La fede al tempo del Coronavirus/12

Riflessioni di un sacerdote sulla situazione attuale, dal punto di vista ecclesiasiale.

Mercoledì 18 marzo 2020 — In queste ore viviamo in Italia una situazione surreale, tragica, senza precedenti nella nostra memoria: l’epidemia. Ma ciò che veramente è “senza precedenti”, non solo nella nostra memoria, ma nella bimillenaria storia della Chiesa è l’atroce “serrata del culto” a cui assistiamo sgomenti. La giusta necessità di non creare assembramenti impedisce le celebrazioni cum populo e confina, di fatto, la vita spirituale dei fedeli tra le mura domestiche.

Ed ecco una prima considerazione. Possibile che ai ministri di Cristo, medici dell’anima, non possa essere concessa almeno la stessa libertà di cui godono i medici del copro? Va bene non creare assembramenti, ma non si potrebbe garantire ai sacerdoti — con le giuste precauzioni — di continuare a svolgere il proprio ministero? La Chiesa che sa di pecore, l’ospedale da campo, quella che costruisce ponti, quella in uscita tace ammutolita e rintanata in se stessa. Persino il Papa, che abitualmente non ha alcun senso soprannaturale delle cose, dice ai sacerdoti di stare vicino ai malati: parla per salvare le apparenze o parla con verità ma le sue parole non vengono ascoltate? Totalmente e ciecamente prona alle indicazioni del Governo, la Chiesa ha fornito solo indicazioni su “cosa non si deve fare”, ma non ha speso una parola su “cosa si può fare”, come agire; è ancora possibile portare conforto ai morenti (non solo gli ammalati di covid-19)? È ancora possibile amministrare Estrema Unzione e Viatico, non solo nelle corsie di Ospedale ma anche nelle abitazioni delle nostre città dove la gente continua a morire anche per altre cause? Sono tutte domande inevase, che trovano nei pastori più “proni” alle indicazioni governative risposte negative.

Non solo la Chiesa non si percepisce più come societas perfecta, dotata di un fine soprannaturale — la salvezza delle anime — infinitamente superiore ad ogni fine naturale — fosse anche la conservazione della salute fisica; non solo non rivendica più la propria libertas — lo hanno plasticamente mostrato le scene vergognose della “messa di Cerveteri”, brutalmente interrotta dai poliziotti che salgono sull’altare in violazione del Concordato, con un’azione degna dei nazisti; ma neppure è più capace di trattare da pari a pari col Governo per assicurare almeno la possibilità di amministrare i sacramenti più necessari: Battesimo, Penitenza, Eucaristia, Unzione degli Infermi. Quanto al Battesimo –mi permetto di suggerire — siano gli stessi genitori ad amministrarlo, garantendo così la salvezza eterna della propria prole, qualunque cosa accada. La “nuova chiesa spirituale” è talmente “spirituale” da essere “evanescente”.

Seconda considerazione. La serrata — ci dicono, ma probabilmente non sarà così –potrebbe terminare il 3 aprile. Il 3 aprile 1969 Paolo VI promulgava il nuovo messale. Particolarmente grave era il paragrafo 7 dell’Institutio generalis, che divenne — tra le altre cose — bersaglio del Breve esame critico dei Cardinali Bacci e Ottaviani. La prima formulazione recitava così: «Cena dominica sive Missa est sacra synaxis seu congregatio populi Dei in unum convenientis, sacerdote præside, ad memoriale Domini celebrandum. Quare de sanctæ ecclesiæ locali congregatione eminenter valet promissio Christi “Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum” (Mt 18, 20)» (la cena del Signore o Messa è la sacra sinassi o assemblea del popolo di Dio che si raduna insieme, sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. Perciò circa l’assemblea della santa Chiesa locale vale eminentemente quella promessa di Cristo: “dove sono due o tre congregati nel mio nome, li io sono in mezzo al loro”, traduzione nostra). La malizia di questa definizione è impressionante: la messa non è il sacrificio, ma è l’assemblea del popolo che si raduna per fare memoriale; il sacerdote è privo di una dimensione ontologicamente diversa, ma è semplicemente presidente dell’assemblea; viene sottaciuta la presenza reale di Cristo nell’Eucarestia e, al suo posto, si fa largo la presenza mistica di Cristo nella stessa assemblea (due o tre congregati).

Le numerose proteste indussero Paolo VI a mutare il paragrafo con il seguente testo: «Alla messa, o cena del Signore, il popolo di Dio si raduna sotto la presidenza del sacerdote che rappresenta il Cristo, per celebrare il memoriale del Signore o sacrificio eucaristico. Per conseguenza per questa assemblea locale della Santa Chiesa vale la promessa del Cristo: “Là dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt. XVIII 20). In effetti, alla celebrazione della messa, nella quale si perpetua il sacrificio della Croce, il Cristo è realmente presente nell’assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola sostanzialmente e in maniera ininterrotta sotto le specie eucaristiche». A parte l’evidente scorrettezza giuridica di modificare un testo già promulgato senza reiterarne la promulgazione, occorre notare che, benché la definizione assumesse un aspetto più marcatamente cattolico, sostanzialmente immutato rimaneva il Messale già costruito sulla precedente definizione che di cattolico non aveva proprio nulla. Per fare un esempio, sarebbe come costruire un edificio sul progetto di un supermercato e, a edificio ultimato, pretendere di renderlo un ospedale per il solo fatto di apporvi sopra la scritta “Hospital”.

Ricordare questi elementi è sempre importante. Ma qual è l’attinenza con la presente situazione? La nuova messa e tutta costruita intorno all’assemblea, soggetto agente e luogo della presenza di Cristo; l’idea di sacrificio è molto attenuata, per non dire obliterata; il sacerdote ha un ruolo di presidenza. In tempo di coronavirus questa messa è di per sé impraticabile. “Sine fidelibus non possumus” è stata la protesta di alcuni sacerdoti, progressisti sì, ma coerenti con l’idea di messa che hanno sempre sostenuto. E so per certo che molti preti hanno cessato di celebrare proprio perché non c’è l’assemblea. Ora che le chiese sono vuote e gli altari tutti rivolti verso i banchi deserti, ci si rende conto di quanto fallace sia l’eresia di coloro che fanno consistere la messa nell’assemblea medesima.

La presente situazione, dunque, fa appello alle coscienze affinché si riappropriano della vera teologia della Santa Messa, così come è stata definita dal Concilio di Trento e ne traggano le debite conclusioni in ambito cultuale. Di null’altro abbiamo veramente bisogno se non delle grazie che scendono dal Cuore squarciato di Cristo, mediante il ministero sacerdotale.

DF

(Fonte: MessaInLatiano)

La carità al tempo del Coronavirus

 

 

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