Intercomunione, Kasper trucca le carte

In un’intervista il cardinale Kasper rilancia la posizione dei vescovi tedeschi favorevoli all’inter-comunione con i protestanti. Cita un documento conciliare e due documenti di Giovanni Paolo II. Ma guarda caso, quelle di Kasper sono citazioni forzate e stravolte nel significato.

di mons. Nicola Bux (14-05-2018)

Gregorio di Nissa, uno dei padri cappadoci, ricorda che Gesù Cristo «ammonisce i suoi a trovarsi sempre uniti nelle soluzioni delle questioni e nelle valutazioni circa il bene da fare; a sentirsi un cuor solo e un’anima sola e a stimare questa unione l’unico e solo bene».

Con questa premessa si deve guardare al dibattito sulla cosiddetta inter-comunione, sollevato dalle linee guida dei vescovi tedeschi che intendono ammettere alla comunione i coniugi protestanti dei cattolici, contro cui si sono schierati altri sette vescovi tedeschi. Per inciso, il termine inter-comunione appare quanto meno incomprensibile perché, la comunione, è già di per sé l’unione tra persone. Perché vi sia tale unione le persone devono aderire – a proposito della comunione eucaristica – alla fede che la Chiesa cattolica professa. Per gli Ortodossi la comunione eucaristica tra cristiani è possibile solo se si condivide anche la stessa idea di Chiesa. Per questo essi non concepiscono l’inter-comunione.

Kasper e Bergoglio

Sul tema è intervenuto il cardinale Walter Kasper con una intervista a Vatican Insider, sostenendo che la comunione ai protestanti è già prevista in un documento conciliare e in due documenti di san Giovanni Paolo II. Si tratta di un evidente quanto inaccettabile forzatura. Vediamo ad esempio il decreto conciliare Unitatis Redintegratio al paragrafo 8. Egli applica alla cosiddetta inter-comunione (termine che peraltro anche Kasper giudica fuorviante), “la comunicazione in cose sacre” che il paragrafo applica all’unione nella preghiera, come recita lo stesso titolo.

La comunicazione infatti nelle cose sacre ha diversi gradi e non sembra che qui il decreto sull’ecumenismo intenda riferirsi ai sacramenti, ma solo all’unione nella preghiera che, dopo il Vaticano II, si è particolarmente diffusa tra i cristiani separati. Infatti lo stesso paragrafo poco prima menziona le preghiere che vengono indette per l’unità dei cristiani, insieme con in fratelli separati. E sono ritenute queste un mezzo molto efficace – si dice nel paragrafo – per impetrare la grazia dell’unità e per manifestare i vincoli dai quali i cristiani sono uniti tra loro. Il paragrafo pertanto non parla di sacramenti ma solo di unione nella preghiera.

Del resto gli Atti degli Apostoli, nel celebre passo 2,42, distingue la comunione di preghiere da quella nella frazione del pane, cioè l’Eucaristia. Pertanto l’espressione “comunicazione nelle cose sacre”, giustamente, come recita il paragrafo, non riguarda qui i sacramenti. L’estensione, quindi, che il cardinale compie, è fuori contesto.

La ragione per cui il decreto conciliare non può riguardare i sacramenti è legato anche al fatto che, in determinati casi, i cattolici possono ricevere i sacramenti, in particolare l’Eucaristia, solo da ministri non cattolici la cui Chiesa ha sacramenti validi. In sostanza si tratta solo degli ortodossi, non certo dei protestanti (cfr can. 804 par. 2) . Si comprende perché l’autorità episcopale del luogo può avere competenza circa questo livello della communicatio in sacris – cioè la preghiera ecumenica – ma non su quello dogmatico sacramentale su cui ha competenza la Chiesa universale. Non sta in piedi pertanto, nemmeno la teoria del caso particolare che, secondo Kasper, per quanto riguarda i sacramenti, è guidata dal principio della salvezza delle anime.

