriamente luterane in quanto la natura, orrendamente deformata dal peccato in via essenziale, è maligna e la ragione naturale è meretrice.

Karl Barth con Hans Kung

Non solo lo Stato (inteso qui come la politica umana) non riesce a realizzare il bene comune, ma fa il male e non può che fare il male. L’ira divina così “governa il male (finché non sia sconfitto dal bene di Cristo), per mezzo del male, lo corregge e lo limita”. Quindi “Ogni politica in quanto lotta per il potere, in quanto arte diabolica per ottenere la maggioranza, è essenzialmente sudicia. Neanche l’inclinazione più nobile e più pura dei suoi rappresentanti muta, foss’anche di un capello, l’antidivinità della sua essenza … il suo pathos è essenzialmente l’asservimento dei sudditi”. Le autorità politiche terrene sono mondane, atee ed empie, ma tuttavia “restano sottoposte alla direzione divina … costrette a vendicare il male … è questa la necessità divina della politica”, “Esse tengono a bada il traboccante male”.

Il cattolico vede il male presente nella politica, ma non lo considera un fatto essenziale per essa, quanto piuttosto una deviazione o una degenerazione. Barth, invece, sostiene che la politica non può che fare il male. Il cattolico vuole mettere la luce divina nella politica e a questo serve la Dottrina sociale della Chiesa, ma Barth pensa che la politica sia essenzialmente buia e perversa e che nessuna luce la possa penetrare: essa è utile al piano divino proprio perché capace di colpire il male con il male. Il cattolico pensa che la natura sia decaduta ma non annichilita e che la salvezza consista nel rinnovarla, senza negarla, in una nuova creazione, Barth pensa invece che Cristo la salverà senza rinnovarla ma semplicemente cancellano il peccato.

Di fronte ad un potere politico così inteso, come si comporteranno i cristiani secondo Karl Barth? Essi. Secondo lui, non apparterranno per nulla alla politica e allo Stato e “non si può parlare affatto, per quanto li riguarda, di una valutazione positiva, di una seria disposizione ad essere cittadini, di patriottismo”; “il diritto ingiusto dello Stato non vi riguarda”, “voi non possedete alcuna patria, la cercate”, “per i credenti, lo Stato – nelle sue funzioni vitali – è annullato”.

Il cristianesimo è quindi rivoluzionario in quanto mette in luce il male come presupposto di ogni Stato e da questo spunto nasce un percorso improntato alla teologia della rivoluzione. Ma al cristiano Barth dice anche che deve sottomettersi (come sosteneva anche Lutero): “ognuno si sottoponga all’autorità superiore”. Se confrontato con Cristo, lo Stato è già crollato, la libertà del cristiano si manifesta nell’indifferenza nei suoi confronti che si realizza sottoponendovisi: “non potrete mai essere sul serio e con tutta la forza del vostro cuore, sudditi, cittadini, membri di una nazione o di un partito” e “tutta l’attività politica in sé e per sé non vi riguarda affatto”. Quindi “Sottomettetevi! Lasciate cioè che lo Stato vada per la sua strada, e voi, come cristiani, andare per la vostra”. I cristiani “devono sottomettersi, non per ossequio ma per disprezzo dell’esistente, non per opportunismo ma per la causa”. Si capisce, allora, che è molto più facile che un luterano accetti le leggi dello Stato contro la vita o la famiglia che non un cattolico.

Non c’è alcuna continuità sociale e politica dell’essere cristiani, l’impegno nella società non può rientrare minimamente nella storia dell’evangelizzazione e della salvezza. Il cristiano non accetta lo Stato e lo disprezza in due atteggiamenti apparentemente opposti: o combattendolo in modo rivoluzionario o accomodandosi nella sua politica. Tutto l’opposto di quando deve fare un cattolico guidato dalla Dottrina sociale della Chiesa.

(Fonte: LaNuovaBQ)


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