Conversazione con il card. Muller sulla situazione della Chiesa cattolica

In questi giorni di bilancio di fine anno anche il corrispondente da Roma per Kath.net Armin Schwibach, professore di filosofia a Roma ed esperto di questioni papali, ha voluto ripercorrere ciò che è avvenuto nel 2019 nella Chiesa Cattolica intervistando a tutto tondo e in modo informale il cardinale Gerhard L. Müller.

Prima parte

di Armin Schwibach (23-12-2019)

Eminenza, cominciamo dall’inizio con il Suo Manifesto della fede. Lei scrive: «Di fronte alla diffusione della confusione nella dottrina della fede, molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica mi hanno chiesto una testimonianza pubblica a favore della verità della Rivelazione. È compito peculiare dei Pastori guidare sulla via della salvezza coloro che gli sono stati affidati. Questo può funzionare solo se questa via è loro conosciuta e se loro stessi li precedono. Valgono a questo proposito le parole dell’apostolo: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto” (1 Cor 15, 3)». Nell’ottobre 2019 è stato pubblicato negli USA un DVD con l’obiettivo di sottolineare e utilizzare questo manifesto come base per l’evangelizzazione. Ora, alla fine dell’anno e in vista di molti altri eventi, come spiegherebbe quali sono le linee fondamentali della Scrittura? Cosa l’ha portata a riconoscere la necessità di un tale documento di diffusione e portata internazionale (che si regge solo ed esclusivamente su Catechismo e Magistero)? È stato sorpreso di essere attaccato dagli attuali “neo-papisti” del “gruppo di pressione bergogliano” perché Lei aveva sintetizzato qualcosa di “cattolico” e quindi è stato qualificato come “avversario papale”? Chi diffama un vescovo e cardinale cattolico della Chiesa romana, “con la quale ogni altra Chiesa (nella professione di fede) deve essere d’accordo per la sua peculiare principalità (= propter potentiorem principalitatem)” (cfr. Ireneo di Lione, Contro le eresie, III, 3,2) dichiarandolo “oppositore del Papa”, agisce chiaramente con la volontà di sviare l’attenzione su altri dando loro la colpa. Quello che viene chiamato “gruppo di pressione” non fa parte del papato, bensì al massimo è un peso per la Chiesa stessa. Con chi prende sul serio questo gruppo dal punto di vista teologico, non c’è più speranza. Ogni buon allenatore di calcio sa di non poter vincere il campionato ascoltando i suoi tifosi, ma solo in collaborazione con professionisti di prima classe. Due sono le cose: o non conoscono la dottrina vincolante della fede, enunciata da Vaticano I e II su “l’istituzione, la durata, il potere e il significato del santo primato dovuto al Vescovo di Roma e al suo infallibile Magistero” (Lumen Gentium 18), o questi approfittatori abusano deliberatamente del prestigio pubblico del Papa per introdurre dottrine e pratiche pastorali eterodosse che contraddicono la “verità del Vangelo” (Gal 2, 14). Il papato e la Chiesa non hanno inizio oggi, bensì con Cristo, anche se alcuni ideologi pensano di essere loro, adesso con papa Francesco, ai “comandi del potere” e che non esista per la Chiesa fortuna più grande di quella di avere loro come consiglieri. L’unica cosa che queste persone credono infallibile è il proprio mantra secondo cui la Chiesa abbia dovuto aspettare loro con bramosia per 100 anni per giungere finalmente nel mondo moderno grazie alla propria visione del mondo stesso. Uno dei protagonisti in questo senso ha sostenuto che nella pastorale, dove quindi è in gioco la salvezza eterna del singolo individuo, si possa anche applicare la regola: 2+2=5. L’esempio rivela il livello di riflessione di tali consiglieri e la confusione che essi causano tra i fedeli. In sostanza lavorano qui dei dilettanti che erroneamente considerano arbitrio la volontà di Dio e pensano inoltre di poter interpretare loro stessi la Rivelazione in modo arbitrario e, aggirando la rivelazione in Cristo e l’insegnamento dogmatico della Chiesa, dicono di rifarsi direttamente allo Spirito Santo. Così facendo, essi dimenticano solo una cosa: che lo Spirito Santo è lo Spirito del Padre e del Figlio, e che Egli (e non loro) sostiene la Chiesa nella verità di Cristo. Dio non agisce mai per spinte che vengono dall’interno o dall’esterno, ma agisce seguendo la propria saggezza e non il calcolo dell’arbitrarietà umana. Né si lascia indurre in contraddizione attraverso i nostri sofismi. Il fatto che il 2+2, senza eccezioni, dia come somma sempre 4 e mai 5 è dovuto al fatto che le leggi formali della logica, della geometria e dell’aritmetica (matematica) sono i principi da cui dipende l’essenza delle cose, così come