Angelelli, santo o militante politico? Le ombre rimangono

Dopo le critiche espresse in Argentina alla beatificazione del vescovo Angelelli e le riserve sull’attentato di cui sarebbe stato vittima, nonostante l’ultima sentenza, Vatican Insider si incarica di smentire tutti i dubbi apportando lettere a favore della tesi dell’assassinio da parte del regime militare e tentando di ricostruire la famosa messa montonera. Ma mancano le prove che si sia trattato di un omicidio. Anzi: dimostrano che la beatificazione è voluta da una compagine ideologico politica che ha bisogno di un martire per auto-legittimarsi. Affermare poi che i Montoneros fossero la “Cenerentola della liturgia peronista” equivale a non conoscere nulla della storia Argentina di quel periodo.

di Josè Arturo Quarracino (05-11-2018)

In questi ultimi giorni si è riaperto il dibattito sulla decisione presa dalla Santa Sede di beatificare lo scomparso vescovo argentino Enrique Angelelli. Il dibattito ci porta principalmente alla radice di due domande fondamentali:

  1. Se la morte del prelato argentino sia stata causata da un incidente automobilistico o da un omicidio da parte dei militari argentini.
  2. Se i suoi legami con i gruppi radicalizzati di Sinistra siano stati occasionali o abbiano fatto parte della sua “pastorale politica”.

Come già è stato detto su queste pagine, sono sorte in Argentina alcune critiche pochi giorni dopo la decisione vaticana, nello scorso mese di giugno. Una di queste è stato un editoriale del quotidiano La Nacion, pubblicato con il titolo “Una beatificazione di stampo politico-ideologico” (30 luglio 2018); un’altra critica è stata quella dell’arcivescovo emerito di La Plata, monsignor Hector Ruben Aguer, pubblicata sul quotidiano la Nacion con il titolo “Angelelli e Sacheri” (5 agosto 2018) e infine quella del vescovo emerito castrense monsignor Antonio Juan Baseotto, in una lettera pubblica del 12 ottobre 2018.

Nel primo caso si è considerato che “monsignor Angelelli in nessun modo costituisce un modello di esemplarità cristiana, condizione che la Chiesa esige per iniziare un processo di canonizzazione”; che il 20 di aprile del 1990 la Camera Federale di Appello di Cordoba stabilì l’archiviazione della causa sulla morte di monsignor Angelelli, per l’impossibilità di assicurare che l’incidente fosse stato provocato intenzionalmente da un altro veicolo, come aveva dichiarato il sacerdote Arturo Pinto, collaboratore del vescovo e suo accompagnatore nel viaggio; che il 4 luglio 2014 il Tribunale penale federale de La Rioja considerò la morte di Angelelli “un crimine di lesa umanità” (in questo senso, un crimine imprescrittibile, vale a dire, che non ha termine di scadenza di indagini e giudizio), condannando il generale Luciano Benjamin Menendez e il commodoro Luis Estrella – superiore delle forze armate (Esercito e Aviazione rispettivamente) che si è sempre dichiarato innocente – come “mandanti” di un crimine mai provato “nel quale non esistono autori materiali”.

L’editoriale de La Nacionconsidera che – in aggiunta – se anche fosse stato assassinato come si suppone, Angelelli non potrebbe essere definito martire per la difesa della fede a causa della “suo attivo e provato legame con l’organizzazione terrorista Montoneros”.

Nel secondo caso, monsignor Aguer ha espresso condivisione per i concetti riportati nell’editoriale de La Nacion,  e ha citato monsignor Bernardo Witte successore di Angelelli come vescovo di La Rioja, che affermò in un’assemblea plenaria dell’episcopato argentino che la morte del prelato fu un incidente e che non c’erano prove sufficienti per considerare la sua morte un assassinio. Aguer si domanda perché non si dichiara invece martire della fede un filosofo laico, Carlos Sacheri, assassinato nel 1974 all’uscita di una messa sotto gli occhi della sua sposa e dei suoi figli, giustiziato a causa della sua militanza cattolica da un gruppo guerrigliero.

Nel terzo caso monsignor Baseotto riporta la sua conoscenza personale di Angelelli negli anni ’70, riferisce delle sue “idee affini alle ideologie sovversive di allora” e mette in risalto “tanto il suo zelo apostolico e la sua vicinanza con la gente della sua diocesi de la Rioja” come anche “la preoccupazione che destava nel vederlo molto vicino a gruppi dall’ideologia sovversiva”. Baseotto ricorda anche di aver conosciuto personalmente monsignor Witte, il quale “nutriva lo stesso suo timore: la complicità con realtà sovversive” e “riteneva che fosse morto in un incidente”.

In sintesi, questi tre casi concorrono ad affermare la morte accidentale di monsignor Angelelli, non il suo omicidio, e a riconoscere la sua affinità politica con i gruppi di Sinistra, in particolare con l’organizzazione dei Montoneros (nazionalisti cattolici convertiti al Peronismo), che in nessun modo giustifica il suo assassinio, nel caso fosse accaduto.

