L’aborto, il primo frutto avvelenato del compromesso storico

Quest’anno ricorre il 40° della triste e drammatica vicenda del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro, presidente della DC, da parte delle Brigate Rosse. Nessuno ha ancora ricordato però che, in quella stessa primavera del 1978 venne discussa e approvata dal Parlamento italiano la legge 194 sull’aborto che, da allora, ha fatto sei milioni di vittime nel nostro Paese. E che fu il primo frutto avvelenato del compromesso storico voluto proprio da Moro e da Enrico Berlinguer, segretario del PCI.

di Roberto de Mattei (21-03-2018)

L’attenzione di tutti media in Italia si è concentrata in questi giorni sul quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro. Il 16 marzo 1978, in un agguato a via Fani, l’uomo politico democristiano venne sequestrato e la sua scorta sterminata dalle Brigate Rosse. Il 9 maggio, dopo una prigionia di 55 giorni, il suo corpo fu ritrovato crivellato di colpi nel bagagliaio di un’auto in via Caetani.

Aldo Moro ed Enrico Berlinguer siglano il “compromesso storico” durante un incontro a Roma nel 1977. Accanto a Berlinguer si riconosce Giorgio Napolitano, futuro capo dello stato.

Nessuno ha ancora ricordato però che, in quella stessa primavera del 1978 venne discussa e approvata dal Parlamento italiano la legge 194 sull’aborto che, da allora, ha fatto sei milioni di vittime nel nostro Paese. Nel 1991 il presidente onorario del Movimento per la Vita, Francesco Migliori, rivelò che era stato l’allora segretario della Democrazia Cristiana Aldo Moro che «nel Consiglio Nazionale del 1975 aveva espresso l’opinione che, per non impedire l’incontro con altri partiti popolari (ossia il Partito Socialista e il Partito Comunista n.d.r.) questi problemi dovessero restare nel chiuso delle coscienze», per cui fu proprio l’intervento di Moro che convinse la DC a non impegnarsi nella battaglia anti-abortista degli anni ‘70. L’on. Aldo Moro era lo stratega del compromesso storico con il Partito Comunista di Enrico Berlinguer e l’accordo prevedeva il disimpegno della DC sull’aborto. Durante la prigionia di Moro, il 15 aprile 1978, la legge 194 sull’aborto fu promossa alla Camera con 308 voti a favore e 275 contrari «una maggioranza risicata formata da comunisti, socialisti, liberali, socialdemocratici, repubblicani e indipendenti di sinistra e rinforzata, si dice, dai voti di un drappello di democristiani che avrebbero così scongiurato il referendum» (la Repubblica, 15 maggio 1998). «Le cifre della votazione finale – scriveva Francesco Damato su Il Giornale del 10 maggio – dimostrano che gli abortisti, pur disponendo della maggioranza sulla carta, avrebbero perso la loro battaglia se il fronte opposto fosse stato tutto al suo posto».

Arrivato al Senato, il testo fu approvato, il 18 maggio, con 160 voti favorevoli e 148 contrari, su un totale di 308 senatori. Determinanti furono, ancora una volta, le defezioni della DC. Sulla Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 1978, la legge n. 194 che autorizza l’omicidio fu promulgata a firma di parlamentari tutti democristiani: il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il presidente del Consiglio dei ministri Giulio Andreotti, tutti democristiani, Tina Anselmi, Francesco Paolo Bonifacio, Tommaso Morlino, Filippo Maria Pandolfi.

Andreotti si difese in una lettera a padre Rotondi, dicendo che il suo era «un atto dovuto». Atto dovuto forse secondo i princìpi del positivismo giuridico, ma non certo secondo quelli della morale cattolica, per la quale gli unici doveri assoluti che abbiamo sono quelli nei confronti della legge divina e naturale che, nel caso specifico, vieta di uccidere l’innocente. Il presidente del Consiglio, d’altronde, non si limitò a questo: il suo governo assunse ufficialmente la responsabilità della legge di fronte alla Corte Costituzionale: infatti nell’udienza del 5 dicembre 1979, l’Avvocatura generale dello Stato, su mandato del governo, pur avendo la possibilità di sollevare eccezioni, difese la legittimità costituzionale della legge.