Dio le ha create. Quindi, un atto di Dio che andasse contro i principi sui quali si fonda il mondo da lui creato e l’ordine di salvezza da lui stabilito non sarebbe una prova della sua assoluta libertà, ma solo un’impossibile contraddizione tra l’essenza e l’azione di Dio. San Tommaso d’Aquino respinge così la falsa idea della volontà arbitraria di Dio (Summa contra gentiles II, cap. 125). Ma per sapere che in matematica, e di conseguenza nel ministero pastorale, 2+2=4, non occorre disturbare i più grandi pensatori dell’umanità. Ogni bambino lo sa già. E come figli di Dio comprendiamo la logica dei sacramenti anche senza frequentare l’università. Sconvolge invece quando un servo ordinato della parola divina (=logos), cioè Cristo (Lc 1,2; Atti 6,4), confonde la logica della fede, perché non riesce nemmeno a sommare correttamente 2 e 2. Teo-logico è: chi si trova in stato di peccato mortale non può ricevere in modo fruttuoso e salvifico lo stesso Cristo nella santa comunione, alla quale egli si contrappone diametralmente attraverso un peccato grave, senza il pentimento e la penitenza precedenti (Concilio di Trento, Decreto sull’Eucaristia, can. 11). Quindi questo dogma non è definito arbitrariamente da Dio o da una certa Chiesa (ricaduta nel farisaismo), e da esso, Dio non ci dispensa ogni tanto, strizzandoci l’occhio, perché si pente di essere sempre così severo. Rispecchia piuttosto la logica del buon medico che, con la giusta medicina, conduce il paziente alla guarigione prima che possa rialzarsi e nutrirsi di cibo normale. E a causa di questa negligente o incompetente confusione della logica della fede, il Manifesto della fede si è reso necessario per ricordare le tabelline delle verità fondamentali del Catechismo cattolico. Esso [il Manifesto, ndr.] corrisponde al Credo apostolico con i misteri della Trinità e dell’Incarnazione di Dio, la natura intrinseca della Chiesa come sacramento della salvezza del mondo in Cristo, i sette sacramenti come mezzo di grazia per la vita divina, l’unità del Credo e della vita cristiana, la speranza in Dio e la vita eterna. Per quanto riguarda la fedeltà al papa, vale anche la logica conclusione inversa: chi disprezzava Giovanni Paolo II e Benedetto XVI come persone e rifiutava le loro spiegazioni dogmatiche (ad esempio: sull’impossibilità che una donna riceva il sacramento dell’ordine; o che ci siano atti intrinsecamente malvagi, come l’uccisione di un bambino nel grembo materno) non può essere un vero amico del papa attuale. Perché ogni papa è Pietro, il quale – dopo essersi convertito – deve rafforzare i suoi fratelli nella fede in Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente (Lc 22, 32; Mt 16, 16). Non si può essere cattolici senza [questo e i seguenti due corsivi lo sono anche in originale, ndr.] la piena comunione con il papa e i vescovi. Ma nessuno è cattolico grazie al Papa, ma solo per grazia di Cristo nella fede, nella speranza e nell’amore, nella professione di fede, nel battesimo e nella partecipazione a tutti i sacramenti, in un modo tale da essere in comunione con i successori degli apostoli e riconoscere il loro insegnamento e il loro ministero pastorale (Lumen gentium 14). I vescovi e i sacerdoti non amministrano la grazia dei sacramenti, ma solo (instrumentaliter) i sacramenti della grazia (Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, Suppl. q. 36 a.3). Il magistero non è al di sopra della parola di Dio, ma la serve (Dei verbum 10). Al papa e ai vescovi non compete integrare, relativizzare o correggere la rivelazione escatologica di Dio nella sua pienezza e insuperabilità, né “modernizzare” la sua Chiesa e il suo insegnamento, ovvero adattarla alle esigenze del mondo. Esistono libri con titoli assurdi che non solo usando la stampa celebrano Papa Francesco come riformatore della Chiesa, ma che parlano di una conversione della Chiesa tramite il Papa, o sostituiscono l’unica espressione corretta “Chiesa di Cristo” con il termine “Chiesa di Francesco”, per cui il Papa si trasformerebbe da annunciatore della fede in un oggetto di fede. Lutero, con una venerazione papale così poco illuminata, si sarebbe sentito confermato nella sua azione. In realtà, è solo Dio che converte i cuori. Gli apostoli e i loro successori, attraverso la predicazione e il buon esempio, sono solo strumenti di Cristo come “servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4, 1) e suoi “collaboratori” (2 Cor 6, 1). L’ordine dei fattori e la causalità fra signore e servo non si può invertire: “Dio ci ha riconciliati a sé mediante Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione” (2 Cor 5, 18)