Silvia E. Marcotullio, ex giudice della Camera penale di Rio Cuarto (Provincia di Cordoba) ha pubblicato nel giugno scorso una dettagliata ricostruzione su questi fatti intitolata Breve rassegna storico giuridica del caso Angelelli, descrivendo minuziosamente tutto il percorso giudiziario aperto tre volte: nel 1976, nel 1983 e nel 2010.

In questa analisi la ex magistrata mette in risalto che, tra le altre cose, la riapertura del secondo processo giudiziale (1983) si basò sulla qualifica di assassinio di monsignor Angelelli da parte del Pubblico ministero, il dottor, Aldo Fermìn Morale, senza raccogliere alcuna prova materiale. Però, l’indagine promossa dalla Camera federale d’appello della provincia di Cordoba, stabilì il 20 aprile 1990 che “sono state effettuate diverse verifiche tendenti a chiarire il fatto … nonostante tutto ciò che è stato fatto risulta impossibile affermare che il fatto sia stato conseguenza di un’azione dolosa”. E’ provato “che la morte è stata prodotta come causa di un incidente” però “a questo punto dell’indagine che ormai si considera esaurita, non ci sono elementi sufficienti per affermare che l’incidente sia stato provocato”, ragion per cui si decise per “l’archiviazione del caso”. Tuttavia, il terzo processo si riaprì nel 2010 “senza che si fosse acquisito un nuovo elemento di prova, specificatamente riferito all’evento”.

Nella sua conclusione l’autrice dell’articolo afferma che “non è stato attribuito come e chi furono gli autori del supposto delitto per il quale si condannarono i due imputati”, ma “che tutte le prove relative all’evento indicano che si trattò di un incidente fortuito o per imprudenza del conducente del veicolo. Queste, d’altra parte, furono le conclusioni dei due processi antecedenti sul medesimo fatto, il secondo già in pieno governo costituzionale”.

Ma c’è di più: si condannano gli imputati contro il diritto come mandanti “quando non è stato provato nemmeno il fatto omicida”. E ancora: “Anche se effettivamente si fosse accertato che si trattò di omicidio, il non conoscere chi furono gli autori rende impossibile attribuire il delitto a qualcuno come mandante”.

Veniamo agli ultimi giorni. Vatican Insider ha provato in questi giorni a replicare a La Nacion e ai due vescovi, Aguer e Baseotto, che non credono al martirio di Angelelli. Lo ha fatto con tre articoli nei quali parla di lettere di Angelelli al nunzio Pio Laghi su minacce esplicitericostruisce la storia della Messa per i Montoneros e a sostegno dell’incidente cita una lettera inedita di monsignor Witte. In questa replica si insiste sul fatto che monsignor Angelelli fu assassinato per la repressione delle Forze Armate, che il supposto incidente automobilistico in realtà non fu casuale, ma intenzionale, prodotto da una manovra deliberata di un’automobile della quale si è identificato solo la marca e il modello, dando per certa la sentenza di condanna del Tribunale riojano (Expediente judicial 97000411/2012 – Causa lesa Humanidad “Monseñor Angelelli”, Tribunal Oral Federal de La Rioja), anche se la stessa non identifica gli autori esecutori del supposto attentato e lascia ai margini la testimonianza dei testimoni oculari del fatto.

Inoltre, cerca di spiegare la “vera storia della foto di Angelelli e i Montoneros” affermando che l’istallazione di una bandiera dell’organizzazione guerrigliera durante la messa, il 7 novembre 1973, fu fatta a insaputa di Angelelli che avrebbe avvertito tardi la cosa e avrebbe anche “rimproverato con carità, però fermezza” l’autore della stessa, che non si identifica e si mantiene nell’anonimato.

Non solo questo, però. Si sostiene anche che in realtà la Messa in questione fu celebrata nel contesto di un “atto pubblico convocato dalla Gioventù Peronista e non per i Montoneros”, i quali, “come si sa entrarono in clandestinità il 1 maggio 1974, dopo un famoso alterco con l’allora presidente Juan Domingo Peron, dopo il quale furono espulsi da Plaza de Mayo”.

Inoltre, dice l’autore di uno degli articoli, “verso la fine del 1973 (quando si celebrò la Messa) i Montoneros non erano una organizzazione ricercata e in molte province era considerata la Cenerentola della liturgia peronista”.

L’unica cosa certa di questa affermazione è l’incidente del 1 maggio tra Peron e i Montoneros. L’articolista ignora (o copre?) che nel 1973 l’organizzazione dei Montoneros si appropriò della sigla “Gioventù peronista” per usarla nell’azione politica territoriale, riservandosi l’uso delle armi nelle operazioni di guerriglia o terroriste, incluso anche durante il governo Peron e dopo la sua morte quello di sua moglie Maria Estela Martinez de Peròn (Isabelita).

