Inequità e disuguaglianze: attenti! Lo dice la Rerum Novarum

Quando la disuguaglianza è prodotta dalla mancanza della giustizia non può essere accettata, ma quando la disuguaglianza è prodotta dalla natura non solo va accettata ma deve essere considerata anche un bene, mentre una completa uguaglianza sociale deve essere considerata un male. È un bene perché la società ha bisogno di vari servizi che solo uomini che vivono in diverse condizioni sociali possono dare, ed è un bene perché le disparità sociali sono la molla per l’impegno personale a migliorare.

di Stefano Fontana (08-09-2020)

In molti insegnamenti sociali della Chiesa di oggi si parla con insistenza di equità e uguaglianza. Papa Francesco adopera con molta frequenza questi due termini, sostenendo che l’inequità nei rapporti economici e le disuguaglianze sociali sono la causa del degrado morale delle relazioni e della violenza. Egli sostiene spesso anche che lo sviluppo deve avvenire secondo equità e uguaglianza e critica l’economia attuale appunto perché fondata sulla inequità e quindi sulla cultura dello scarto. Nelle società attuali, egli sostiene, l’inequità è strutturale e comporta la povertà e questa impedisce la pace.

Certamente l’equità e l’uguaglianza vengono intese nell’ambito della giustizia, però sono concetti non sempre chiari, se presi in se stessi, e che addirittura possono condurre a interventi correttivi contrari alla giustizia. I concetti di equità e di uguaglianza sono anche debitori di varie ideologie politiche moderne. La concezione neoliberale di John Rawls si fonda sull’equità, le dottrine socialiste o socialdemocratiche si fondano sull’uguaglianza. In ambedue i casi, però, quei concetti non hanno niente a che fare con la visione della Dottrina sociale della Chiesa. Devono quindi essere maneggiati con cura, come si legge scritto sui pacchi dai contenuti fragili.

Due sono i pericoli che si corrono quando si parla di equità (e inequità) e di uguaglianza (e disuguaglianza). Il primo è che si dia loro un significato convenzionale e ipotetico e non veramente fondato sulla giustizia la quale ha sempre un fondamento oggettivo nell’essere delle cose. Per esempio Rawls dice che c’è equità quando le decisioni vengono prese in presenza di un “velo di ignoranza”, ossia ipotizzando di non avere interessi personali da difendere in quella decisione. Ma è evidente che si tratta di una pura ipotesi, applicata ad una persona intesa come individuo astratto. Il secondo pericolo è che si intenda l’uguaglianza solo in senso economico e sociale e si assegni a qualche potere particolare il compito di eliminare le disuguaglianze. In genere, questo potere particolare è quello dello Stato, che dovrebbe porre tutti i cittadini sullo stesso piano sociale ed economico, sfociando nell’egualitarismo.

Può essere allora interessante riprendere un passaggio della Rerum novarum di Leone XIII che sembra proprio dire il contrario, ossia mettere in guardia dal cercare l’uguaglianza. Eccolo: “Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato” (n. 14).

Quando la disuguaglianza è prodotta dalla mancanza della giustizia non può essere accettata, ma quando la disuguaglianza è prodotta dalla natura non solo va accettata ma deve essere considerata anche un bene, mentre una completa uguaglianza sociale deve essere considerata un male. È un bene perché la società ha bisogno di vari servizi che solo uomini che vivono in diverse condizioni sociali possono dare, ed è un bene perché le disparità sociali sono la molla per l’impegno personale a migliorare.

Questa visione di Leone XIII non significa l’accettazione delle disuguaglianze e una rinuncia alla giustizia. Essa, piuttosto, invita a non programmare il superamento delle ”disparità sociali” per via politica perché ciò condurrebbe all’utopia o all’ideologia, quindi “a dolori più grandi di quelli attuali”. Il miglioramento delle condizioni di vita deve essere perseguito dalla responsabilità delle persone e delle famiglie e non deve diventare una pretesa politica, ma una conquista morale.

(Fonte: LaNuovaBQ)


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