Stefano Fontana: Il coronavirus contraddice i progressisti

Il prof. Stefano Fontana, giornalista e scrittore, nonché esperto di Dottrina sociale, spiega in un’intervista e in un articolo perché la Chiesa si trovi ad un bivio.

La Chiesa sta ignorando la sua Dottrina sociale

Cari amici di Duc in altum, ricevo e volentieri vi propongo questa intervista di Tiziano Fonte al professor Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, think-tank fondato dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi. Al centro dell’intervista una domanda: c’è un’ottica propria della Dottrina sociale della Chiesa circa la grave situazione che stiamo attraversando dopo l’esplosione dell’epidemia da coronavirus? A.M.V.

Professore, di fronte all’emergenza attuale, la Chiesa sta utilizzando la sua Dottrina sociale?

L’epidemia rivoluziona tutti gli aspetti della vita economica, sociale, politica e quindi richiederebbe uno sguardo d’insieme che la Dottrina sociale della Chiesa potrebbe contribuire a dare. Purtroppo, però, non mi sembra che la Chiesa stia utilizzando questo strumento teorico e pratico.

Quindi l’emergenza non è solo sanitaria…

Questo è oggi ammesso da tutti. Certo c’è una urgenza che riguarda il problema sanitario e che va affrontata per prima e con decisione, ma le ripercussioni sono di molti altri generi e continueranno anche quando – lo speriamo – la minaccia sanitaria verrà vinta.

Considera l’epidemia in atto di origine naturale?

Sull’origine del virus Covid-19 non ho ancora letto qualcosa di definitivo. Alcune fonti sostengono che sia stato prodotto in laboratorio. Indipendentemente da questo, però, è chiaro che esso è in relazione con l’operato umano ed è quindi diventato una questione morale e politica. Anzi, è diventata anche una questione di civiltà, perché ci obbliga a rivedere tutti i parametri della nostra vita in comune. Certo, possiamo anche non farlo e, una volta superato il pericolo, tornare come prima. Possiamo girarci dall’altra parte, ma ciò non significa che il coronavirus non ci abbia posto il problema complessivo della nostra civiltà.

Ma allora la situazione attuale può essere anche un’opportunità?

Bisogna essere sobri con le parole nei periodi di sofferenza, per rispetto dei sofferenti. Il coronavirus ci impone di rivedere molte cose, forse tutto. Intenderlo come una opportunità sta a noi.

Qual è il problema principale che viene sollevato?

Ritengo sia quello del bene comune. Ci avevano detto che la società si regge su convenzioni e patti, che non esistono fini da raggiungere, che la società non ha un ordine naturale e finalistico, che la famiglia è una costruzione culturale e sociale, che l’esercizio della sessualità è solo un fatto tecnico diversamente fungibile e che le leggi devono solo codificare l’esistente. Ora, invece, l’emergenza fa crollare questa visione individualistica e pattistica. Le persone riscoprono di avere dei legami originari e non convenzionali e di avere dei fini in quanto comunità umana. È la rivincita del bene comune, se saremo capaci di comprendere.

Il punto può essere ricco di conseguenze …

Preciso subito che non sono ottimista. La gente dimentica in fretta e nel benessere non comprende. Inoltre, ogni cambiamento di ordine morale deve essere continuamente fatto proprio, non passa in modo automatico. È quindi possibile che quando potremo uscire di nuovo di casa ci dimenticheremo del bene comune che l’emergenza mette ora in evidenza. Se così non fosse, sì, le conseguenze potrebbero essere molte.

Per esempio?

La società di oggi nega il bene comune o lo intende come il benessere, o il bene collettivo o, più spesso, come l’interesse pubblico ossia la soddisfazione di tutti gli interessi individuali su un piano di uguaglianza. Se si tornasse al bene comune tutto cambierebbe, dalle politiche per la vita e per la famiglia ai rapporti tra finanza ed economia reale, dal significato dell’autorità politica alla concezione della democrazia, dall’organizzazione della scuola a quella della solidarietà, dalla ripresa del giusto concetto di nazione e di patria alla collaborazione internazionale che non si sottometta a dei super-Stati. Tutto cambierebbe.

È per questo che lo sguardo unitario della Dottrina sociale della Chiesa può essere utile?

Mi dica un punto di vista che oggi abbia la completezza e l’organicità di quello della Dottrina sociale della Chiesa. Non ce ne sono. Anzi, fino a ieri ci si era vantati della mancanza di una visione complessiva, considerata in contrasto con la libertà moderna e il diritto ad una molteplicità di percorsi individuali. Le crisi però manifestano una esigenza di coerenza, sia per combatterle nell’immediato sia per ricostruire dopo il loro passaggio. La Dottrina sociale della Chiesa può offrire questa coerenza.

È stato d’accordo con la sospensione delle Messe?

No. Secondo me potevano essere mantenute ma disciplinate. Ci sono chiese dagli spazi enormi che potevano permettere la presenza di fedeli a debita distanza. Come oggi si regolano gli accessi ai supermercati si poteva fare lo stesso nelle chiese. Inoltre, lo zelo frettoloso con cui sono state prese queste decisioni denuncia una sudditanza al potere statale e l’idea che la Chiesa possa dare il suo contributo solo attraverso le modalità ordinariamente disciplinate dal potere politico.

