Sinodo Amazzonia, ecologismo estremo e attacco al celibato

La presentazione del documento che servirà da base nel Sinodo sull’Amazzonia che si svolgerà in ottobre, conferma quanto già era nell’aria: una forte spinta ecologista, un’esaltazione acritica dell’indigenismo con relativa condanna senza appello del periodo coloniale, e la proposta di ordinazione dei viri probati per fare fronte alla penuria di sacerdoti. Diversi passaggi sono anche una critica diretta al governo brasiliano guidato da Bolsonaro.

di Nico Spuntoni (18-06-2019)

Ci si avvicina al 6 ottobre 2019, data di apertura dell’atteso Sinodo dei vescovi per la regione Pan-Amazzonica convocato da papa Francesco. Lo scorso mese si è tenuta la seconda riunione del Consiglio pre-sinodale durante il quale è stato approvato l’Instrumentum laboris, ovvero il quadro di riferimento su cui si troveranno a lavorare i padri sinodali. Il documento è stato presentato ieri in conferenza stampa dal cardinal Baldisseri, segretario generale dell’istituzione.

Diviso in tre parti (La voce dell’Amazzonia, Ecologia integrale: il grido della terra e dei poveri, Chiesa profetica in Amazzonia: sfide e speranze), il documento si articola in capitoli dedicati ai temi giudicati più urgenti per il futuro di questa regione. L’idea del Sinodo nasce dalla sfida di realizzare un nuovo piano pastorale per questa terra definita dal cardinal Hummes, relatore generale dell’evento, una “regione transnazionale”. La ricetta che sembra emergere in tal senso dall’Instrumentum laboris – sia per linguaggio utilizzato che per obiettivi prefissati – presenta non pochi tratti in comune con quella dei movimenti sociali critici nei confronti della globalizzazione e fino a poco tempo fa molto radicati in America Latina.

Scorrendo i capitoli, infatti, si possono rintracciare visioni riconducibili a correnti quali l’ecologismo, il sindacalismo e l’indigenismo. Ad esempio, vi è presente un giudizio storico totalmente negativo dell’epoca coloniale nel quale, al netto del riconoscimento del sacrificio di tanti missionari che diedero la vita per la trasmissione del Vangelo, c’è spazio anche per un mea culpa (“l’annuncio di Cristo è stato fatto in connivenza con i poteri che sfruttavano le risorse e opprimevano le popolazioni”). Probabilmente anche alla luce di quelli che vengono presentati come errori del passato, la Chiesa – auspica il documento – deve prendere le distanze dalle “nuove potenze colonizzatrici” e la “crisi socio-ambientale” le dà l’opportunità di far vedere ai popoli amazzonici di essere dalla loro parte.

Il testo mette in connessione la minaccia ambientale a quella della sopravvivenza stessa degli indigeni e pone l’attenzione su protezione della natura e rispetto dei diritti umani in quella che viene definita “la seconda area più vulnerabile del pianeta”. L’uomo come parte integrante della natura il cui saccheggio rischia di mettere in discussione la sopravvivenza delle culture di migliaia di comunità indigene, compromettendo a sua volta l’equilibrio biologico della regione. La Chiesa fa sue le rivendicazioni degli indios e dei contadini espropriati contro la deforestazione, gli spostamenti forzati e gli altri interventi umani sul territorio, puntando l’indice contro soggetti chiamati in causa direttamente: “le compagnie estrattive”, ma anche “i governi locali e nazionali e le autorità tradizionali” accusate di connivenza.

Potrebbe essere non casuale il momento storico in cui avviene questo duro j’accuse: Bolsonaro, infatti, che considera “una questione secondaria” il cambiamento climatico, ha vinto le elezioni promettendo un piano di sviluppo infrastrutturale per l’Amazzonia, con l’intenzione di integrare la regione nel sistema produttivo nazionale. In una recente intervista, inoltre, il neopresidente ha manifestato la volontà di aprire all’estrazione mineraria della riserva forestale amazzonica di Renca. Uno dei numerosi motivi per cui gli indios non amano il nuovo esecutivo che, una volta insediato, ha subito tolto al Dipartimento nazionale agli Affari Indigeni FUNAI la competenza sulla regolamentazione dei confini delle riserve, trasferendola al Ministero dell’Agricoltura.