Molte questioni critiche e confuse sono ancora nell’aria. Anche quattro anni dopo la fine dei cosiddetti sinodi sulla famiglia, c’è ancora bisogno di sottolineare il carattere dottrinale di una lettera post-sinodale che li riassume. Così papa Francesco ha spiegato durante il suo viaggio in Thailandia nel novembre 2019, in una conversazione privata con la comunità dei gesuiti di quel Paese, sulla questione di come i pastori cattolici dovrebbero trattare i divorziati risposati: “Potrei rispondere in due modi: in modo casistico, che però non è cristiano, anche se può essere ecclesiastico; oppure, secondo il Magistero della Chiesa, come è scritto nell’ottavo capitolo dell’Amoris laetitia”. Lì si tratterebbe di incamminarsi su una strada di accompagnamento per “trovare soluzioni nelle decisioni spirituali”. – Una “storia infinita”. Cosa può significare?

È chiaro che nessuno può ricevere la Santa Comunione se non è in stato di grazia santificante. Chi è consapevole di un peccato mortale deve (per la natura del suo rapporto sacramentalmente mediato con Dio) pentirsi dei suoi peccati, fare ammenda per il male fatto, e nella confessione e nella penitenza ottenere l’assoluzione da parte di un sacerdote (o, dopo il completo pentimento, cercare la prossima occasione per confessare i suoi peccati a un sacerdote). È importante costruire su questa base dogmatica le successive argomentazioni morali-teologiche (per esempio sul significato e i limiti della casistica) o gli approcci pastorali e psicologici. Le decisioni spirituali riguardano il fatto se, all’interno dei principi morali e delle verità dogmatiche della fede che valgono per tutti, io segua una chiamata personale ad una vita secondo i consigli evangelici o che preferisca decidermi per il matrimonio. Un po’ diversa è la questione dell’ordinamento fondamentale dei sacramenti, di cui la Chiesa non dispone a piacimento e che nessuno può piegare al proprio “discernimento spirituale”. Qui stanno i limiti dell’autorità ecclesiastica. Per quanto riguarda il matrimonio, l’unico mandato possibile è quello di constatare, in determinate circostanze, che non sussistevano le condizioni per un matrimonio valido. Si tratta quindi solo in questo senso di casi singoli di cui tenere conto. Sbagliato sarebbe invece dire che, oltre al matrimonio sacramentale esistente, è possibile un matrimonio civile, il cui adempimento sessuale, contrariamente alle parole di Cristo, non sarebbe adulterio (Mc 10, 11), e che questa unione sessuale potrebbe essere concessa a un secondo coniuge, perché per l’interessato l’astinenza sessuale non sarebbe ragionevole (1 Cor 7,10s). Le tensioni nella Chiesa non si risolvono con quella che a mio parere è una polemica assurda e personalmente offensiva contro i difensori degli insegnamenti di Cristo e della Chiesa riguardo l’indissolubilità del matrimonio sacramentale. È anche poco realistico pensare che un giorno queste tensioni si estingueranno o scompariranno dall’episcopato attraverso giochi politici. Per ogni credente pensante, e ancor di più per un maestro di fede teologicamente preparato, sono evidenti le incongruenze tra la sincera volontà di aiutare spiritualmente le persone in situazioni matrimoniali difficili e la mancanza di chiarezza riguardo ai fondamenti teologici. Al sassolino nella scarpa non ci si abitua. Il piede si ribellerà eternamente fino a quando l’elemento di disturbo non sarà rimosso, cioè, in questo caso, con obiettività non si sgombrino i principi da ogni contraddizione. Dobbiamo nuovamente riconoscere che l’insegnamento e la pratica della fede vanno insieme e non devono essere messi l’uno contro l’altro.

