Intercomunione, basta tradimenti

Il caso del sussidio “anonimo” dei vescovi tedeschi sulla possibilità di dare la comunione ai protestanti sposati con cattolici, mette in rilievo la spiccata tendenza dei vescovi tedeschi ad andare per loro conto. Ma anche i segnali contraddittori che arrivano da Roma. Che ora deve decidere in modo chiaro.

di Dom Giulio Meiattini osb (21-07-2018)

Può essere utile tornare ancora una volta, dopo vari e disparati commenti, sul caso del sussidio, preparato sotto la cura della Conferenza Episcopale Tedesca (CET), dal titolo Camminare con Cristo, trovare unità. Matrimoni inter-confessionali e condivisione dell’Eucarestia. In esso, come si sa, è contemplata la possibilità dell’intercomunione eucaristica per coniugi appartenenti a confessioni cristiane diverse (in concreto e soprattutto, per intenderci, nei casi di matrimoni misti fra cattolici e protestanti, molto frequenti in Germania).

R. Marx, presidente della conferenza episcopale tedesca.

Il documento, alla vigilia della sua pubblicazione, aveva già sollevato la protesta, e il ricorso alla Santa Sede, da parte di una minoranza di vescovi tedeschi. A seguito di questo ricorso, e dopo varie fasi intermedie, il Prefetto della Congregazione per Dottrina della Fede, come si ricorderà, aveva inviato una lettera, con formale approvazione pontificia, al Presidente della CET. Il passaggio decisivo, e dispositivo, della lettera (datata 25 maggio 2018) è il seguente: “il testo del sussidio solleva una serie di problemi di notevole rilevanza. Il Santo Padre è perciò giunto alla conclusione che il documento non è maturo per essere pubblicato”.

Tralasciando ora i motivi addotti di seguito nella medesima lettera a sostegno di questa affermazione, va notato che l’insufficiente maturità, stando alle parole appena lette, non riguarda “le circostanze”. Non si tratta, cioè, del fatto che le condizioni storiche e contestuali non sono mature per accogliere il testo, che in se stesso sarebbe accettabile. L’affermazione riguarda direttamente l’immaturità del documento in quanto tale. In altri termini, il giudizio del Papa, riportato nella lettera del cardinale prefetto Ladaria, non sostiene che, maturando le condizioni esterne o di mentalità, il testo potrebbe forse essere reso pubblico. Al contrario, la non maturità si riferisce proprio al contenuto intrinseco del documento: “il documento non è maturo per essere pubblicato”. Detto ancora diversamente: il sussidio, per raggiungere la maturità auspicabile, dovrebbe cambiare attraverso correzioni, precisazioni e via dicendo.

Sappiamo che a distanza di appena due mesi dalla lettera di Ladaria, quel testo, dichiarato dal Papa “non maturo” e per questo non pubblicabile, è stato ugualmente pubblicato, tale e quale. Non certo per una delle non infrequenti indiscrezioni giornalistiche, ma proprio sul sito ufficiale della CET. Il documento, però, allo stato attuale, non può essere attribuito alla Conferenza Episcopale Tedesca, per almeno due motivi. Esso non è stato messo di nuovo ai voti e approvato da quest’ultima, dopo opportune modifiche atte a renderlo “maturo”; inoltre, proprio per questo motivo, nella forma in cui è consultabile sul sito, non riporta in calce le firme dei membri della CET.

Che valutazione dare di quanto accaduto? A mio avviso, agli occhi dei fedeli, specialmente quelli tedeschi, questo episodio non può che apparire come una disobbedienza o, nel migliore dei casi, come una grave scorrettezza verso le disposizioni della Santa Sede. Non sembra che la presidenza della CET ne esca sotto una luce positiva. Si è parlato, è vero, di un incontro personale, successivo alla lettera del card. Ladaria, fra il cardinale Marx, presidente della CET, e papa Francesco. Forse in questo incontro il papa ha espresso un parere diverso o più sfumato? Potrebbe anche darsi, ma non è possibile dirlo con certezza.

In ogni caso, se c’è stata davvero questa “assoluzione in foro interno” (ci si passi l’espressione) per la pubblicazione, essa avrebbe avuto bisogno di essere dichiarata pubblicamente, come pubblico e ufficiale era stato lo stop precedente. Perché il papa, evidentemente, sulla medesima questione non può dire a un cardinale di procedere ufficialmente in un senso e a un altro cardinale, in separata sede e in forma privata, di fare il contrario. Altrimenti la comunità dei fedeli – il famoso popolo di Dio – si troverebbe “pastoralmente” disorientata. Questo vale anche a proposito delle dichiarazioni rilasciate, su questo argomento, dallo stesso Francesco nel dialogo con i giornalisti sul volo di ritorno dalla Svizzera, un paio di settimane fa: la risposta che egli ha dato a una delle domande, relativa a questa vicenda, è piena di imprecisioni e incongruenze, non del tutto compatibili col Diritto Canonico né con la lettera, da lui approvata, di Ladaria (come ha già evidenziato un precedente intervento di Luisella Scrosati su La Nuova BQ).