I media progressisti sono ormai soliti agitare lo spettro di un “pericolo genocidio” per gli indigeni a causa delle politiche di Bolsonaro. Toni allarmistici a cui non è estraneo l’Instrumentum laboris presentato ieri: il testo dà spazio alla denuncia di una corruzione “protetta da una legislazione che tradisce il bene comune” e di cui sarebbero responsabili le grandi imprese che investono nello sfruttamento delle ricchezze dell’Amazzonia. Si scaglia contro la “criminalizzazione delle proteste contro la distruzione del territorio e delle sue comunità”, parla di “dramma degli abitanti dell’Amazzonia” per l’abbattimento degli alberi, gli spostamenti forzati e l’espansione della frontiera agricola.

Sul banco degli imputati, inoltre, finiscono il “modello economico estrattivista occidentale”, il “modello culturale occidentale”, il “neocolonialismo nel presente”; espressioni che appartengono ad un patrimonio concettuale familiare anche ai movimenti popolari sudamericani. Tra i suggerimenti indicati per debellare quelli che vengono indicati come i mali della regione, non sfuggono alcuni “affondi” contro l’attuale esecutivo brasiliano: l’invito ad “esigere la protezione delle aree/riserve naturali, in particolare per quanto riguarda la loro delimitazione/titolarità”, la promozione di “una coscienza ambientale e del riciclaggio dei rifiuti”, la richiesta ai governi di “garantire le risorse necessarie per l’effettiva protezione dei popoli indigeni isolati”.

C’è poi il capitolo legato al fenomeno migratorio, trascurato politicamente e pastoralmente – secondo quanto scritto nel documento – e di fronte al quale “ogni comunità urbana” deve farsi trovare pronta ad accogliere “chi arriva inaspettatamente con necessità urgenti” offrendo loro “protezione di fronte al pericolo delle organizzazioni criminali”. Le comunità ecclesiali, invece, hanno il dovere di “fare pressione sulle autorità pubbliche perché rispondano ai bisogni e ai diritti dei migranti”.

La parte finale del documento, dal titolo Chiesa profetica in Amazzonia: sfide e speranze, è dedicata al piano ecclesiologico e pastorale. Qui vi si afferma che il volto specifico della Chiesa latinoamericana è segnato dall’“opzione preferenziale per i poveri” e si esprime la necessità di una Chiesa che sia partecipativa, creativa ed armoniosa. È una terza parte che pare ispirarsi alla cosiddetta teologia del popolo, portatrice di istanze di giustizia sociale e in cui, in forma di richieste avanzate dalle comunità locali consultati, prende forma la richiesta di “rifiutare l’alleanza con la cultura dominante e il potere politico ed economico per promuovere le culture ed i i diritti degli indigeni, dei poveri e del territorio”; ma anche quelle di “superare ogni clericalismo” e di “superare posizioni rigide che non tengono sufficientemente conto della vita concreta delle persone e della realtà pastorale”.

In merito a ciò, l’aspetto più rilevante e più atteso è senz’altro quello relativo ai nuovi ministeri. Il testo presenta la prevista apertura sulla questione dei cosiddetti viri probati, laddove, partendo dalla premessa che “il celibato è un dono per la Chiesa”, viene espressa la richiesta che “per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana”. Una condizione giudicata dagli estensori necessaria al fine di passare dallo stato di “Chiesa che visita” a quello di “Chiesa che rimane”.

L’altro elemento particolarmente degno di nota del documento è, infine, l’attenzione data alla presenza delle donne nella vita ecclesiale, giudicata finora “non sempre valorizzata”. Il testo va oltre la richiesta di maggiore ascolto e coinvolgimento per loro, parlando di leadership in “spazi sempre più ampi e rilevanti nel campo della formazione: teologia, catechesi, liturgia e scuole di fede e di politica”. La Chiesa, afferma l’Instrumentum laboris, deve accogliere e fare suo “lo stile femminile di agire e di comprendere gli avvenimenti”.

Infine, relativamente alla vita consacrata in generale, tra i suggerimenti espressi per ritornare alla Chiesa primitiva trova spazio anche quello di favorire la partecipazione politica delle “persone consacrate vicine ai più poveri e agli esclusi” e la raccomandazione di includere processi educativi dedicati all’interculturalità, all’inculturazione e al dialogo tra le spiritualità nei processi di formazione della vita religiosa.

(fonte: lanuovabq.it)


Di seguito il video della conferenza stampa per la presentazione dell’Instrumentum Laboris del Sinodo dell’Amazzonia che si è tenuta il 17 giugno 2019. Il blogger Sabino Paciolla ha messo in evidenziare la domanda del vaticanista Sandro Magister al card. Lorenzo Baldisseri (l’inizio è già fissato al min. 44.00)

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