Se non era proscritta in quella data, la cupola dirigenziale montonera si riservava però di mantenere le armi pronte durante il governo costituzionale di Peron come “rassicurazione della rivoluzione socialista” alla quale si doveva arrivare attraverso il Peronismo.

I Montoneros non smentirono mai il loro coinvolgimento nell’assassinio del dirigente sindacale Josè Iniacio Rucci, segretario generale della CGT argentina il 25 settembre del 1973, due giorni dopo l’elezione di Peron per la terza volta “per obbligarlo a negoziare” con loro la conduzione del potere politico. Non solo non lo smentirono, ma mesi dopo il massimo dirigente Montonero Mario Eduardo Firmenich, si vantava pubblicamente che membri dell’Organizzazione erano stati gli autori dell’assassinio.

In questo senso, affermare che i Montoneros fossero “la Cenerentola della liturgia peronista” è un delirio giornalistico, una favola con la quale l’autore della nota può ingannare gli stranieri o i lontani da quelle vicende, ma non coloro che sono stati testimoni e partecipi della vita politica di quell’epoca. In ogni caso i Montoneros erano Cenerentole con granade e mitragliatrici e, tra le altre cose, pretendevano di essere i successori di Peron, dopo la sua morte.

Monsignor Angelelli non poteva disconoscere questo. Per questo, se è vero che nella famosa Messa il vescovo fu sorpreso in buona fede dalla bandiera montonera, la sua reazione avrebbe dovuto essere più energica, sapendo bene che l’organizzazione stava camminando al confine con l’illegalità e la sovversione anticostituzionale.

Rispetto alla lettera di Monsignor Witte, datata 7 settembre 1988 e rivolta alla Camera federale penale della Città di Cordoba, Vatican Insider mette in evidenza che la lettera del prelato successore di Angelelli afferma che “il fatto investigato fu provocato intenzionalmente, provocando l’omicidio di monsignor Angelelli”. Però le deduzioni posteriori offerte da monsignor Witte sono tutte espresse potenzialmente: “Potrebbe essere”, “Il cadavere sarebbe stato manipolato”, “risulterebbero essere”…

Il fatto poi che monsignor Witte avesse cambiato opinione e si fosse indirizzato verso la tesi dell’incidente, l’autore dell’articolo lo attribuisce alle interferenze dell’Intelligence dell’Esercito Argentino, presentando come non credibile l’unico testimone oculare dell’incidente, Raúl Alberto Nacuzi. Questi, si è ipotizzato che fosse legato alle Forze Armate e diede la sua testimonianza il 27 settembre 1988 nel vescovado de La Rioja dato che il giudice Morales si rifiutò di raccogliere la sua testimonianza. La sua testimonianza però è conservata presso un notaio de La Rioja con atto notarile 0.266.666.

Accettare la tesi dell’assassinio di monsignor Angelelli non scioglie alcuni dubbi significativi. In primo luogo, il fatto di dare per certo che il vescovo sia stato assassinato dalle Forze Militari come si è sentenziato senza prove, non spiega perché i supposti assassini abbiano lasciato in vita il sacerdote che lo accompagnava e che lo abbiano portato in un ospedale pubblico perché sopravvivesse.

In secondo luogo, ed è ancora sorprendente, uno dei primi promotori la denuncia sull’“omicidio” del prelato riojano è stato Frate Antonio Piugjanè, un frate francescano che partecipò a uno degli ultimi tentativi di riorganizzare la guerriglia urbana in Argentina nel movimento “Tutti per la Patria”, guidato da un oscuro sopravvissuto alla repressione militare antisovversiva del 1976.

In terzo luogo la fonte attraverso la quale l’articolista di Vatican Insider si è nutrito dell’informazione pro omicidio è basata quasi esclusivamente da apporti letterari e giornalistici del Centro Tiempo Latinoamericano di Cordoba, fondato e diretto da Luis Miguel Baronetto, che in gioventù fece parte dei Montoneros e fu stretto collaboratore di Angelelli, co-fondatore del Movimento “Todos por la Patria”, “postulatore politico” della santità di Angelelli e collaboratore del Peronismo rivoluzionario di Cordoba.

Come si può facilmente intuire, è una fonte di informazioni che non è molto affidabile, poiché questo Centro di Cordoba e il suo direttore-fondatore sono sospettati di pregiudizi e intenzionalità politiche progressiste e pseudo-rivoluzionarie.

È questa compagine ideologica che ha bisogno di avere un martire cui esser devoti per la propria auto-legittimazione.

Tutte queste circostanze ci consentono di avere la necessaria audacia per “correggere” le affermazioni di Baseotto: la beatificazione in questione, più che è essere sbagliata e apportare conseguenze spiacevoli per la pace in Argentina, costituirà una nuova macchia e un nuovo discredito per il suo promotore, che non difende né accompagna i vicini, ma che si dedica a promuovere gli avversari di coloro che quotidianamente servono la Chiesa e la Nazione, come pecore senza pastore.

(fonte: lanuovabq.it)

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