Qual è il contributo che può dare la Chiesa?

Come sempre e prima di tutto, è di ordine religioso, poi anche di solidarietà. C’è infine l’aiuto di cui stiamo parlando ora, quello del pensiero per ricostruire la società dopo il coronavirus alla luce della DSC: ma questo non viene per nulla praticato.

Ma lo Stato laico non può accettare aiuto di ordine religioso…

Questo è il punto su cui doveva insistere la Chiesa allo scoppio della contingenza attuale: il valore pubblico del proprio aiuto religioso, come hanno dimostrato i sindaci che, con la fascia tricolore, hanno affidato le loro Città alla protezione celeste.

Anche la Chiesa è quindi a un bivio.

Certo. C’è la parte secondo cui l’azione della Chiesa deve passare attraverso mani umane, e tutto il resto è superstizione; e c’è la Chiesa che ritiene che tutto sia nelle mani di Dio e che anche questa epidemia abbia un senso nella sua provvidente carità. Questa parte non cessa di esercitare la carità, ma non rinuncia a chiedere intercessioni dall’Alto.

Il coronavirus ha demolito la globalizzazione?

Ha demolito la “società aperta” alla Soros e la fratellanza globalista sotto l’egida delle ideologie ONU. La difesa da simili pericoli richiede sì la collaborazione tra le nazioni ma non la perdita dei confini e l’istituzione di poteri sovranazionali. Alla fine, e nel concreto, ogni nazione ha dovuto trovare in sé stessa le risorse per rispondere al pericolo e, per quanto riguarda l’Italia, liberarsi anche dai vincoli europei. L’appartenenza nazionale ha dimostrato di essere ancora viva e di avere ancora molto da dire. È finita la retorica del costruire ponti e dell’abbattere i muri.

Hanno operato meglio il governo nazionale o le regioni?

In questo caso e finora hanno operato meglio le regioni, specialmente Lombardia e Veneto. Però la crisi ci invita a ripensare l’organizzazione sussidiaria della nostra vita sociale e amministrativa. Altro grande tema della Dottrina sociale della Chiesa oggi tornato di grande attualità.

L’Unione europea è morta per coronavirus?

Se si tenesse oggi un referendum in Italia, per l’Unione europea non ci sarebbe scampo. Probabilmente la faranno sopravvivere, ma si tratta solo di un accanimento terapeutico. L’attuale Unione europea non realizza nessun principio della Dottrina sociale della Chiesa. In questo senso si può dire che la Chiesa cattolica sia stata e sia troppo europeista. Ma anch’essa dovrà rivedersi.

La sanità va anch’essa risanata?

Molti di coloro che oggi lodano il sistema sanitario italiano sono gli stessi che lo hanno caricato del tragico onere dell’aborto e dell’eutanasia, pratiche che non diminuiscono nonostante la crisi. La sanità italiana che combatte per la vita contro il coronavirus è la stessa che uccide i bambini nel grembo materno o che distribuisce le pillole abortive. Difficile pensare che l’attuale crisi produca ripensamenti in questi dogmi moderni, ma la speranza non muore mai.

Qualcuno dice: tra la vita e la libertà preferisco la vita. Lei che ne pensa?

Che è un’illusione. Se rinuncio alla libertà metto la vita nelle mani del potere e quindi la perdo, perché il potere potrà farne quello che vuole e io non avrò nulla da contestare.

Quindi lottiamo contro le possibili derive autoritarie?

Ci sono momenti in cui devono essere prese decisioni senza eccessive discussioni. Ma ciò deve essere limitato e controllato. Non però per tornare ad una libertà e ad una democrazia vuote, ma per ripensarle completamente. No al modello cinese, ma anche no al modello della democrazia del nulla. Il coronavirus su questo punto contraddice tutti i progressisti, compresi i cattolici.

Il Parlamento italiano dovrebbe riaprire?

È indubbio. L’Aventino in questo momento vorrebbe dire codardia. Non però per un omaggio retorico al parlamentarismo che è un male della nostra democrazia. Il nostro parlamento è oggi composto da gruppi che, eletti da una parte, sono andati dall’altra. L’attuale maggioranza di governo è frutto di una operazione di palazzo. L’attuale ministro della salute è un caso di un perdente ripescato. Anche la democrazia deve essere ripensata dopo il coronavirus.

(Fonte: DucInAltum)


 

Globalizzazione, un magistero da ripensare

Quanto sta accadendo a causa del coronavirus costringe a ripensare il tema della globalizzazione, anche per quel che riguarda il magistero. Se Giovanni Paolo II e Benedetto XVI erano prudenti, l’attuale pontefice si è molto lanciato nel globalismo. Ma il prossimo dovrà rivedere tutto il dossier. Ecco come.

di Stefano Fontana (01-04-2020)

È molto probabile che se un domani prossimo venturo il Pontefice allora regnante volesse scrivere una nuova enciclica sociale dovrà riconsiderare alcuni aspetti dell’insegnamento finora seguito, primo fra tutti la valutazione della globalizzazione. L’epidemia da coronavirus ha messo a nudo molte illusioni circa questo fenomeno, ne ha mostrato le crepe, le insufficienze ed anche i pericoli. Quando il magistero sociale della Chiesa ne riparlerà lo farà in modo molto diverso dal passato.

