Sinodo sull’Amazzonia: Pachamama al posto di Cristo

Come può accadere che senza troppi rimorsi, anzi con baldanzosa esultanza, l’idolatria penetri nel tempio di Dio?

Lo hanno scoronato

di Roberto de Mattei (06-11-2019)

I nemici della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, oggi continuamente offesa, usano impugnare a loro sostegno le parole pronunciate dal Salvatore stesso nel suo processo davanti a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo».

Occorre allora qualche precisazione esegetica per mostrare a costoro che, ad una lettura attenta, quelle parole del Signore non fanno che affermare ciò che essi pretendono negare. Regnum meum non est de hoc mundum, si legge nel Vangelo di Giovanni, e poco dopo, regnum meum non est hinc. La preposizione de come l’avverbio hinc indicano non un’appartenenza ma una provenienza. Dunque, la traduzione più corretta sarebbe: il mio regno non è da questo mondo, il mio regno non è da qui. Secondo la spiegazione che ne danno sant’Agostino e san Giovanni Crisostomo, queste parole vanno così interpretate ed esplicitate: la mia potenza e l’autorità per la quale Io sono re, dice il Signore, non hanno il loro principio e la loro origine nell’elezione degli uomini o in cause temporali. Le loro origini sono altrove: esse risalgono al mio eterno Padre. I regni della terra traggono la loro forza dal numero e dalla capacità del loro sudditi; il mio regno celeste ha forza in se stesso.

«Non vogliamo che Costui regni su di noi!» (Lc 19, 14)

In altri termini, dicendo Regnum meum non est de hoc mundum, «il mio regno non è di questo mondo», il Signore mostra semplicemente che il suo potere non è soggetto alle vicissitudini comuni a tutti i regni che hanno le loro radici sulla terra, ma che, disceso dal cielo, il suo regno è eterno ed immutabile. Il Signore non ha detto: «Il mio regno non è di quaggiù», ma, secondo l’originale latino e greco, «il mio regno non è da quaggiù». Infatti, non v’è alcun dubbio che il suo regno sia in questo mondo fino alla consumazione dei secoli, e di tale regno, ben più grande e potente di quello che Pilato avrebbe immaginato e che i suoi attuali nemici credono di poter distruggere, Egli è e sarà sempre l’unico Divino Re.

Il regno di Cristo è infatti indistruttibile, poiché si fonda sulla sua unione ipostatica, ossia sulla sua unione alla divinità. Pio XI nell’Enciclica Quas primas, afferma che «è necessario rivendicare a Cristo uomo, nel vero senso della parola, il nome e i poteri di re»; infatti, soltanto in quanto è uomo può ricevere dal Padre «la potestà, l’onore e il regno», poiché come Verbo non può non avere in comune col Padre tutto ciò che è proprio della divinità. Per conseguenza, «Egli su tutte le cose create ha il sommo e assoluto impero» (ivi). Molto bene afferma san Cirillo di Alessandria che Cristo «ha il dominio su tutte le cose create, non estorto con violenza né venutogli dagli altri, ma per sua stessa essenza e natura»; tale principato viene a Cristo dalla sua unione ipostatica. Il che significa che «Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma che anche a lui come uomo debbono e gli Angeli e gli uomini essere soggetti ed obbedire”, poiché “per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature» (ivi).

A questo punto, le parole immortali di sant’Agostino suonano come un invito indeclinabile alla resipiscenza, rivolto non più al mondo, ma a quella gerarchia della Chiesa che sembra voler scoronare Cristo del suo titolo di re assoluto. «Che gran cosa fu per il re dei secoli farsi re degli uomini? […] Che il Figlio di Dio uguale al Padre, il Verbo per cui tutte le cose sono state fatte, abbia voluto essere re d’Israele è una degnazione non una promozione, è un segno di misericordia (per noi) non un aumento di potere (per Lui). Egli infatti, che fu appellato sulla terra re dei Giudei, è in cielo il Signore degli Angeli». In altri termini, scoronare Cristo non è un danno per Lui, che è e rimane re del cielo e della terra, ma per noi. «Gravemente errerebbe – scrive ancora Pio XI – chi togliesse a Cristo–uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio». Se poi quest’errore viene iniettato nelle vene del corpo mistico di Cristo da chi dovrebbe debellarlo, allora siamo all’apostasia.