All’inizio di giugno il presidente della Repubblica Giovanni Leone, che non aveva sentito il bisogno di dimettersi al momento della firma della legge, fu costretto a farlo, in seguito alle polemiche sullo scandalo Lockheed. Dopo qualche settimana, veniva eletto alla stessa carica il socialista Sandro Pertini.

Giulio Andreotti (1919-2013)

Andreotti ebbe invece lunga vita politica, segnata però da macchie che l’assoluzione processuale non ha cancellato, come l’accusa di esser stato il mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli e il suo concorso ai crimini di mafia. Dubitiamo della verità di queste accuse, ma se anche fossero vere, abbiamo la certezza che la responsabilità di avere sottoscritto la legge sull’aborto è enormemente maggiore della complicità negli omicidi mafiosi. Questi crimini infatti, come l’uccisione di Moro da parte delle Brigate Rosse, non costituiscono una negazione di principio del diritto alla vita e sono dunque meno gravi dell’introduzione nel nostro ordinamento giuridico dell’omicidio di massa.

Il 20 maggio 1978, in un suo editoriale, La Civiltà Cattolica scriveva: «Certo, la terribile e sconvolgente vicenda dell’on. Moro e della spietata uccisione della sua scorta hanno attirato l’attenzione di tutti in maniera così forte che gli altri problemi sono passati in secondo piano; ma se si riflette più profondamente si rileva che quanto avviene al Senato in questi giorni con l’approvazione definitiva della legalizzazione dell’aborto è più grave, sotto il profilo generale e per quanto riguarda il futuro non solo immediato, ma anche lontano del nostro paese, di quanto avvenne il 16 marzo in via Fani. Qui fu commesso un delitto orrendo, ma non fu intaccato il principio del diritto alla vita ed alla libertà, in base alla quale quel delitto è stato unanimemente condannato; nel Parlamento, invece, per la prima volta nella storia del nostro Paese, viene intaccato il principio del diritto alla vita, cioè il principio fondamentale sul quale si regge non solo la vita sociale, ma anche l’ordinamento giuridico italiano» (quaderno 3070 del 20 maggio 1978, p. 313).

La Civiltà Cattolica sottolineava giustamente come la legalizzazione dell’omicidio è ben più grave di un singolo atto omicida, quale l’assassinio di Moro e la strage della sua scorta, ma omette di ricordare che l’approvazione dell’aborto è gravissima, non tanto perché intacca il principio del diritto alla vita su cui si regge l’ordinamento giuridico italiano, ma soprattutto perché contraddice pubblicamente la dottrina della Chiesa e la legge naturale e divina. Le responsabilità del passaggio della legge sull’aborto ricadono, inoltre, oltre che sulla Democrazia Cristiana, sui Pastori italiani che scoraggiarono l’opposizione in Parlamento e dopo l’introduzione della legge cercarono di impedire la sua abrogazione integrale attraverso lo strumento del referendum popolare.

Tra i miei ricordi di quel periodo c’è un incontro che avemmo, nel 1979, con mons. Luigi Maverna, segretario della Conferenza Episcopale Italiana, per chiedere un appoggio, anche tacito e indiretto ma benevolo, alla raccolta di firme che Alleanza Cattolica intendeva avviare per un referendum abrogativo della legge 194 sull’aborto, appena approvata. Come risposta, il prelato ci manifestò la totale indisponibilità, presente e futura, della CEI nei confronti di chi intendesse promuovere un referendum contro l’aborto. Alle nostre obiezioni, rispose con un «Fate voi», stringendosi le spalle. La ragione era chiara.

Antonio Poma (1910-1985)

La CEI, allora presieduta dal cardinale Antonio Poma, appoggiava discretamente il compromesso storico e voleva evitare la politica degli “steccati” o, come oggi, si dice, dei “muri contrapposti”. Il referendum “divideva”, così come le Marce per la vita sono oggi accusate di creare un clima di scontro culturale e la strategia che da allora a oggi si seguì, fu quella della mediazione e del compromesso. La linea della Conferenza Episcopale era la medesima della Segreteria di Stato e Giovanni Paolo II, malgrado la sua categorica opposizione all’aborto, non riuscì a modificarla.

