I vescovi e il sì alla cacciata di Dio dalla vita pubblica

I vescovi italiani, accettando la sospensione delle Messe con il popolo, hanno accettato l’estromissione di Dio dalla sfera pubblica. Non è sufficiente però accusare lo Stato di non aver rispettato in questo modo il principio della libertà di religione. E sarebbe sbagliato che i vescovi pensassero di aver contribuito, con la loro decisione, al bene comune, perché sarebbe come dire che il bene comune non ha bisogno di Dio e, quindi, accettare una politica atea, autosufficiente nel determinare cosa sia il bene comune e nel perseguirlo.

di Stefano Fontana (27-03-2020)

La sospensione delle Sante Messe con il popolo da parte della Conferenza episcopale italiana ha posto numerosi problemi relativi al rapporto tra Stato e Chiesa e, più in generale, tra l’ordine della politica e l’ordine della religione cattolica.

La decisione è stata presa dal governo italiano e la Chiesa si è adeguata e ha obbedito, anche se da un punto di vista giuridico avrebbe potuto non farlo. Il decreto governativo assimilava le assemblee religiose alle attività ludiche di gruppo e ciò esprimeva una concezione atea e secolarizzata della religione. Questa considerazione atea e secolarizzata è del resto effetto del principio della libertà di religione, dato che questo non considera nessuna religione come essenzialmente connessa con l’autorità politica. Secondo il principio della libertà di religione, tutte le religioni possono avere rapporti con l’autorità politica, ma siccome nessuna “deve” averli, la politica può sospendere la libertà di culto temporaneamente e per motivi di interesse generale. Accettando la sospensione delle messe per decreto governativo, la Chiesa ha accettato il principio della libertà di religione e il dovere/diritto dello Stato di sospenderlo per motivi eccezionali. Ha anche accettato che lo Stato considerasse la religione cattolica alla stessa stregua di ogni altra religione, ossia avente un rapporto accidentale e non essenziale con la politica stessa.

Il principio della libertà di religione e dell’uguaglianza delle religioni è essenzialmente ateo, in quanto non ritiene che il Dio della religione cattolica debba avere un posto nella pubblica piazza. La vita politica può essere se stessa e conseguire i propri obiettivi senza Dio. Senza nessun Dio e quindi anche senza il Dio della religione cattolica. Una simile posizione si chiama “naturalismo politico”: l’ordine della ragione politica è l’ordine naturale che non ha bisogno dell’ordine soprannaturale per essere se stesso. Il naturalismo politico è fonte di secolarizzazione, ossia di indipendenza di ogni livello dal livello superiore e trascendente. Il naturalismo politico è ateo, in quanto prescinde da Dio, ed essere ateo non vuol dire essere laico. Essere senza Dio non significa essere laici, significa essere senza Dio. Essere senza Dio vuol dire escludere Dio dalla vita pubblica o, al massimo tollerarlo in forma non necessaria ma contingente. Anche questa tolleranza è però già una esclusione. Non vale quindi distinguere tra una laicità moderata e il laicismo, ambedue escludono Dio. Quando il piano naturale si rende indipendente c’è già laicismo e non solo laicità. Quando la ragione politica esclude Dio, anche nella forma liberale e democratica della libertà di religione, essa fa di se stessa una religione, perché per escludere Dio serve una affermazione di sé a carattere assoluto. La presunta laicità diventa quindi inevitabilmente laicismo antireligioso.

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I vescovi italiani, accettando la sospensione delle Messe, hanno accettato l’estromissione di Dio dalla sfera pubblica. Non è sufficiente però accusare lo Stato di non aver rispettato in questo modo il principio della libertà di religione. E sarebbe sbagliato che i vescovi pensassero di aver contribuito, con la loro decisione, al bene comune, perché sarebbe come dire che il bene comune non ha bisogno di Dio e, quindi, accettare una politica atea, autosufficiente nel determinare cosa sia il bene comune e nel perseguirlo.

I ragionamenti possono fermarsi lungo la strada oppure arrivare fino in fondo. Se in questo caso si vuole arrivare fino in fondo bisogna rivendicare per la religione cattolica il diritto a ritenersi non solo accidentalmente, ma essenzialmente connessa con il bene comune politico, il quale non ci può essere senza il fondamento religioso (e non solo di solidarietà sociale) della Chiesa e del cattolicesimo. Non perché questa religione è presente storicamente in Italia, non perché può dare molti aiuti materiali e sociali, non perché le preghiere rasserenano e danno speranza civica (insieme ce la faremo!), ma perché è la religione del Creatore e del Salvatore, è la religione vera, che sostiene e rafforza ogni altra verità e senza della quale, alla lunga, ogni verità viene meno.

Rivendicando questa pretesa, i vescovi non avrebbero dato prova di integralismo, ma avrebbero consentito alla politica di essere veramente laica, ossia laica in senso vero. La politica che chiude le chiese non è laica in quanto pone in essere un atto a valenza religiosa anche se di senso contrario alla religione delle chiese che vengono chiuse. La politica veramente laica è quella che tiene le chiese aperte perché sa di averne bisogno come politica. Essa non diventa con ciò fede religiosa, rimane politica, e si preserva dal diventare una nuova religione laica e atea. Tra l’accettazione per motivi essenziali della religione cattolica a sostegno della politica e la sua esclusione laica non ci sono vie di mezzo e a nulla vale pensare ad una laicità come una via di mezzo. Essa non esiste.

(Fonte: LaNuovaBQ)

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