All’inizio dell’anno si è svolta in Vaticano la riunione dei presidenti e degli esponenti delle Conferenze episcopali, voluto personalmente da papa Francesco. Argomento: la crisi degli abusi, che soprattutto a causa degli eventi negli USA e in Germania aveva assunto una dimensione mondiale. Ne è nata l’impressione che Roma e il Papa abbiano difficoltà a riconoscere gli aspetti essenziali della catastrofe. Poi, in aprile, Benedetto XVI ha pubblicato i suoi commenti sulla Chiesa e sullo scandalo degli abusi sessuali, che erano stati ignorati durante l’incontro romano. “Uno spettro sta infestando il mondo. Lo spauracchio è lo spettro di un cambiamento, peggio ancora, di un’incombente conversione dell’Europa, che con un grido di sdegno si sta sfogando e scaricando contro Benedetto XVI”, ha scritto Albert Christian Sellner in una prefazione all’edizione tedesca cartacea: “Perché il Papa emerito, a pochi giorni dal suo 92° compleanno, ha osato accusare i sessantottini dell’imbarbarimento sessuale dello spirito del tempo! Per quanto posso vedere, l’ex-pontifex ha ragione”. Sia come sia: le reazioni accese nella Chiesa e anche all’esterno di essa hanno mostrato una sola cosa: Benedetto XVI, come è sempre stato nello stile di Ratzinger, aveva messo il dito in molte piaghe infette, di cui si era appena fatto finta, ancor più negli ultimi anni, che non esistessero. Che tipo di testo è quindi questo? L’”ultima enciclica” dell’emerito novantaduenne o una nuova forma di “lettera dottrinale” con cui Benedetto XVI apre la strada al futuro? In che misura e fino a che punto Lei è d’accordo con l’analisi di Benedetto XVI?