Nella festa di Cristo Re è – provvidenzialmente e simbolicamente – terminato il Sinodo dell’Amazzonia, quasi intronizzando mostruosi e volgari idoli pagani, laddove occorreva riaffermare la regalità assoluta di Cristo sul tempo e sulla storia, sulla Chiesa e sul mondo. Pare che i Padri Sinodali – spogliati, per la prima volta in aula sinodale, delle loro insegne, scoronandosi, loro sì, della loro dignità – con a capo il Vescovo di Roma abbiano voluto ripetere il grido che si udì duemila anni fa in Gerusalemme: «Non vogliamo che costui regni su di noi!» (Lc 19, 14). Ma il regno di Cristo è eterno e indefettibile, perché – pur essendo in questo mondo – non trae le sue origini da esso ma dal cielo. E – ora come allora – coloro che tentano di opporvisi non fanno altro che realizzare i disegni dell’eterna sapienza, la quale tutto dispone per la gloria del suo Cristo: ogni sua apparente sconfitta prelude ad un più glorioso trionfo. Essi sono strumenti inconsapevoli di un piano eterno che li sovrasta, e meritano – oltre alla nostra ferma resistenza e doverosa riparazione – più la nostra fraterna compassione che la nostra ira, poiché ai suoi discepoli Cristo re continua a dire: «Confidate, io ho vinto il mondo» (Gv 16, 33), ma ai suoi nemici ripete: «Chiunque cadrà su questa pietra (che è Lui stesso) si sfracellerà; e colui sul quale questa pietra cadrà sarà stritolato» (Lc 20, 18).

(fonte: corrispondenzaromana.it)


Il Battesimo non interessa

di Cristina Siccardi (06-11-2019)

Nella parrocchia di San Giuda Taddeo Apostolo a Roma è stato installato un mosaico per il battistero, mosaico degno di essere presente in una Casa di Dio. La bellissima opera è di Barbara Ferabecoli e il mosaicista è Antonio De Prosperis.

Il parroco, mons. Marco Ceccarelli, ha commissionato l’opera, mentre la consulenza teologica è di mons. Giacomo Giampetruzzi. Il mosaico è stato realizzato con tecnica al dritto, per conferire una maggiore vibrazione alla composizione, realizzata con marmi e paste vitree per creare l’effetto lucido/opaco, molto evidente all’osservatore dal vivo, e con l’uso di ori di vari colori, usati senza risparmio un po’ su tutta la superficie.

L’ispirazione iconica deriva dal Vangelo di san Giovanni. È presente l’acqua, vivace di piccole onde, fluente da sorgente infinita, vivificante. Dall’acqua si originano due rigogliosi tralci d’uva che racchiudono la simbologia trinitaria: la mano di Dio in alto, cromaticamente rispondente all’acqua sottostante, la Santa Croce gloriosa, in bianco e oro, lo Spirito Santo.

I tralci d’uva esprimono Gesù Cristo, la Chiesa trionfante, la terra promessa (Nm 13, 25). Sono tralci carici di frutti, senza rami secchi. Insieme alla simbologia battesimale viene rappresentate, quindi, anche quella eucaristica. Inoltre, attraverso le quattro giare, poste a destra e a sinistra della Santa Croce, viene ricordato il primo miracolo compiuto da Gesù a Cana, dove Giuda Taddeo, secondo il racconto del vescovo Eusebio di Cesarea (263-339), viene identificato come lo sposo.

Tutto, sia nella composizione che nella simbologia, viene ricapitolato in Cristo, l’A e l’Ω.

Dal cuore della Croce scaturisce la ragione e la fede: si apre, infatti, una raggera di luce dai colori dell’arcobaleno, simbolo dell’Alleanza di Dio con gli uomini, nonché splendore della Sua Gloria. La raggera si apre a sua volta, mediante i doni dello Spirito Santo, per emettere 12 fiammelle, che rimandano alla Pentecoste, quando Cristo donò agli Apostoli e alla Vergine Santissima l’effusione dello Spirito Santo. E nacque la Chiesa.

Lo spazio su cui tutto si svolge è metafisico. Il campo rosso mattone del mosaico rimanda al cromatismo del marmo del fonte battesimale. Sulla cornice del mosaico sta scritto, in alto: «SE UNO MI AMA, OSSERVERÀ LA MIA PAROLA E IL PADRE MIO LO AMERÀ», mentre in basso: «NOI VERREMO A LUI E PRENDEREMO DIMORA PRESSO DI LUI» (Gv 14,23).

Il primo atto della conversione alla Fede è proprio il Battesimo. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica si legge all’Art. 1 dedicato al Sacramento del Battesimo: «Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito («vitae spiritualisianua»), e la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione: Baptismus est sacramentum regenerationis per aquam in verbo – Il Battesimo può definirsi il sacramento della rigenerazione cristiana mediante l’acqua e la parola» (§ 1213).

Se il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana perché, allora, secondo le direttive del Sinodo Amazzonico, si impone una conversione senza il Battesimo? Si tratta di una nuova religione: «conversione integrale, pastorale, culturale, ecologica e sinodale», come sta scritto nel documento finale, dove si invita a mettere al centro non l’evangelizzazione, ovvero la conversione delle anime a Cristo Gesù, bensì l’inculturazione, ordinando sacerdoti uomini sposati ed offrendo il diaconato permanente per le donne. Tutto viene capovolto. Come ha dichiarato Alexander Tschugguel – il fedele ed eroico giovane austriaco, che il 21 ottobre u.s. ha rimosso dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina e ha gettato nel Tevere le statuette della dea Pachamama, la divinità pagana rappresentante la “Madre Terra” amerindia – si è trattato di un Sinodo di carattere perlopiù politico ed i “missionari” spesso non battezzano neppure gli abitanti dell’Amazzonia perché: «non fa parte della loro cultura. Sono rimasto veramente sconcertato». Perciò, inculturazione = apostasia del clero.

