Contraccezione? Il peccato non è mai un dovere!

Dopo la pubblicazione dell’intervento alla Gregoriana, l’università dei gesuiti, del teologo don Maurizio Chiodi, membro della Pontificia Accademia per la Vita, che teorizza un “dovere” di contraccezione in alcune circostanze, fioccano le prime indignate reazioni.

Contraccezione un dovere? Intervenga il Papa

di Marco Tosatti (11-01-2018)

La relazione che don Maurizio Chiodi ha svolto il 14 dicembre scorso all’Università Gregoriana, e in cui affermava il “dovere” responsabile dei coniugi di usare sistemi contraccettivi, ha fatto scalpore e ha provocato risposte puntuali da parte di specialisti della materia. Ne citiamo due, quella del prof. Josef Seifert, presidente dell’Accademia Giovanni Paolo II per la Vita umana e la Famiglia, e quella del prof. Michael Pakaluk, ordinario all’Accademia Pontificia San Tommaso d’Aquino, oltre che docente alla Catholic University of America.

Seifert come vedremo illustra perché e come le tesi di don Chiodi siano profondamente contrarie agli insegnamenti della Chiesa e di Giovanni Paolo II in particolare, e conclude: «Possiamo solo sperare che papa Francesco, l’arcivescovo Paglia e la larga maggioranza dei membri della Pontificia Accademia per la Vita chiedano a don Chiodi di correggere questi gravi errori, o di dimettersi immediatamente dall’illustre Accademia, il cui fondatore e padre spirituale Giovanni Paolo II combatté senza ambiguità e continuamente proprio contro quegli errori che don Chiodi ora propone, e li condannò in via definitiva».

Seifert, che è co-fondatore dell’Accademia Internazionale di Filosofia, afferma che Chiodi nella sua relazione «propone posizioni etiche e filosofiche che sono profondamente erronee e totalmente distruttive non solo dell’insegnamento morale della Chiesa cattolica, ma anche dell’essenza della moralità, e in realtà di ogni verità e di ogni insegnamento della Chiesa». Queste sono il relativismo storico, la teoria del consenso e l’etica della situazione.

Don Maurizio Chiodi

Secondo Seifert, quando don Chiodi afferma che le norme della legge naturale sono buone, ma sono storiche, «nega la perenne verità e validità delle norme che ci dicono che la contraccezione e molti altri atti sono intrinsecamente sbagliati», per cui quello che poteva essere giusto nel 1968 non lo è più nel 2018. Inoltre Chiodi suggerisce, secondo il professore austriaco, che il fatto che un’ampia percentuale di coniugi cattolici pratichino la contraccezione prova che queste norme non sono più valide. «Con lo stesso diritto potrebbe sostenere che siamo giustificati a non parlare più del primo comandamento, di amare Dio sopra ogni cosa, o che quella norma non è più valida perché una maggioranza di cattolici non la adempie, o che non è più valido il comandamento di non dare falsa testimonianza perché la maggior parte della gente mente e calunnia».

E infine, conclude Seifert, quando don Chiodi facendo riferimento ad Amoris Laetitia afferma che alcune «circostanze proprio per amore di responsabilità, richiedono la contraccezione», «nega in realtà direttamente l’intrinseca erroneità della contraccezione insegnata magisterialmente da Paolo VI e dai suoi predecessori e successori e rende ciò che è buono o cattivo moralmente nella trasmissione della vita umana interamente dipendente dalle situazioni concrete». È l’etica delle situazioni, e tirando le conseguenze da queste affermazioni don Chiodi «suggerisce che in generale non esiste nessun atto intrinsecamente sbagliato… ma dipende dalla proporzione fra conseguenze buone e cattive». Quindi si verrebbe a negare anche l’intrinseca erroneità dell’aborto e dell’eutanasia e di molti altri atti. La teoria secondo cui c’è «un dovere alla contraccezione» è tale da contenere, secondo Seifert, «oltre all’aperto rigetto dell’insegnamento della Chiesa in Humanae Vitae, errori filosofici generali disastrosi», già respinti con forza da Giovanni Paolo II in Veritatis Splendor.