Il testo è una visione personale delle cose, ma ha un grande peso per l’alto livello della riflessione teologica e a causa della decennale esperienza [di Joseph Ratzinger] come vescovo, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e come Papa. L’abuso sessuale è sempre esistito, come sappiamo dall’imbarbarimento dei vecchi pagani, per cui nemmeno i loro più brillanti pensatori riconoscevano la pedofilia come la più grave ingiustizia contro gli adolescenti. Paolo considera questo peccato di contatto sessuale tra giovani e adulti, ma anche tra persone dello stesso sesso, come uno dei vizi più gravi che escludono dal Regno di Dio (1 Cor 6, 9) e che sono di per sé segni di ribellione contro Dio e il suo ordine nella creazione del matrimonio tra uomo e donna (Rm 1, 26ss). Questo vale anche per gli sforzi tesi a depenalizzare la pedofilia, come negli anni Ottanta alcuni partiti addirittura anche in Germania e in Austria volevano fare. Quello fu anche il momento in cui questo modo di pensare devastante era arrivato fino al clero cattolico. L’insegnamento morale cattolico in ogni epoca ha dichiarato i contatti sessuali tra adulti e adolescenti come un peccato mortale, come si può vedere da ogni aiuto alla confessione e all’esame di coscienza dei libri di preghiera e degli inni di ogni tempo. La polemica più accesa contro quelli che erano semplicemente fatti accertati e statisticamente provati da Benedetto XVI è venuta da una lobby interna alla Chiesa il cui tema perenne e il cui obiettivo principale è quello di rendere moralmente accettabili gli atti omosessuali. Non rientra nella loro strategia il fatto che oltre l’80% delle vittime di tali misfatti del clero siano giovani uomini nella loro età puberale o prepuberale. È il desiderio sessuale incontrollato che fa dei singoli chierici o anche dei non chierici dei criminali contro le loro vittime. Lo sfogo peccaminoso del loro disordinato desiderio sessuale non era lo strumento per dimostrare il loro potere sulle vittime (come si sentono i pervertiti con le loro vittime indifese durante una violenza), ma al contrario era l’autorità spirituale o la superiorità dell’adulto sul bambino che servivano da accesso ad una soddisfazione del piacere egoistico, che serviva a strumentalizzare la vittima e quindi a degradarla. L’abbassamento del livello della morale pubblica e del “sistema” di Chiesa, scuola, famiglia borghese, ecc. non può in nessun caso portarci a giustificare colpevoli, perché in un adulto sano di mente, e ancor più in un sacerdote, maestro di fede e di morale, la coscienza è diretta al bene come misura di tutte le nostre azioni morali (Rm 2, 15). Alla favola di un clericalismo malvagio credono solo i suoi inventori. Non è altro che una manovra di distrazione dalla vera causa, e cioè che la sessualità è vista solo come una sensuale soddisfazione egoistica dei propri istinti e non è riconosciuta nel suo rapporto fondamentale con l’amore dei singoli nel matrimonio. Alcuni approfittano dell’opportunità favorevole che rappresenta la cattiva reputazione del celibato sacerdotale per sfogare la propria aggressione anticlericale. Si sente spesso la frase: “il celibato è contro natura, la decisione per il sacerdozio deriva dall’immaturità e inevitabilmente conduce sacerdoti e religiosi verso i minori piuttosto che verso oggetti sessuali adulti”. Altri, al contrario, stanno comunicando così proprio ora le proprie ambizioni clericali (cioè la ricerca di quel potere altrimenti tanto disprezzato), perché come teologi laici o teologi sposati si sono sentiti finora ingiustamente esclusi dagli onori del sacramento dell’ordine.

Parole chiave “cammino sinodale”, “sinodalità”: che immagini evocano? Come giudica ciò che sta venendo alla luce dal periodo precedente fino ad ora, all’inizio del “cammino sinodale” tedesco, che in modo abbreviato ma efficace può essere riassunto come segue: “Non c’è nulla di assoluto nel magistero, a partire da ciò che sono il sacerdozio e la Chiesa, fino alla nuova definizione del magistero cattolico in tema sessualità”?

Il “cammino sinodale” è una tautologia. La Chiesa percorre da pellegrina il cammino verso il compimento eterno e riconosce che Gesù, suo Signore e Capo, nella sua persona è “Via e Verità e Vita” (Gv 14, 6). L’agnosticismo cristiano, che mira a un cristianesimo senza dogmi come religione dell’umanità o a una Chiesa che si offre come religione civile, non è niente di nuovo. Solo che adesso, come Chiesa nazionale tedesca, vuole affermarsi a un livello incredibilmente più primitivo del modernismo dell’inizio del secolo scorso e questo mostra chiaramente la perdita interiore della fede, sì, il nichilismo dei suoi protagonisti. Una tale ignoranza può alzare sfacciatamente la testa solo lì dove l’intero sviluppo della Chiesa e della teologia degli ultimi 300 anni è stato dimenticato. L’unico “fundamentum inconcussum” che ancora riconoscono è la ricchezza materiale delle diocesi tedesche. Ma il patrimonio della Chiesa non è lì per ingrassare i propri funzionari e offrire ai propri servi una piattaforma per le loro vanità, bensì per fornire le condizioni materiali al servizio salvifico della Chiesa visibile attraverso Martyria, Leiturgia e Diakonia. Dio è la prima verità, e tutti gli articoli del Credo e i dogmi dell’insegnamento della Chiesa ci trasmettono la partecipazione alla conoscenza di Dio nella fede e la partecipazione alla sua vita trinitaria nell’amore. L’atteggiamento degli apostati da Lei descritto sopra, i quali hanno abbandonato la fede della Chiesa e considerano la confusione mentale che si sono costruiti da soli come cattolica-moderna, volendo imporla obbligatoriamente agli altri, è di una tale profonda vacuità che ogni discussione a questo livello è fatica sprecata. Si può solo sperare in un miracolo. “Quelli, infatti, che sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro. Tuttavia, se sono caduti, è impossibile rinnovarli un’altra volta portandoli alla conversione, dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia” (Eb 6, 4-6f). Nessun cattolico serio e spiritualmente vigile dovrebbe lasciarsi scoraggiare da coloro che negano che “la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1, 17). Dal punto di vista della ragione, la suddetta posizione può essere liquidata come un non sense. Dal punto di vista della fede è uno scandalo e un invito “ad esaminare le ispirazioni per vedere se sono di Dio” (1Gv 4, 1). “Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha dato riguardo al proprio Figlio” (1Gv 5, 10).