Nel Catechismo di san Pio X sta scritto (Capo II, 295): «Il Battesimo conferisce la prima grazia santificante e le virtù soprannaturali, togliendo il peccato originale e gli attuali, se vi sono, con ogni debito di pena per essi dovuta; imprime il carattere di cristiano e rende capace di ricevere gli altri sacramenti». (Capo II, 296): «Il Battesimo trasforma l’uomo nello spirito e lo fa come rinascere rendendolo un uomo nuovo; perciò allora gli si dà un nome conveniente, quello di un Santo che gli sia esempio e protettore nella vita di cristiano». (Capo II, 297): «Chi riceve il Battesimo, diventando cristiano, si obbliga a professar la Fede e ad osservar la Legge di Gesù Cristo; e perciò rinunzia a quanto vi si oppone». (Capo II, 298): «Nel ricevere il Battesimo si rinunzia al demonio, alle sue opere e alle sue pompe». (Capo II, 299): «Per opere e pompe del demonio s’intendono i peccati, le vanità del mondo e le sue massime perverse, contrarie al Vangelo».

Non c’è Fede in Cristo senza battesimo. Ma al Sinodo sull’Amazzonia questo non si è detto. La Fede in Cristo non ammette altri idoli. Eppure il Papa in persona, il 4 ottobre scorso, alla vigilia del Sinodo, ha partecipato ad una cerimonia nei giardini del Vaticano, insieme a vescovi e cardinali, guidata in parte da sciamani, dove sono stati usati degli oggetti che nulla hanno a che vedere con il Cattolicesimo, in particolarela donna nuda e incinta, la Pachamama. Papa Francesco ha anche riverito due vescovi che portavano in processione la Pachamama sulle loro spalle nella Sala del Sinodo, per essere poi collocata in un luogo d’onore. E statue di figure femminili nude in legno sono state venerate nella Basilica Vaticana, di fronte alla Tomba di San Pietro!

A chi è stato battezzato è impossibile commettere tali gesti, neppure per “buona fede”. Nessun vitello d’oro può occupare il posto di Dio Trinità, perché «Non avrai altro Dio all’infuori di me» (Es 20, 3), «Non avere altri dèi di fronte a me» (Dt 5, 7).

Leggiamo ancora nel Catechismo della Chiesa Cattolica: «Questo sacramento è anche chiamato il “lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo” (Tt 3,5) poiché significa e realizza quella nascita dall’acqua e dallo Spirito senza la quale nessuno “può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,5)» (Art. 1, § 1215).

Interessa ancora ai pastori della Chiesa l’ingresso delle anime nel Regno di Dio Trinità? Al Sinodo per l’Amazzonia ciò non è emerso, in nessuna forma.

Il Battesimo è l’unico modo per ottenere la remissione del peccato originale, per questo la Chiesa lo raccomanda a partire dalla nascita del bambino. Con il rito battesimale sono rimessi anche tutti gli altri peccati in precedenza commessi dal fedele, cui è donata la forza di resistere alle passioni per evitare le cadute. Con il Battesimo si diventa figli del Padre, Uno e Trino; si viene incorporati a Cristo e si entra a far parte della comunità dei salvati, la Chiesa. Se il catecumeno che viene battezzato è adulto o adolescente, con il Battesimo viene perdonato da Dio per tutte le colpe e i peccati commessi precedentemente, senza bisogno del Sacramento della Confessione, con il presupposto, logicamente, che il fedele sia pentito profondamente.

Su una popolazione mondiale di 7.408 milioni, i cattolici battezzati sono 1.313 milioni pari al 17,7%, così distribuiti per continente: 48,5% in America, 21,8% in Europa, 17,8% in Africa, 11,1% in Asia e 0,8% in Oceania. Nel rapporto tra il 2017 e il 2016 l’Europa è il solo continente ad avere un trend quasi nullo (+0,1%): diminuiscono i battezzati e calano drasticamente – da prima del Concilio Vaticano II ai nostri giorni è impressionante il dislivello – le vocazioni sacerdotali e religiose .

Insomma, sempre meno battezzati, in particolare in Europa, e le motivazioni risiedono soprattutto nel calo della natalità (attacco ideologico alla famiglia da parte di politiche progressiste), maggiore diffusione di matrimoni misti con persone di diverso culto, secolarizzazione massiccia e dismissione della comprensione di che cosa significhi essere battezzati a causa di un’apostasia dilagante, che oggi reputa,in nome del “religiosamente corretto”, l’inculturazione (sincretismo) una condotta prioritaria rispetto alla missionarietà, comandata da Gesù Cristo agli Apostoli, del battezzare le genti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

(fonte: corrispondenzaromana.it)

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