Un Papa eretico?

Una volta stabilito che il Papa è eretico, che fare?

di P. Giovanni Scalese (13-10-2018)

Non mi hanno mai appassionato le dispute sull’eventualità di un Papa eretico. Perché? Forse perché pongono un caso che non può darsi nella realtà? No, non ho alcun dubbio che un Papa, come chiunque di noi, possa cadere in eresia. In questo caso non c’entra l’infallibilità del Sommo Pontefice, che, come sappiamo, ha dei limiti ben definiti. Il problema è che si tratta di dispute totalmente sterili: una volta stabilito che il Papa è eretico, che fare?

Un esempio di tali sterili dispute lo troviamo nell’intervista rilasciata oggi (13 ottobre 2018, ndr)da Mons. Nicola Bux ad Aldo Maria Valli.

Mons. Bux parte dal Decretum Gratiani:

«Nessun mortale avrà la presunzione di parlare di colpa del Papa, poiché, incaricato di giudicare tutti, egli non dev’essere giudicato da alcuno, a meno che non devii dalla fede».

Facendo quindi riferimento a San Roberto Bellarmino, sostiene che il Papa può essere giudicato:

«Ovviamente la deviazione deve essere manifesta e pubblica. E in caso di eresia manifesta, secondo San Roberto Bellarmino, il Papa può essere giudicato».

Riallacciandosi poi ai Padri della Chiesa, afferma che un Papa, in caso di eresia, decadrebbe dal suo ufficio:

«L’eresia intacca la fede e la condizione di membro della Chiesa, che sono la radice e il fondamento della giurisdizione. Questo è il pensiero dei Padri della Chiesa, in specie di Cipriano, che ebbe a che fare con Novaziano, antipapa durante il pontificato di Papa Cornelio (cf Lib. 4, ep. 2). Ogni fedele, compreso il Papa, con l’eresia si separa dall’unità della Chiesa … Di fronte a questa eventualità, cosí grave per la fede, alcuni cardinali, o anche il clero romano o il sinodo romano, potrebbero ammonire il Papa con la correzione fraterna, potrebbero “resistergli in faccia” come fece Paolo con Pietro ad Antiochia; potrebbero confutarlo e, se necessario, interpellarlo al fine di spingerlo a ravvedersi. In caso di pertinacia del Papa nell’errore, bisogna prendere le distanze da lui, in conformità con ciò che dice l’Apostolo (cf Tt 3:10-11). Inoltre, la sua eresia e la sua contumacia andrebbero dichiarate pubblicamente, perché egli non provochi danno agli altri e tutti possano premunirsi. Nel momento in cui l’eresia fosse notoria e resa pubblica, il Papa perderebbe ipso facto il pontificato … Inoltre, se il Papa non volesse mantenere l’unione e la comunione con l’intero corpo della Chiesa, come quando tentasse di scomunicare tutta la Chiesa o di sovvertire i riti liturgici fondati sulla tradizione apostolica, potrebbe essere scismatico. Se il Papa non si comporta da Papa e capo della Chiesa, né la Chiesa è in lui né lui è nella Chiesa. Disobbedendo alla legge di Cristo, oppure ordinando ciò che è contrario al diritto naturale o divino, ciò che è stato ordinato universalmente dai concili o dalla Sede apostolica, il Papa si separa da Cristo, che è il capo principale della Chiesa e in rapporto al quale si costituisce l’unità ecclesiale. Papa Innocenzo III dice che si deve obbedire al Papa in tutto, fino a che egli non si rivolti contro l’ordine universale della Chiesa: in tal caso, a meno che non sussista una ragionevole causa, non va seguito, perché, comportandosi cosí, non è piú soggetto a Cristo e quindi si separa dal corpo della Chiesa».

Mons. Bux, a questo punto, si accorge di essere andato forse troppo in là ed essersi cacciato in un ginepraio. Perciò aggiunge:

«Non nascondo, però, che quanto indicato, sebbene sia limpido e liscio nella teoria, nella pratica incontra non poche difficoltà; inconvenienti anche di carattere canonistico … Per un Papa, in effetti, vige una sorta di immunità da giurisdizione. Per cui, sebbene in teoria si dica che i cardinali possono accertare la sua eresia, certamente nella pratica la cosa diventerebbe difficoltosa, a causa del fondamentale principio Prima sedes a nemine iudicatur, ripreso dal can. 1404 CIC. Nessuna Chiesa, in quanto figlia, può giudicare la madre, cioè la Sede apostolica. Ancor meno alcuna pecora del gregge può ergersi a giudicare il proprio pastore. Se guardiamo come è stato applicato questo principio nella storia della Chiesa, e del papato in particolare, notiamo che, anche in caso di accusa di eresia o addirittura vera e propria apostasia del Papa, tutto si è concluso con un nulla di fatto».

E allora? A che serve disquisire astrattamente sull’eventualità di un Papa eretico, quando poi non si può far nulla in concreto per rimuoverlo? Inutile discutere, se poi alle parole non possono seguire i fatti. A parer mio, meglio abbordare il problema in maniera diversa.

Come detto, un Papa può errare e può anche — quod Deus avertat! — cadere in eresia. Il problema è: chi può stabilirlo? Nessuno. Solo un giudice potrebbe affermare se il Papa è eretico o no. Ma, come giustamente ricorda Monsignore, Prima sedes a nemine iudicatur (can. 1404). Neppure da un Concilio ecumenico o dal Collegio dei Vescovi? No:

«Chi contro un atto del Romano Pontefice ricorre al Concilio ecumenico o al Collegio dei Vescovi, sia punito con una censura (can. 1372)».

Non si tratta solo di norme canoniche. Alla loro base c’è una precisa motivazione teologica: il primato del Romano Pontefice, definito solennemente nel Concilio Vaticano I, ma già affermato da Bonifacio VIII:

«Si vero [deviat spiritualis potestas] suprema, a solo Deo, non ab homine poterit iudicari. – Se devia la suprema autorità spirituale, potrà essere giudicata solo da Dio, non da un uomo (Bolla Unam sanctam, 18 novembre 1302: Denzinger-Schönmetzer, n. 873)».

Allora, che fare? In caso di errore o, peggio, di eresia del Romano Pontefice, ci sono due sole possibilità: o si ricorre a lui, perché giudichi sé stesso, o ci si appella al giudizio di Dio. Tertium non datur. Il primo caso è quello descritto da San Paolo nella lettera ai Galati:

Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto, perché aveva torto … quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?» (2:11-14).

Paolo, cosí facendo, non si erge a giudice di Pietro: sta semplicemente esercitando l’opera di misericordia della correzione fraterna. Il precetto evangelico “Non giudicare” non impedisce di valutare, obiettivamente, gli errori di un fratello, fosse anche il Papa. Quindi non è da escludere l’eventualità di una correzione fraterna — meglio, filiale — nei confronti del Papa, che lasci a lui di giudicare del proprio insegnamento e comportamento. Ovviamente, tale correzione non può essere fatta dal primo arrivato e con superficialità. Personalmente ritengo che una cosa del genere, senza escludere a priori l’eventualità di un intervento straordinario da parte di un “profeta”, debba essere fatta dai Cardinali o, meglio ancora, dai Vescovi.

L’unica altra possibilità che rimane è il ricorso al giudizio di Dio, non perché si debba sottoporre il Papa a un’ordalia, ma semplicemente perché Gesú stesso nel Vangelo ci invita a rivolgerci a Dio come giudice supremo:

Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente (Lc 18:7).

(fonte: querculanus.blogspot.com)

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