Traduzione di Elena Mancini

(fonte: Kath.net; traduzione: OltreIlGiardino)


Seconda Parte

di Armin Schwibach (03-01-2020)

Eminenza, il “Sinodo dell’Amazzonia” è già stato menzionato. Se se ne parla, si deve parlare anche degli pseudo-riti nei Giardini Vaticani, nella Basilica di San Pietro, a Santa Maria in Traspontina. Solo un coraggioso austriaco ha avuto il merito, per amore della Chiesa e della Madre di Dio, di mettere fine almeno in parte a questo spettacolo indegno con quella “caduta degli idoli nel Tevere”, che è stata accolta favorevolmente da molti. Come valuta queste pratiche durante un Sinodo che ha perso un po’ la propria identità mischiandosi a una dimensione politica e di politica ecclesiale? Come dobbiamo guardare all’ordine del giorno del Sinodo, unito al documento finale, ormai ampiamente diffuso?

Noi crediamo nell’unico Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Adoriamo solo lui, mentre abbiamo orrore degli dèi dei pagani e dei loro simboli, perché privano gli uomini “della libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8, 21). Dio ha creato il mondo e il clima e anche l’Amazzonia, ma tutto per il bene degli uomini. È solo per noi esseri umani e per la nostra salvezza che il Figlio di Dio è sceso dal cielo e si è fatto carne nella Vergine Maria e si è fatto uomo, per dare a noi esseri umani la grazia della figliolanza di Dio, affinché possiamo conoscere e amare Dio. La Chiesa deve parlare di Dio, di Cristo, del Vangelo, degli strumenti di salvezza e della vita eterna. In questo senso quello che possiamo fare riguardo al clima, è migliorarlo innanzitutto tra noi e migliorare il nostro modo di comportarci. Ci sono troppe lotte partitiche e di potere nella Chiesa. Pensare in modo stolto nelle categorie politiche di conservatori e progressisti, sta danneggiando l’unità della Chiesa nella verità di Cristo.

Infine, una domanda sul “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” del 4 febbraio 2019, dove si afferma: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi”. La diversità delle religioni – voluta da Dio? Immediatamente sono state sollevate domande e formulate dichiarazioni. Il Vaticano si sta impegnando molto per dare a questo documento la più ampia diffusione possibile, da ultimo durante il viaggio di Papa Francesco in Thailandia e in Giappone. Durante l’Udienza generale del 3 aprile 2019, Francesco ha dichiarato: “ma perché il Papa va dai musulmani e non solamente dai cattolici? Perché ci sono tante religioni, e come mai ci sono tante religioni? Con i musulmani siamo discendenti dello stesso Padre, Abramo: perché Dio permette che ci siano tante religioni? Dio ha voluto permettere questo: i teologi della Scolastica facevano riferimento alla «voluntas permissiva» di Dio. Egli ha voluto permettere questa realtà: ci sono tante religioni; alcune nascono dalla cultura, ma sempre guardano il cielo, guardano Dio. Ma quello che Dio vuole è la fraternità tra noi e in modo speciale – qui sta il motivo di questo viaggio – con i nostri fratelli figli di Abramo come noi, i musulmani. Non dobbiamo spaventarci della differenza: Dio ha permesso questo. Dobbiamo spaventarci se noi non operiamo nella fraternità, per camminare insieme nella vita”. “Voluntas permissiva”… Come dobbiamo intendere tutto questo?