Quanto al n. 46 – non 24, come erroneamente è detto nell’intervista – dell’enciclica Ut Unum Sint, il contesto è indicato dal titolo: “Convergenze nella parola di Dio e nel Culto Divino”. La parte citata da Kasper non fa altro che riproporre quanto già affermato dal menzionato par. 8 del decreto sull’ecumenismo. Anche qui, Giovanni Paolo II, ribadisce che i sacramenti dell’eucaristia, della penitenza e dell’unzione degli infermi possono essere amministrati da parte dei ministri cattolici, in determinati casi, a quei cristiani che manifestano la fede che la Chiesa cattolica professa in questi sacramenti. Appare ovvio che un protestante, che manifesta la stessa fede cattolica nel sacramento, non è più protestante.

Quanto al paragrafo 45 dell’altra enciclica Ecclesia de Eucaristia, la citazione completa del periodo conclusivo è: “In questo caso infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale, per l’eterna salvezza di singoli fedeli, non di realizzare una inter-comunione, impossibile fintanto che non siano appieno annodati i legami visibili della comunione ecclesiale”. Come mai il card. Kasper ha saltato proprio quest’ultima parte? Eppure Giovanni Paolo II nel paragrafo precedente, il 44, insiste proprio sulla integrità dei vincoli perché vi sia la completa comunione ecclesiale. Proprio questo manifesta il desiderio dei cattolici di arrivare alla vera comunione.

Nella risposta successiva poi, il cardinale dà per scontato che i luterani credano alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Finora sapevamo che essi non credono alla transustanziazione. Né vale addurre come attenuante il fatto che vi siano anche cattolici che non sappiano cosa sia quest’ultima, perché ciò dipende da ignoranza catechistica. Invece si deve chiedere a un protestante quel che si chiede normalmente a un cattolico, altrimenti su quale base veritativa si costruirebbe l’unione dei cristiani? Va menzionato a tal proposito che, nella sua visita in Germania del novembre 1980, Giovanni Paolo II ricordava ai leaders cristiani, quello che separa cattolici e protestanti: “quel che è di Cristo…” in particolare “i sacramenti”.

Il cardinale poi ammette che, in Germania il problema è l’indifferenza religiosa, mentre molto ridotto è l’interesse verso questioni religiose; allora, perché la Conferenza Episcopale Tedesca, ha dato tanta impostanza all’inter-comunione? Perché non affrontare la secolarizzazione promuovendo una nuova evangelizzazione? In tal modo anche coloro che pur non essendo cattolici hanno il desiderio di condividere l’Eucaristia, sarebbero aiutati prima di tutto a conoscere la fede eucaristica cattolica. Così cadrebbe l’impedimento che attualmente rimane.

Quanto agli esiti della consultazione tra vescovi tedeschi e dicasteri vaticani, va ricordato che la chiesa cattolica non è una chiesa sinodale dove è sufficiente il consenso collegiale dei vescovi – come per le chiese ortodosse -, perché è indispensabile l’esercizio del ministero petrino che indica la rotta a tutta la chiesa; a questo compito il papa non può abdicare. Perché la Chiesa cattolica è gerarchica, non sinodale. I problemi pastorali si risolvono solo se il “pasto” è costituito dalla vera dottrina, come ricorda San Paolo proprio nella seconda lettera a Timoteo 4,2 – una lettera appunto pastorale, che è lo stesso che dire dottrinale – dove l’apostolo invita il discepolo ad operare con ogni pazienza e dottrina (in greco: didaché).

In conclusione il cardinale Kasper si appella alla vita concreta, a mio avviso scambiando la fede cattolica nel primato petrino, che è oggettiva – cioè prescinde dall’uomo che siede sulla sede di Pietro – con la stima e l’amore che soggettivamente “molti protestanti hanno”. Invece, per la fede cattolica, “il Romano Pontefice quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (Lumen Gentium 23).

Proprio la crescente contrapposizione tra i vescovi prima e di conseguenza tra i fedeli, dimostra che tale assunto,oggi, non è più evidente.

(fonte: lanuovabq.it)

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