La valutazione che l’intero episodio sembra meritare potrebbe dunque essere la seguente:

a) i vertici della CET non hanno rispettato la decisione del Santo Padre di non pubblicare;

b) la pubblicazione è avvenuta senza la consultazione e senza l’approvazione della CET;

c) la pubblicazione assume l’aspetto di un colpo di mano teso a forzare il corso delle cose;

d) il fatto stesso della pubblicazione potrebbe essere impugnato come atto o illegittimo o inopportuno;

e) fra quanto comunicato dal papa nella lettera di Ladaria e quello che il papa ha detto a braccio ai giornalisti tornando da Ginevra ci sono incoerenze abbastanza evidenti.

Un ultimo aspetto, non marginale, è questo: nell’insieme di tutta la vicenda, teologia e diritto ne escono alquanto mortificati.

Come mai è potuto accadere un simile pasticcio? Una risposta plausibile, almeno come ingrediente fra molti, potrebbe trovarsi in un passaggio del comunicato del card. Marx a proposito della lettera di Ladaria: dopo aver manifestato la sua sorpresa, il presidente della CET così si esprimeva, parlando di sé in terza persona, in quella nota: “Il presidente vede espressa nella lettera la necessità di ulteriori colloqui all’interno della conferenza episcopale tedesca, prima di tutto nel consiglio permanente e nell’assemblea plenaria d’autunno, ma anche con i rispettivi dicasteri romani e con lo stesso Santo Padre”.

Ma la lettera firmata da Ladaria non va in questa direzione. Dice invece chiaramente: “Il tema riguarda il diritto della Chiesa, soprattutto l’interpretazione del canone 844 CIC. Poiché in alcuni settori della Chiesa ci sono a questo riguardo delle questioni aperte, i competenti dicasteri della Santa Sede sono già stati incaricati di produrre una tempestiva chiarificazione di tali questioni a livello di Chiesa universale. In particolare appare opportuno lasciare al vescovo diocesano il giudizio sull’esistenza di una “grave necessità incombente”.

Con queste parole Ladaria fa chiaramente capire che, restando ferma la normativa stabilita dal can. 844, le questioni “di grande rilevanza” (sic!) che il sussidio tedesco tocca, sono già al vaglio dei dicasteri vaticani, che si apprestano a dare risposte adeguate entro tempi non lunghi e, soprattutto, valide per la Chiesa universale (dunque anche per la grande Germania). Perciò la soluzione al problema – secondo quanto scrive il Prefetto Ladaria – non è da attendere da “ulteriori colloqui all’interno della conferenza episcopale tedesca” (come ha scritto il card. Marx), né tra quest’ultima e la Santa Sede, come invece vorrebbe, fraintendendo a modo suo, il medesimo prelato nel suo comunicato.

Bergoglio e R. Marx

In tutto ciò una cosa è chiara: la tendenza di una consistente parte della CET a fare e decidere in proprio. Una memorabile frase del card. Marx all’epoca delle discussioni tra il primo e il secondo Sinodo sulla famiglia, espresse bene questa vena indipendentista: “Noi non siamo una filiale di Roma e non sarà un sinodo a dirci cosa fare in Germania”. Sembra che ora, parafrasando, quasi quasi si dica: “Non sarà la Santa Sede a dirci cosa fare in Germania”. Affiora, a questo punto, la delicata domanda sulle triangolazioni fra papa, dicasteri, conferenze episcopali.

Quali saranno le risposte di Roma, preannunciate dalla lettera di Ladaria, in tema di intercomunione nei matrimoni interconfessionali, sarà da vedere. Sembra di capire che esse lasceranno intatto il can. 844, che è alla base della disciplina già in vigore, ma che cercheranno di chiarire la questione della sua interpretazione. Possiamo chiudere con un interrogativo o auspicio: se il sussidio tedesco è stato definito non maturo per la pubblicazione, quello che i dicasteri vaticani interessati diranno di concerto fra di loro e con Francesco speriamo dimostri una maggiore “maturità”. Ovvero, speriamo non incappi nelle gravi incoerenze sacramentali, ecclesiologiche, ecumeniche che l’intercomunione nei matrimoni misti porterebbe inevitabilmente con sé. O almeno che non si ricorra al sempre più frequente dire e non dire per facilmente poi disdire che permette a ciascuno, a modo suo, di tradire.

(fonte: lanuovabq.it)

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