La fede è efficace per la salvezza solo se si esprime liberamente come devozione interiore a Dio e come recita corale e pubblica del Credo della Chiesa Cattolica, nella fiducia verso Dio e nell’amore per Lui più che per qualunque altra cosa. Le autorità statali devono rispettare e garantire la libertà religiosa, in quanto è un diritto fondamentale insito nella natura dell’uomo, che deriva dalla sua dignità di persona. Nella sua coscienza, tuttavia, l’uomo è obbligato a cercare la verità e, laddove gli viene proclamata la verità del Vangelo di Dio e di Cristo, ad assumere quest’ultima e ad accettare la professione di fede della Chiesa di Cristo. Se questo in determinate circostanze venga colpevolmente rifiutato, può essere deciso solo da Dio nel suo giudizio individuale. Tuttavia, la Chiesa non deve relativizzare la propria missione e cioè quella di annunciare il messaggio di Gesù a tutti gli uomini e di proporre loro la sua salvezza, che viene accettata attraverso la fede e il battesimo e per mezzo della quale siamo inseriti nella Chiesa come corpo di Cristo. Come cristiani, rispettiamo le decisioni, prese in coscienza, di tutte le persone. Sappiamo che in linea di principio con l’aiuto della ragione tutti possono riconoscere l’esistenza di Dio e che il Signore ha inscritto nei nostri cuori il principio morale fondamentale che spinge a fare il bene ed evitare il male – anche laddove il Decalogo della rivelazione non è ancora conosciuto. Papa Francesco esprime solo una naturale verità della ragione, la quale verità diviene ancora più profondamente chiara attraverso la Rivelazione, e cioè che tutti noi uomini discendiamo da Adamo (al di là della discussione biologica su monogenismo e poligenismo) e che come specie dobbiamo la nostra esistenza alla volontà creatrice. Siamo tutti “discendenza di Dio” (At 17, 29), cioè abbiamo Lui come nostro Creatore e Padre. Egli ci conduce insieme verso l’unica umanità in Cristo. Indipendentemente dalla nostra appartenenza religiosa, non potremmo mai dire a coloro che negano Dio, come fece Caino quando uccise suo fratello Abele: “Sono forse il guardiano di mio fratello?” (Gen 4, 9). Il comandamento della carità attiva vale nei confronti di tutti gli uomini, addirittura anche nei confronti dei nostri nemici. Ed è anche importante dire che nella società e nello stato, nella scienza e nella cultura, dobbiamo impegnarci e collaborare per il bene comune (cfr. Gaudium et spes 42). Dal momento che le persone sono amate da Dio nella loro diversità, dobbiamo rispettarle anche in questa diversità – tranne quando peccano contro Dio e abusano della loro libertà. Rispetto al termine molto ampio di “religione” si deve fare una distinzione. C’è una disposizione morale-religiosa per cui ogni persona è ordinata a Dio, lo deve ringraziare per la propria esistenza e da Lui può aspettarsi la salvezza temporale ed eterna. Le persone appartengono poi alle specifiche comunità religiose o per abitudine o per libera decisione. Dal punto di vista cristiano, sappiamo che Dio conduce gli uomini alla salvezza e gli rivolge molti atti di carità (cfr. At 14, 17) e con questo ha manifestato “la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1, 20). Anche se essi ignoravano ancora l’esistenza di Cristo eppure lo cercavano secondo la volontà di Dio (Atti 17:27), ogni qual volta hanno cercato e adorato un potere superiore, senza saperlo adoravano il vero Dio, implicitamente e intenzionalmente (cfr. At 17, 23). Tutto ciò che si trova nelle varie religioni dell’umanità e nella ricerca della verità e della salvezza, nel vero, nel buono e nel bello, nasce dalla volontà salvifica universale di Dio nostro Salvatore, che vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Dio realizza ciò storicamente attraverso l’unico mediatore tra l’unico Dio e tutti gli uomini: l’uomo Cristo Gesù (1Tm 2, 4s). Le religioni storiche appartengono quindi alla provvidenza