Michael Pakaluk non entra direttamente nella questione della relazione di don Chiodi, ma su The Catholic Thing lancia un allarme. Nel 2018, anno in cui si celebra il mezzo secolo di vita dell’enciclica di Paolo VI, «è probabile che assistiamo ad attacchi concertati sul suo insegnamento, che non saranno scoraggiati da varie azioni del Vaticano». E continua Pakaluk: «Il tipo di attacchi non è difficile da indovinare. Non prenderà la forma di una contraddizione diretta, ma piuttosto di un aggiramento – cambiamenti che svuoteranno Humanae Vitae del suo contenuto grazie a un supposto “approfondimento” del suo significato».

Pakaluk identifica anche i protagonisti: saranno alcuni vescovi, principalmente da Paesi ricchi, e teologi da istituzioni accademiche. Si dirà che dal momento che l’80 per cento dei cattolici in alcune nazioni (non importa quanto bene pratichino la fede) rigettano Humanae Vitae, l’insegnamento non è stato “recepito”, e di conseguenza non è mai stato valido, almeno in quei Paesi, e quindi si chiederà un maggiore pluralismo. «Il consenso fra le persone illuminate a favore della contraccezione sarà citato come “un segno dei tempi” e l’evidenza del lavoro dello Spirito Santo. Ci si dirà che la Chiesa deve “ascoltare” queste persone in dialogo: infatti i Paul Erhlichs del mondo hanno già detto al Vaticano che alla luce della Laudato sì le coppie non dovrebbero aver più di due bambini». Ma si chiede Pakaluk, come è è praticabile quella politica «senza contraccezione artificiale?».

(fonte: lanuovabq.it)


Un altro colpo di piccone all’insegnamento morale della Chiesa

di Aldo Maria Valli (11-01-2018)

«Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19,17)

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32)

«Purché questa libertà non divenga pretesto per vivere secondo la carne» (Gal 5,13)

Prima o poi ci si doveva arrivare. E infatti ci siamo arrivati. Don Maurizio Chiodi, teologo moralista e neo-membro ordinario della Pontificia accademia della vita, recentemente rinnovata da papa Francesco, ha sostenuto che in alcune circostanze la contraccezione non è solo consentita, ma necessaria. Le dichiarazioni di Chiodi sono arrivate durante il suo intervento del 14 dicembre 2017 all’Università Gregoriana di Roma nell’ambito di un ciclo di lezioni pubbliche per i cinquant’anni dell’enciclica di Paolo VI Humanae vitae.

Ha detto dunque don Chiodi: «Ci sono circostanze, mi riferisco ad Amoris laetitia capitolo VIII, che proprio per responsabilità richiedono la “contraccezione”». «Rileggere Humanae vitae (1968) a partire da Amoris laetitia (2016)» è stato il titolo della relazione, nel corso della quale il professore ha spiegato: «La tecnica, in determinate circostanze, può consentire di custodire la qualità responsabile dell’atto coniugale anche nella decisione di non generare quando sussistano motivi plausibili per evitare il concepimento di un figlio. La tecnica, mi pare, non può essere rifiutata a priori quando è in gioco la nascita di un figlio, perché anche la tecnica è una forma dell’agire e quindi richiede un discernimento sulla base di criteri morali, irriducibili però a una interpretazione materiale della norma».

Come si vede, centrale è l’idea di discernimento utilizzata per mettere in discussione l’oggettività, l’universalità e la cogenza della norma morale.

Nell’Humane vitae Paolo VI definì la contraccezione contraria non solo all’apertura alla vita, ma anche all’amore coniugale, caratterizzato dall’inscindibilità dell’aspetto unitivo e procreativo. Di qui l’insegnamento di papa Montini: «In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche. È parimenti da condannare, come il magistero della Chiesa ha più volte dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna. È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni: che bisogna scegliere quel male che sembri meno grave o il fatto che tali atti costituirebbero un tutto con gli atti fecondi che furono posti o poi seguiranno, e quindi ne condividerebbero l’unica e identica bontà morale. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali. È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato [giustificato, ndr] dall’insieme di una vita coniugale feconda» (Humanae vitae, n. 14).

Il gesuita Karl Rahner fu uno dei primo ad attaccare l’enciclica Humanae Vitae.

