Dom Meattini: C’è il pericolo di ridurre il Vangelo a supplemento terapeutico per far star bene l’uomo

Colloquio tra l’avv. Gianfranco Amato e il teologo dom Giulio Meiattini, monaco presso l’abbazia della Madonna della Scala di Noci (Ba), professore di teologia al Pontificio ateneo Sant’Anselmo, un’istituzione universitaria cattolica con sede a Roma, dipendente dalla Santa Sede.

«…Il cristianesimo vive la crisi di identità perché c’è stato probabilmente un fraintendimento nel modo in cui va interpretata e applicata la cosiddetta svolta pastorale degli ultimi 50-60 anni della Chiesa cattolica. La scelta pastorale è il metodo dell’adattamento alla cultura di una determinata società. Questo è ovviamente un movimento legittimo e necessario perché fa parte del primo movimento dell’Incarnazione, cioè Dio si è fatto uomo. Quindi Dio si è adattato alle nostre condizioni, altrimenti sarebbe rimasto assolutamente inaccessibile. Quindi il Figlio di Dio si è fatto uomo. A me pare che il problema sia la dimenticanza del secondo grande movimento della storia di Gesù Cristo, che i Padri della Chiesa, in particolare Sant’Atanasio, riassumevano con: Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio. Quindi il primo movimento che è quello dell’adattamento è fondamentale. Però poi deve avvenire un’opera di trasformazione in maniera che questo dato che viene assunto dev’essere purificato. E’ quindi necessaria l’esperienza della morte, cioè della croce. E attraverso questa purificazione, anche una trasfigurazione, ecco la Risurrezione. E quindi l’uomo trasformato pienamente ad immagine di Dio. Questo secondo movimento, o questa seconda parte di questo unico grande movimento del Dio che uscendo da sé entra nel mondo, per poi portare il mondo con sé in Dio, questa seconda parte viene troppo spesso a mio avviso oggi dimenticata. Ricordiamo che quella cosiddetta svolta antropologica, soprattutto ad opera di Rahner ed anche di altri grandi pensatori, ma già la stessa definizione dice ciò che poi è accaduto realmente, e cioè si è teso a dare una visione dal punto di vista antropologico di ciò che è divino. Si è dimenticato poi di dare una visione divina di ciò che è l’uomo. Questo punto è fondamentale, cioè il rapporto tra antropologia e teologia. Se per due millenni circa era pacifico e acquisito che l’uomo era in vista della gloria di Dio, era stato creato per servire ed amare Dio, qui e nell’eternità, e quindi questo movimento di estrinsecazione dell’uomo verso Dio, come fine ultimo, che giudicava tutti i suoi comportamenti, adesso sembra quasi che attraverso la svolta antropologica si sia operato appunto un rovesciamento: sembra che Dio sia in funzione della salvezza e, diciamo pure, del benessere dell’uomo. E allora si rischia quello che segnala un po’ anche Dreher nella sua opera, L’Opzione Benedetto, e cioè il pericolo di ridurre il Vangelo, o la religione in generale, ad una specie di supplemento terapeutico per far star bene l’uomo lì dove è. Però non lo smuove, non lo cambia, non lo converte, non lo provoca. Cioè non rompe la corazza della sua autosufficienza e autoreferenzialità…» (Trascrizione di Sabino Paciolla)

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