di Dio, attraverso la quale egli realizza la volontà di salvezza universale nel suo Figlio che si è fatto uomo, e ciò per mezzo della Chiesa come sacramento di salvezza del mondo in Cristo (LG 1; 45; GS 48). Sulla volontà di Dio c’è molto da dire e anche da soppesare attentamente nel linguaggio teologico. Nella teologia classica il concetto di “volontà permissiva” di Dio si riferisce alla domanda del perché, nonostante l’efficacia perfetta della volontà di Dio (Allwirksamkeit nel testo originale, ndt), Dio permetta la sofferenza di persone innocenti per mezzo di cause accidentali (Eigenwirksamkeit nel testo originale, ndt). Scottante diventa poi la questione del perché Dio permetta il peccato, che potrebbe impedire solo se chiudesse lo spazio necessario per la realizzazione del bene superiore della libertà e conseguentemente dell’amore per Lui e per il prossimo che ne deriva (vedi in tutto Tommaso d’Aquino, De voluntate Dei, S.th. q. 19). Per quanto riguarda l’esistenza del bene e del vero nelle religioni dell’umanità – al contrario di quello che avviene con le perversioni in esse presenti – va detto che Dio non solo la permette, ma la vuole attivamente come preparazione all’incontro storico con Cristo nella sua Chiesa. Ciò che Dio certamente non vuole dell’Islam è la negazione della Trinità, dell’incarnazione, della figliolanza divina di Cristo e della redenzione dell’umanità attraverso di lui dal peccato. Affermare che tutte le religioni siano solo diverse espressioni del culto di Dio da Lui volute (anche nel linguaggio contraddittorio degli aderenti a questa teoria) significherebbe assegnare a Dio una contraddizione logica e così eliminare ogni possibilità di ragionamento e dialogo tra le religioni stesse. Questa affermazione è anche in modo formale e sostanziale diametralmente opposta al credo cattolico. Ma in riferimento all’esecuzione della volontà di salvezza universale in Cristo noi cristiani possiamo giustamente dire e pienamente “considerare con rispetto” il fatto che Dio voglia attivamente che il musulmano confessi l’unico Dio e Creatore, che è onnipotente e misericordioso con tutti, voglia che egli creda nel giudizio sulle azioni buone e cattive e che si aspetti un’esistenza dopo la morte in paradiso o all’inferno (cfr. II Vaticanum, Nostra aetate 3; Lumen gentium 16). “Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna ” (Lumen gentium 16). A parte le singole formulazioni, che potrebbero essere chiarite e protette da malintesi, l’intenzione generale della Dichiarazione di Abu Dhabi è da essere apprezzata. Essa è in linea con la lezione di Ratisbona di Papa Benedetto XVI, la cui affermazione di base è che nessuno può fare appello a Dio per giustificare la violenza contro persone di fede diversa. Un tempo molti studiosi islamici adottarono anche loro questa linea per la comprensione di Dio secondo il Corano. Esiste una fratellanza che originariamente unisce gli uomini in Dio Creatore. Essa si differenzia in modo essenziale, sia nel cristianesimo che nell’islam, da quel pathos di fratellanza tipico della Massoneria, perché questo si basa su un assottigliamento del concetto di Dio fino a mero nozionismo/cifra. Cristiani, ebrei e musulmani, invece, sono convinti – accanto a tutte le loro differenze fondamentali – che Dio sia la pienezza dell’essere, senza la quale il mondo non avrebbe né origine né meta, e che senza Dio l’uomo sprofonderebbe necessariamente in senso filosofico e etico nel pantano del nichilismo.

Eminenza, La ringrazio tantissimo per il tempo che ci ha donato. Le auguro di tutto cuore un Natale ricco di benedizioni e un felice anno nuovo: speriamo che questo possa essere un po’ più tranquillo.

Traduzione di Elena Mancini

(fonte: Kath.net; traduzione: OltreIlGiardino)

Un pensiero riguardo “Conversazione con il card. Muller sulla situazione della Chiesa cattolica

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