Non si può mai fare il male, neppure se si pensa che ne possa derivare un bene, insegna Paolo VI alla luce dell’eterno disegno di Dio. C’è un oggettività del male che non può essere in alcun modo aggirata. Ma ecco che don Chiodi contesta questo punto decisivo, sostenendo che «il compito della teologia morale di oggi, riprendendo le istanze conciliari di Gaudium et spes n. 16 e alla luce anche della svolta antropologica rahneriana», è «quello di affrontare una sfida per pensare una teoria della coscienza del soggetto morale che dimostri la forma morale e credente». Poiché, in questa prospettiva, «le norme morali non sono riducibili a una oggettività razionale, ma appartengono alla vicenda umana intesa come una storia di salvezza e di grazia», ecco che «la persona è chiamata alla dimensione del cammino, a discernere quel bene possibile che sfuggendo all’opposizione assoluta tra bene e male, bianco o nero dice Amoris laetitia, si fa carico delle circostanze a volte oscure e drammatiche».

Ora, se le norme morali, come dice Chiodi, «custodiscono il bene e istruiscono, ma sono storiche» e «non sono riducibili a una oggettività razionale», inevitabile è la conclusione che la scelta della contraccezione, in determinati casi, è possibile e perfino doverosa. Secondo Chiodi non ci sarebbe alcun cambiamento dottrinale, ma solo la necessità di un ripensamento della norma morale per «mostrarne il senso e la verità». Tuttavia è chiaro che lungo questa via quella che viene affermata, proprio come in Amoris laetitia, è l’etica della situazione, rigettata non solo da Humanae vitae ma da tutto il magistero precedente e successivo, e in particolare da san Giovanni Paolo II in Veritatis splendor, là dove il papa, respingendo la «concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale» (n. 39), scrive: «Per giustificare simili posizioni, alcuni hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l’originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta. Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale. In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un’opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male. Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette “pastorali” contrarie agli insegnamenti del magistero e di giustificare un’ermeneutica “creatrice”, secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare. Non vi è chi non colga che con queste impostazioni si trova messa in questione l’identità stessa della coscienza morale di fronte alla libertà dell’uomo e alla legge di Dio» (n. 56).

Leggiamo ancora da Veritatis spledor: «Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti irrimediabilmente cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: “Quanto agli atti che sono per se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt) — scrive sant’Agostino —, come il furto, la fornicazione, la bestemmia, o altri atti simili, chi oserebbe affermare che, compiendoli per buoni motivi (causis bonis), non sarebbero più peccati o, conclusione ancora più assurda, che sarebbero peccati giustificati?» (n. 134).

Papa Paolo VI con l’allora card. Karol Wojtyla.

Il professor Chiodi dunque, sostenendo che non esistono azioni umane che sono intrinsecamente sbagliate in tutte le circostanze e che di conseguenza la contraccezione è moralmente obbligatoria in determinate circostanze, contesta un insegnamento morale centrale della Chiesa cattolica e rigetta il magistero al centro non solo di Humanae vitae, ma anche di Familiaris consortio e Veritatis splendor.

Ma in tal modo, osserva il professor Josef Seifert, Chiodi propone posizioni filosofiche ed etiche «profondamente errate e totalmente distruttive non solo dell’insegnamento morale della Chiesa cattolica, ma anche dell’essenza della moralità», perché assoggettate al relativismo storico e all’etica della situazione. Come nota Seifert, affermando che le norme della legge naturale sono storiche si mette in discussione alla radice il valore eterno e universale della norma morale e si apre la via al dominio dell’uomo sull’uomo.

A proposito di contraccezione, il vecchio argomento utilizzato già cinquant’anni fa dai critici di Humane vitae sostiene che una grande percentuale di sposi cattolici pratica abitualmente la contraccezione e non accetta la norma indicata dalla Chiesa. Tanto è vero che preti e vescovi preferiscono non parlarne. Ma con ciò? Significa forse che sarebbe giustificato non rispettare l’ottavo comandamento, e non richiamarlo, perché la maggioranza dei cattolici mente?

Legando ciò che è buono o cattivo alle situazioni concrete e al giudizio soggettivo si aprono prospettive inquietanti. Ecco perché, ricorda Seifert, il proporzionalismo morale è dichiarato falso, e pericoloso, non solo dalla Chiesa, ma anche da altre religioni e dalla ragione umana, attraverso il pensiero di grandi filosofi come Socrate e Platone.

(fonte: aldomariavalli.it)

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