Il tema della globalizzazione era già presente nella Quadragesimo anno di Pio XI, nella Pacem in terris di Giovanni XXIII e nella Populorum progressio di Paolo VI, ma allora non si chiamava ancora così. C’era la netta percezione che esistevano ormai centri di potere transnazionali molto potenti, che la questione sociale si era fatta mondiale, e che il tema dello sviluppo andava affrontato insieme. La globalizzazione era presente anche nella Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II, ma qui a farla da padroni erano ancora i due blocchi dell’Est e dell’Ovest.

La globalizzazione come la conosciamo noi oggi entra solo negli insegnamenti degli ultimi tre pontefici, subendo una decisa accelerazione con papa Francesco. Giovanni Paolo II ne accenna nella Centesimus annus, ma si era allora nel 1991 e non c’era ancora il cablaggio planetario di internet. Ne parla invece molto la Caritas in veritate di Benedetto XVI del 2009 perché ormai la realtà della globalizzazione era entrata nella sua fase matura.

In ambedue i Pontefici l’atteggiamento è di prudenza: il globalismo è sbagliato, la globalizzazione è un processo che va gestito, la globalità intesa come unità del genere umano è cosa buona. Questa, in sintesi, la linea tenuta. La globalizzazione come processo è vista in modo neutro, può essere positiva o negativa in dipendenza da come la si conduce. Come disse Giovanni Paolo II nel 2001: “la globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno”. La globalità riguarda l’”unità della famiglia umana e del suo sviluppo nel bene”, che diventa il criterio etico fondamentale per orientare e valutare la globalizzazione, come dice la Caritas in veritate n. al 42. Il globalismo è invece l’esasperazione ideologica della globalizzazione e conclude in una piatta oppressione globale gestita da poteri transnazionali anonimi.

“Opporvisi ciecamente sarebbe un suicidio” — afferma Benedetto XVI — perché la globalizzazione è anche “una grande occasione”, bisogna però “correggerne le disfunzioni”, tenendo conto che “presenta grandi difficoltà e pericoli”. Prudenza ed equilibrio, quindi, anche se Benedetto XVI si sbilancia in avanti, proponendo una “vera Autorità politica mondiale” (n. 67): essa dovrà — nientemeno — “essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo” e della “facoltà di far rispettare dalle parti le proprie decisioni”. Una affermazione da paura dopo l’esperienza del coronavirus.

Con papa Francesco l’adesione della Chiesa alla globalizzazione prende il volo. Si vorrebbe una Schengen universale delle migrazioni, la società globale multireligiosa e multietica viene proposta come bene comune universale, ogni muro e ogni confine è visto come un peccato, si propone una collaborazione mondiale tra tutte le religioni, si stabilisce un progetto di fratellanza universale, si sogna un’unica forma di educazione del cittadino del mondo, si fanno proprie tutte le proposte dell’ONU, si mobilitano i più eterogenei movimenti popolari in una specie di rinnovamento sociale mondiale.

Poi è arrivato il coronavirus. Proprio la globalizzazione lo ha fatto circolare in fretta e si sono dovuti nuovamente erigere i muri delle quarantene. Anche piazza san Pietro e Casa Santa Marta sono state sigillate. Ogni nazione colpita si è dovuta arrangiare da sé e fabbricarsi da sola le mascherine e i ventilatori per la terapia intensiva. Abbiamo dovuto pagarci anche i medici cubani. Ci siamo dovuti rivolgere alle vecchie risorse del volontariato locale e non alla classe transnazionale dei manager globali. I Paesi europei si sono voltati le spalle reciprocamente. Il patto di stabilità dell’UE è stata abolito senza venire sostituto da nessuna misura comune: ognuno per sé e Dio per tutti. Un significativo aiuto economico è arrivato da Trump, che però è quello dei muri e non dei ponti. Per uscire dalla crisi economica dovremo indebitarci, ma ogni nazione si pagherà il proprio debito, se ce la farà: nessuna compensazione solidale.

Il quadro è cambiato e una futura nuova enciclica dovrà rivedere tutto il dossier: la collaborazione internazionale non ha niente a che fare con la globalizzazione, le nazioni hanno ancora una dimensione naturale irrinunciabile, la sovranità (anche monetaria) degli Stati è sacrosanta perché anche le nazioni hanno diritto alla libertà nel perseguire il proprio bene comune, non esiste una comunità politica mondiale come non esiste un cittadino universale da educare in modo uniforme, la finanza sovranazionale deve essere ricondotta all’economia reale, oltre il consumo va recuperato il risparmio, la famiglia, il popolo, la nazione, le tradizioni, i territori non vanno disarticolati.

(Fonte: LaNuovaBQ)

La carità al tempo del Coronavirus

 

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