Francesco: nessuno lo ascolta, quando difende vita e famiglia. E un motivo c’è

Francesco è anche un papa che a tratti torna all’antico e ridice i precetti della Chiesa di sempre. La grande stampa minimizza o tace, quando si distacca dall’immagine sua dominante, di pontefice permissivo sulle materie che fino a pochi anni fa la Chiesa definiva “non negoziabili”. A produrre questo risultato è l’abilità di Bergoglio a compiere gesti di impatto mediatico incomparabilmente più forte delle parole.

di Sandro Magister (24-12-2017)

Una volta, in visita a Torino, ha detto a una platea di giovani: “Siate casti, siate casti”. E quasi se n’è scusato: “Perdonatemi se vi dico una cosa che non vi aspettavate”.

Papa Francesco è anche questo. Un papa che a tratti torna all’antico e ridice i precetti della Chiesa di sempre. Come non abortire. O per dirla con le sue parole agli stessi giovani di Torino: non “uccidere i bambini prima che nascano”.

La grande stampa minimizza o tace, quando Francesco si distacca dall’immagine sua dominante, di pontefice permissivo sulle materie che fino a pochi anni fa la Chiesa definiva “non negoziabili”.

Eppure sono fin troppe, almeno un centinaio, le volte in cui se n’è distaccato, anche in circostanze solenni come ad esempio a Strasburgo davanti al parlamento europeo, quando condannò la logica dello “scarto”, dell’eliminazione di tutte le vite umane che non sono più funzionali, “come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura”. È quella che lui usa definire “eutanasia nascosta”.

Ma fu come non l’avesse detto. Il suo discorso a Strasburgo fu salutato da applausi scroscianti da tutti i banchi dell’emiciclo, e tranquillamente archiviato.

È andata così anche a metà novembre, quando Francesco ha riesumato addirittura un monito di Pio XII per ribadire la condanna dell’eutanasia, anche qui con i media che invece hanno interpretato le sue parole come un’“apertura”.

Una settimana dopo, in due omelie consecutive a Santa Marta, il papa se l’è presa inoltre con la “colonizzazione ideologica” che pretende di cancellare la differenza tra i sessi. Un anno fa, mentre era in Georgia, addirittura la bollò come “una guerra mondiale per distruggere il matrimonio”.

Anche queste sue ripetute sfuriate sono scivolate via come acqua sul marmo. Ignorate.

La stampa avrà le sue colpe, ma è davvero paradossale che ciò accada a un papa come Jorge Mario Bergoglio, la cui padronanza nell’utilizzo dei media è ritenuta imbattibile. A meno di ipotizzare che sia lui il primo a volere che questi suoi interventi non abbiano risonanza e soprattutto non intacchino la sua fama di pontefice al passo con i tempi.

Un fatto è certo: l’epico scontro frontale tra un Giovanni Paolo II e la modernità, o tra un Benedetto XVI e la “dittatura del relativismo”, è qualcosa che papa Francesco non vuole in alcun modo rinverdire. È ben lieto che il suo pontificato sia letto alla luce tranquillizzante del “chi sono io per giudicare?”, e che di conseguenza ogni sua parola detta o scritta su questi temi divisivi non sia mai presa per definitiva e definitoria, ma si offra inerme, plasmabile, all’arbitrio di ciascuno.

A produrre questo risultato è anche l’abilità di Bergoglio a compiere gesti di impatto mediatico incomparabilmente più forte delle parole.

Quando due anni fa, al termine della sua visita negli Stati Uniti, diede udienza calorosissima (vedi foto a lato) a un suo amico argentino, Yayo Grassi, accompagnato dal suo “coniuge” indonesiano Iwan Bagus, bastò questo a consacrare l’immagine di Francesco aperto ai matrimoni omosessuali, nonostante ogni sua parola in contrario.

E viceversa, quando folle imponenti, cattoliche e non, scendono in piazza in difesa del matrimonio tra uomo e donna e contro le teorie del gender, come è avvenuto a Parigi con le Manif pour tous o a Roma con il Family Day, il papa si guarda bene dal dire una sola parola a loro sostegno. Né tanto meno dal protestare contro le vittorie del fronte avverso. Quando nel maggio del 2015 in Irlanda vinse il “sì” al matrimonio omosessuale, Francesco lasciò al cardinale Pietro Parolin, il segretario di Stato, l’onere di definire quel risultato “una sconfitta dell’umanità”, e quindi di prendersi lui le immancabili accuse di oscurantismo.

Insomma, dove e quando infuria la battaglia politica e culturale pro o contro l’affermazione dei nuovi diritti, papa Francesco tace. E parla invece lontano dall’agone, nei luoghi e nei momenti più al riparo dall’assalto.

La dottrina tradizionale della Chiesa lui la preserva così, come in un rifugio antiaereo.

(fonte: settimocielo.it)

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