Nel corso degli anni Ottanta, grazie alla professoressa Wanda Poltawska, molto vicina a Giovanni Paolo II, incontrai più volte il segretario del Papa, mons. Stanisław Dziwisz, che ascoltò sempre con cortesia e attenzione le mie perorazioni a favore dell’abrogazione della legge 194. Giovanni Paolo II non voleva interferire però negli affari politici italiani e aveva delegato alla Segreteria di Stato questo compito.

Nella mattinata del 22 maggio 1980, incontrai, con Giovanni Cantoni e Agostino Sanfratello di Alleanza Cattolica, su presentazione di mons. Dziwisz, mons. Achille Silvestrini, Segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa. Silvestrini era succeduto nel 1973 al cardinale Agostino Casaroli nella carica di segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici per la Chiesa e di Casaroli era stretto collaboratore, ma soprattutto era “figlio spirituale” di mons. Salvatore Baldassarri, arcivescovo “rosso” di Ravenna, destituito da Paolo VI per il suo ultraprogressismo.

Nel corso del colloquio esponemmo l’urgenza di un referendum abrogativo sostenuto dall’indispensabile cooperazione di almeno una parte adeguata dei vescovi italiani, ai fini di raccogliere le 500.000 firme occorrenti. Mons. Silvestrini, con tono mellifluo, ci oppose la considerazione dell’inopportunità di tale referendum antiabortista, perché esso avrebbe causato, secondo la sua espressione, una dannosa “contro-catechesi” abortista, nel senso che, per reazione all’anti-abortismo dei cattolici, gli abortisti avrebbero moltiplicato il loro impegno a favore dell’aborto. Ma il mondo cattolico – facemmo osservare al monsignore – non subisce già oggi una crescente aggressione abortista? E se difendere la verità e compiere il bene è occasione di contro-catechesi, dovremmo allora astenerci dalla proclamazione della verità e dal compimento del bene?

Achille Silvestrini

Mons. Silvestrini osservò come una seconda ragione di inopportunità era il ricordo ancora bruciante della sconfitta del referendum contro il divorzio. Ma non era forse vero – replicammo – che tale battaglia era stata persa perché non era stata combattuta adeguatamente e generosamente? E se era amaro il ricordo di tale sconfitta non avrebbe dovuto essere ancora più amaro il ricordo dell’inerzia che ne era stata la causa?

Mons. Silvestrini disse che “anche il partito” (si riferiva alla Democrazia Cristiana) sarebbe stato avverso all’ipotesi di referendum antiabortista. Come stupirsene, rispondemmo, se tale partito favorì la legge in parlamento e alcuni fra i suoi maggiori esponenti firmarono tale legge, assumendosene la piena responsabilità morale e politica? In realtà parlavamo due linguaggi diversi e non c’era possibilità di dialogo. Alla fine, la Segreteria di Stato e la Conferenza episcopale approvarono debolmente una richiesta di referendum del Movimento per la Vita che accettava l’aborto terapeutico e la contraccezione.

Nel referendum che si svolse il 17 maggio 1981, la legge proposta dal Movimento per la Vita non superò il 32 per cento. L’aborto continuò a mietere le sue vittime in Italia e mons. Silvestrini, creato cardinale nel 1988, mantenne la sua poderosa influenza durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, fino a far parte del “mafia-club” di San Gallo, che preparò l’elezione a papa del cardinale Bergoglio.

La decadenza morale della Chiesa e della società italiana non è questione degli ultimi anni, ma viene da lontano e va analizzata nelle sue cause remote, se si vogliono trovare i rimedi.

(fonte: corrispondenzaromana.it)

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Un pensiero riguardo “L’aborto, il primo frutto avvelenato del compromesso storico

  1. Carissimo professor De Mattei, mille volte grazie per aver ricordato (in realtà svelato a molti, me compresa) la verità sulla drammatica approvazione della legge sull’aborto in Italia.
    Sono letteralmente basita.
    Come credente provo un senso di profonda vergogna.

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