Veglie anti-omofobia? È il trionfo dell’omoeresia

L’adesione di vescovi alle veglie contro l’omofobia ha qualcosa di incredibile. Sia dal punto di vista dottrinale che pastorale. Il concetto di omofobia è ideologico e come si può fare una veglia contro qualcosa di ideologico? Se guardiamo poi alla realtà intorno a noi, ci chiediamo dove sia tutta questa omofobia contro la quale alcuni vescovi si sentono chiamati a presiedere veglie di preghiera. Oggi, al contrario, ad essere discriminata è l’eterosessualità.

di Stefano Fontana (18-05-2018)

L’adesione di vescovi cattolici italiani alle veglie contro l’omofobia ha qualcosa in incredibile. Sia dal punto di vista dottrinale che pastorale. I due aspetti sono sempre legati tra loro, anche nella forma negativa: quando fallisce l’uno fallisce anche l’altro. Essi si giocano sempre insieme, inutile pensare che sia possibile tenere ferma la dottrina facendo scelte pastorali ambigue o sbagliate, alla fine anche la dottrina ne risente. Del resto, se la dottrina non è chiara, anche la pastorale non ha successo: in queste veglie si acquisterà qualcuno forse ma si perderanno i fedeli sconcertati da certe scelte del loro vescovo. Sconcerto che lascerà traccia poi anche in seguito nel mondo di vedere il proprio vescovo e la sua autorità magisteriale.

Il concetto di omofobia è ideologico e come si può fare una veglia contro qualcosa di ideologico? L’omofobia è una costruzione concettuale e linguistica tendente a paragonare il cosiddetto “odio” contro gli omosessuali al cosiddetto “odio” contro gli stranieri (xenofobia), oppure a quello contro le altre etnie (razzismo). Il concetto quindi equipara l’essere omosessuale con l’essere straniero o con l’essere di pelle nera o gialla. In questo modo l’omosessualità diventa naturale e qualsiasi critica contro di essa si trasforma in violenza omofoba. Inoltre tende a considerare violenza la stigmatizzazione dei comportamenti omosessuali, l’opposizione a proteggerli e promuoverli per legge, l’idea di ogni giusta discriminazione nei confronti delle persone praticanti l’omosessualità. L’espressione “giusta discriminazione” nasce indirettamente dal magistero della Chiesa secondo cui le persone omosessuali non devono essere sottoposte a “ingiusta discriminazione”, il che fa pensare che esista una giusta discriminazione.

Se guardiamo poi alla realtà intorno a noi, ci chiediamo dove sia tutta questa omofobia contro la quale alcuni vescovi si sentono chiamati a presiedere veglie di preghiera. Oggi, al contrario, ad essere discriminata è l’eterosessualità. Le fiction televisive sono farcite di situazioni omosex, hotel e locali gay-fiendly si moltiplicano, la sessualità sterile è promossa mentre quella fertile viene scoraggiata, moltissimi Stati, tra cui l’Italia, equiparano totalmente le coppie omosessuali e quelle eterosessuali sul piano giuridico, sociale e politico, c’è una dittatura omosessualista che impedisce di dire la propria sulla verità dell’omosessualità e perfino gli ordini professionali – dagli psicologi ai giornalisti – impongono di parlarne solo in un certo modo, i rapporti internazionali descrivono l’Italia come uno dei Paesi maggiormente aperto ai gay al mondo, le lobby gay rendono la situazione omosessuale qualcosa di profittevole nel lavoro o nella carriera. L’omofobia, oltre ad essere una creazione ideologica come concetto, è anche una invenzione imposta. Perché si deve fare una veglia di preghiera per una invenzione imposta?

All’esistenza di limitati casi di violenza fisica o psicologica contro le persone omosessuali fa riscontro invece una sistematica forma di discriminazione culturale, economica, fiscale perfino, contro la coppia eterosessuale e specialmente contro quella aperta alla vita. Nelle diocesi nessuna veglia per la famiglia o per la vita, ma veglie contro l’omofobia.

Spesso si distingue tra la persona omosessuale, che merita tutto il nostro rispetto, e l’omosessualità come tendenza disordinata e da condannare moralmente, sostenendo che le veglie contro l’omofobia riguardano il primo aspetto e non il secondo. Ciò però non tiene conto che il rispetto per la persona riguarda la sua interiorità e non la sua situazione oggettiva pubblica. Fare una veglia contro l’omofobia confonde i due piani: se la persona merita rispetto quanto alla sua situazione personale di coscienza che a nessuno è dato di giudicare. non merita però rispetto la sua posizione pubblica. E’ la distinzione tra persona omosessuale e gay. La persona che rende pubblica la propria omosessualità, sotto questo aspetto merita di essere stigmatizzata. La stigmatizzazione non riguarda un giudizio sulla coscienza della persona, ma la sua situazione pubblica disordinata. Non si tratta di attribuire alla persona la sua imputabilità e, di conseguenza, colpirla o punirla; si tratta di rifiutare un riconoscimento pubblico all’esercizio della omosessualità da parte della persona omosessuale.

Il pastoralismo oggi intende la condanna della dimensione pubblica delle situazioni disordinate come una mancanza di rispetto per la persona. È quanto avviene anche per i divorziati risposati. Nessuno esprime su di loro un giudizio di imputabilità personale, ma questo non toglie che la loro situazione pubblica sia oggettivamente e materialmente disordinata e quindi da condannare. Il pastoralismo, nell’ansia di fuggire l’accusa di non rispettare le persone dando un giudizio sulla loro coscienza, finisce per negare la possibilità di dare un giudizio morale e religioso sulle situazione oggettive disordinate.

Le veglie presiedute dai vescovi sono cadute nella Giornata internazionale contro l’omofobia, la biforia e la transfobia indetta da organismi per tutt’altri motivi di quelli addotti dalla Chiesa e, anzi, contro di essi, ma la Chiesa ai adegua, usando lo stesso linguaggio. Il pastoralismo spinge a non tenere più conto di una prassi sempre seguita: se le finalità ultime del progetto sono sbagliate non bisogna partecipare nemmeno se qualche loro aspetto è accettabile. Mille volte la Santa Sede non ha firmato progetti di organizzazioni internazionali, condivisibili per alcuni aspetti, proprio perché altri aspetti e soprattutto le finalità ultime non convincevano moralmente. Ora, invece, si accettano i progetti degli altri, espressi con il linguaggio concettuale degli altri, nelle Giornate indette dagli altri nel loro spirito e si spera di addomesticare tutto ciò con la ciliegina del rispetto della persona.

Il pastoralismo invita a tenere ferma la dottrina e a introdurre cambiamenti pastorali che ne implicano un cambiamento. Il direttore Cascioli due giorni fa ha tirato fuori un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1986 che invitava a fare tutt’altro di quanto stanno facendo i vescovi delle veglie. Va tenuto però conto che per il pastoralismo quello rimane vero, ma oggi la situazione è cambiata e, per esigenze pastorali si può non tenerne conto. E’ così che si può essere contemporaneamente ligi alla dottrina e nello stesso tempo contraddirla.

(fonte: lanuovabq.it)

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